

Dopo il 7 ottobre è riemersa una forma antica di antisemitismo: non sempre esplicita, spesso travestita da critica politica, ma fondata sulla trasformazione degli ebrei in un’entità astratta, collettiva e colpevole. Cambiano le accuse, resta il meccanismo del pregiudizio.
Per molti secoli la diaspora ebraica ha subito diffidenza, discriminazioni e persecuzioni nei Paesi presso i quali aveva trovato rifugio. Le ragioni storiche di questa peculiare vicenda sono state analizzate innumerevoli volte e non è necessario ripercorrerle: sarebbe persino stucchevole.
Per amore di verità, non si può ignorare però che il cristianesimo, nato nell’ambito dell’ebraismo, costruì progressivamente la propria identità contrapponendosi alla religione da cui proveniva.
Per secoli l’accusa di deicidio, la predicazione antigiudaica, la segregazione nei ghetti, le discriminazioni giuridiche e, in alcuni contesti, le conversioni forzate contribuirono a radicare nell’Europa cristiana un sentimento di ostilità verso gli ebrei. Sarebbe storicamente manchevole sottacere il ruolo che la Chiesa cattolica e gran parte della cristianità ebbero nella formazione e nel consolidamento di questo clima culturale, pur distinguendolo dall’antisemitismo razziale sviluppatosi tra Ottocento e Novecento, che portò alla Shoah.
Più interessante, oggi, è osservare come, dopo il 7 ottobre 2023, sia avvenuto qualcosa di nuovo, che ha riportato indietro le lancette dell’orologio.
Intorno a Israele e agli ebrei di tutto il mondo si è coagulato un insieme eterogeneo di atteggiamenti e pronunciamenti antisionisti, filopalestinesi o semplicemente critici verso lo Stato ebraico e il suo attuale governo in particolare: alcuni genuini, altri sottintendono puro e semplice antisemitismo.
Le ragioni addotte sono molteplici e alcune, per molti aspetti, fondate, tanto da trovare una forte opposizione nel Paese stesso. Il lungo conflitto con i palestinesi, i territori occupati, gli insediamenti, le responsabilità dei governi e le sofferenze della popolazione civile sono questioni reali e legittimamente discusse.
E tuttavia queste motivazioni non sembrano esaurire il fenomeno. Non è la critica in sé a sollevare interrogativi, ma la sua selettività: i giudizi col bilancino e un’attenzione mediatica che non viene riservata ad analoghi eventi in altre parti del globo. Le guerre in Siria, nello Yemen o in Sudan, con le loro centinaia di migliaia di vittime civili, non hanno mai generato una mobilitazione dell’opinione pubblica occidentale lontanamente paragonabile.
Sopita, o mai esplicitamente dichiarata, è ricomparsa alla luce del sole una convinzione antica: l’idea che esista una rete di potere ebraica capace di influenzare politica, finanza, economia, informazione, cultura e spettacolo su scala mondiale.
È lecito dubitare fortemente, fino a negarlo, che una comunità che rappresenta appena lo 0,2 per cento della popolazione mondiale — 15 milioni di persone, la popolazione di una media città cinese — possa condizionare il destino degli altri otto miliardi di esseri umani. Eppure questa rappresentazione non è nuova. Hitler attribuiva agli ebrei la responsabilità della sconfitta tedesca nella Prima guerra mondiale e del disastro che ne seguì, e su questa base ne fece il bersaglio del progetto di sterminio.
Oggi, abbandonate le pseudoteorie razziali, riaffiora sotto altre forme il mito dell’ebreo dominatore del mondo: la stessa costruzione mentale che trovò la sua formulazione più emblematica nel falso dei Protocolli dei Savi di Sion, costruito dalla polizia segreta dello zar. Non perché quel testo continui a guidare la propaganda contemporanea, ma perché rappresenta il paradigma di una narrazione destinata periodicamente a riemergere: quella di un potere ebraico occulto, coordinato e invisibile, capace di muovere i fili della storia.
