

È giusto che Giuseppe Conte sia il leader del campo largo, ma non per le ragioni suggerite da Paolo Mieli sul Corriere della Sera: tra “politique d’abord” e trasformismo, il punto non è l’anagrafe o l’esperienza, ma la perfetta aderenza di Conte a un certo modo italiano di fare politica, dove il potere prevale su coerenza e contenuti.
Paolo Mieli, sul Corriere della Sera, ha suggerito a Elly Schlein di lasciare la leadership del campo largo a Giuseppe Conte ed evitare le primarie. Ma prima di tutto, ha precisato, bisogna procedere “alla definizione del programma (con un esame che non lasci spazio ad ambiguità, in particolare nel campo della politica internazionale) e passare poi alla designazione del candidato premier”.
A quel punto, sostiene Mieli, Schlein e il suo partito farebbero bene a lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. La segretaria del Pd, cedendogli lo scettro, eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti. Sarebbe “prova di saggezza da parte sua cedere il passo a un leader che ha vent’anni più di lei”.
Chi scrive è d’accordo con la proposta di Mieli (a cui mi lega un rapporto di stima e di amicizia), ma per motivi che non hanno nulla a che vedere col suo sottile ragionamento politico. Mettiamo da parte l’anagrafe e l’esperienza di governo maturata da Conte. La prima è irrilevante e la seconda non milita certo a suo favore.
In un’intervista di qualche mese fa a Dimartedì, su La7, aveva annunciato l’imminente pubblicazione dei suoi discorsi pubblici, per dimostrare che nei due esecutivi da lui guidati è rimasto sempre lo stesso, non ha mai cambiato registro. Credo che la promessa non sia stata ancora mantenuta. Poco importa. Importa, invece, che l’ex avvocato del popolo sia tornato il punto di riferimento fortissimo delle forze progressiste.
Dopo il successo del No alla separazione delle carriere, infatti, ha subito rilanciato le primarie di coalizione, consapevole di avere più di una chance per conquistare la leadership del campo largo. Ed è giusto che sia così. Ma per altre due ragioni.
La prima è che egli è il più genuino rappresentante del suo “spirito”, ovvero della “politique d’abord”, della politica à la Groucho Marx: “Signori, questi sono i miei princìpi. E, se non vi stanno bene, ne ho degli altri”.
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La seconda è che egli è un impeccabile rappresentante del nostro “carattere nazionale”.
Coniata dai moralisti francesi del Seicento, la locuzione fa ingresso nella nostra letteratura con il “Discorso sopra lo stato presente del costume degli Italiani” di Giacomo Leopardi (1824). Ma prima che il grande poeta prendesse la penna per dirci in prosa, brutalmente, come siamo fatti, la descrizione del carattere dell’italiano aveva occupato l’ingegno di molti artisti europei e tenuto desto lo spirito di osservazione di una fitta schiera di viaggiatori che, in particolare nel secolo dei Lumi, giungevano nella nostra penisola col proposito di completare la propria formazione classica grazie alla formidabile esperienza del Grand Tour.
Tuttavia, partiti con programmi culturali ambiziosi, spesso tornavano in patria con taccuini pieni di massime antropologiche non proprio benevole sul Bel Paese, come quella di Pierre-Jean Grosley: “L’Italie est le pays où le mot ‘furbo’ est éloge” (1764).
Giulio Bollati, nel saggio “Il carattere nazionale come storia e come invenzione” (Einaudi, 2011), ha scritto che, nelle intenzioni degli esponenti della sinistra storica, a partire dal suo inventore Agostino Depretis, “il trasformismo era nato come equazione chimica: il passaggio da uno stato all’altro, dall’arcaicità al moderno, dal vecchio al nuovo. Ma si era rapidamente trasformato nell’opposto: immobilismo, consociazione di diversi solo apparenti, in realtà tenuti uniti dalla chiusura verso la società.
Da qui indifferenza agli schieramenti, interessi particolari di singoli capibastone scambiati con l’interesse generale, governi fragili e in mano a drappelli di deputati pronti a vendersi al miglior offerente, affarismo. Per questa via il trasformismo assume definitivamente il significato peggiorativo che ha: distanza tra i propositi dichiarati e i comportamenti effettivi, abilità nel far propri temi e parole dell’avversario per svuotarli di significato, disponibilità a lasciarsi catturare, contrasti in pubblico e accordi in corridoio.
Il trasformismo è apparenza, spettacolo, indifferenza al merito delle questioni. Il suo scopo è il potere in quanto tale”.
Era ieri, ma sembra oggi.

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La sola idea di ritrovarmi di nuovo governata da quell’individuo mi fa venire voglia di spararmi. La cosa che mi conforta è che probabilmente la maggior parte degli italiani, se l’alternativa è lui, sarebbe pronta a votare anche il diavolo.
Non giusto, ma forse utile. È possibile che un secondo governo Conte solleciti il \”furbo italiano\” a capire che il \”graduidamente\” alla fine non paga ma danneggia. Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Dal momento che i manovratori interni del PD hanno agevolato l’elezione dell’attuale segretaria per gestire meglio lo stesso partito e mettere ai margini le voci dissenzienti avvicinandosi alle posizioni dei 5 stelle, è giusto che questa coalizione perseveri nell’obiettivo di continuare a perdere le elezioni.