

La linea adottata dall’amministrazione Trump nei confronti dei campus universitari potrebbe apparire come un’ingerenza senza precedenti. In realtà, si inserisce in una storia consolidata di intervento federale legata ai fondi, diritti e ideologia. Da molti anni, il governo ricorre alla minaccia di tagliare i finanziamenti per imporre il rispetto delle proprie direttive. Con ironia della sorte, fu proprio il fronte democratico a promuovere questo potente strumento di pressione.
Il Grove City College
In un articolo su “Law & Liberty”, il costituzionalista John McGinnis racconta il caso di Grove City College. Pur rifiutando fondi diretti, il college fu sottoposto alle norme federali a causa degli aiuti ricevuti dagli studenti. La controversia riguardava l’applicazione del Title IX. Questo è la sezione del Education Amendments Act del 1972 che vieta la discriminazione basata sul sesso.
Il punto centrale del dibattito era se l’intera istituzione dovesse essere soggetta alle norme federali. Ciò, solo perché alcuni studenti beneficiavano di borse di studio statali. Oppure se tali restrizioni dovessero limitarsi al solo ufficio finanziario che gestiva quei fondi. L’amministrazione Reagan, preoccupata per le implicazioni di un’ingerenza governativa troppo estesa nelle istituzioni private e religiose, intervenne in difesa del college.
Il Procuratore Generale Rex Lee argomentò che l’obbligo di conformità al Title IX dovesse applicarsi esclusivamente al singolo “programma” che riceveva finanziamenti pubblici, e non all’università nel suo complesso. In questo modo, l’esecutivo cercava di tutelare l’autonomia delle istituzioni educative. Anche, di preservare l’equilibrio tra lotta alle discriminazioni e libertà civili.
La Corte Suprema
La Corte Suprema dette ragione all’amministrazione Reagan, stabilendo che il Title IX si applicava solo al programma che riceveva finanziamenti federali e non all’intera istituzione. Ciò significava che l’università doveva garantire che solo le sue operazioni finanziarie non discriminassero per sesso, lasciando libere le altre aree dell’università.
La decisione suscitò l’indignazione della sinistra, che spinse il Congresso a ribaltarla. Ciò portò all’approvazione nel 1987 del Civil Rights Restoration Act. L’atto avrebbe consentito di tagliare i finanziamenti federali all’intera istituzione. Ronald Reagan pose il veto, etichettando l’iniziativa come un “tentativo di accaparramento del potere da parte del governo”. Secondo lui, avrebbe minato la libertà e l’indipendenza delle università.
Il veto di Reagan
Il veto di Reagan affondava le radici nel pensiero di Friedrich Hayek. Egli era economista e filosofo liberale, autore di The Road to Serfdom (1944). In quell’opera, Hayek avvertiva che l’ingerenza dello Stato minacciava non solo i mercati, ma anche l’autonomia delle istituzioni civili. Seguendo questa linea, Reagan tentò di limitare l’influenza federale. Nonostante ciò, il Congresso approvò comunque la legge. Ora qualsiasi violazione del Title IX o Title VI (sulla discriminazione razziale), mette a rischio i finanziamenti federali ad un’università.
Barak Obama
Barak Obama, impugnò questo strumento e non si limitò a regolamentare i comportamenti. Estese il suo potere per sorvegliare anche il linguaggio nei campus. Sostenne che discorsi percepiti come sessualmente suggestivi potessero creare un ambiente ostile. Questo violava il Title VI. Anche in assenza di prove oggettive, basandosi solo su sensazioni soggettive. Questa politica favorì l’adozione di codici linguistici che limitavano il dibattito. Nel 2016, l’amministrazione interpretò il Title IX per includere l’identità di genere. Ciò impose alle scuole di consentire agli studenti transgender l’accesso a bagni, spogliatoi e squadre sportive. Tutto secondo la loro identità di genere. Questo approccio fu accettato dalle università per evitare il rischio di perdere i finanziamenti.
Arma a doppio taglio
L’ingerenza federale nelle università, oggi utilizzata da Trump per colpire chi non segue le sue linee guida, ha radici in un potere nato con intenti progressisti. Strumenti creati per combattere la discriminazione sono ora impiegati per imporre una nuova agenda politica. Questo è una dimostrazione di come il controllo statale, pur con obiettivi diversi, possa compromettere l’autonomia delle istituzioni accademiche. Esse sono obbligate a rispondere a logiche ideologiche piuttosto che educative.
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E dei finnzaimenti da parte della Cina, del Qatar e di altri paesi arabi alle università americane, esplosi negli ultimi anni, vogliamo parlarne? Quali sono gli interessi che li muovono?
Ne ho scritto in diversi articoli. Questo è uno di quelli: https://www.inoltrenews.it/hatem-bazian-il-sjp-e-il-sogno-della-jihad-americana/