Quando nel 1948 nacque lo Stato di Israele, nessuno avrebbe potuto immaginare che quel lembo di terra semidesertico, popolato dai sabra, da profughi provenienti dall’Europa orientale e dai sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, avrebbe conosciuto uno sviluppo tanto straordinario. Sembrava infatti destinato a rimanere una modesta enclave agricola, dove i coloni dei kibbutz avrebbero continuato a strappare al deserto terra da rendere coltivabile: un sogno per i discendenti di profughi vissuti per secoli senza terra.
La storia ha preso tutt’altra direzione. Israele è oggi tra i Paesi leader nella ricerca scientifica, nell’innovazione tecnologica e nelle start up, con una delle più alte quote di laureati in rapporto alla popolazione, e Tel Aviv è divenuta una metropoli. Nulla di tutto questo assolve Israele dalle proprie responsabilità politiche né può servire a rendere illegittima la critica alle sue scelte.
Sarebbe però riduttivo pensare che l’ostilità nei suoi confronti si esaurisca in tali questioni.
Per una parte dei suoi detrattori è proprio l’esistenza stessa dello Stato ebraico, per di più forte, prospero, tecnologicamente avanzato e militarmente capace di difendere la propria esistenza, a rappresentare un elemento di pervicace ostilità. Il successo stesso viene così reinterpretato come prova di espansionismo, neocolonialismo, capitalismo esasperato o dominio economico.
Nel dibattito contemporaneo sembra inoltre affermarsi una curiosa distinzione fra “ebrei buoni” ed “ebrei cattivi”.
I primi sono quelli che prendono pubblicamente le distanze dal sionismo o dallo Stato di Israele. Vi appartengono alcuni intellettuali e militanti della sinistra più o meno radicale dell’Occidente di origine ebraica, ma anche i gruppi religiosi ultraortodossi che, per ragioni teologiche, non riconoscono la legittimità dello Stato d’Israele, ritenendo che esso possa nascere pienamente soltanto con l’avvento del Messia.
Non manca il paradosso di movimenti che, pur negandone la legittimità sul piano religioso, accettano di sostenere governi della destra israeliana per convergenze di interessi, come l’esenzione dal servizio militare, sempre revocata, ma mai fatta rispettare.
Insomma, il senso è separare gli ebrei tout court dai sionisti, addebitando a questi ultimi la nascita di Israele: che sarebbe meglio non ci fosse.
Gli “ebrei cattivi” sarebbero invece tutti gli altri: gli israeliani che difendono l’esistenza del proprio Stato e gli ebrei della diaspora che rifiutano di dissociarsi pubblicamente dalla politica del governo israeliano.
È una pretesa perlomeno singolare: non è mai accaduto che ad altre minoranze residenti all’estero venga chiesto di rispondere moralmente delle scelte dei governi dei rispettivi Paesi.
Ma, soprattutto, è opportuno ricordare che gli ebrei della diaspora hanno sì un legame affettivo e ideale con Israele, ma sono cittadini pienamente integrati delle nazioni in cui vivono, rispettandone le leggi, pagando le tasse e prestando servizio militare: italiani, francesi, britannici, americani, argentini.
Possono approvare o criticare il governo israeliano, esattamente come ogni cittadino di una democrazia può giudicare il proprio e altri governi.
Pretendere da loro una preventiva dichiarazione di dissociazione, soltanto perché ebrei, è una delle forme primordiali e spesso inconsce di antisemitismo: se non critichi, sei complice e, come tale, non sei un cittadino come me.
Si può ben dire che nel corso della storia sono cambiate le accuse rivolte agli ebrei: prima deicidi, poi, in quanto di razza inferiore, corruttori di quelle pure, quindi capitalisti senza patria, cospiratori internazionali, colonialisti, oppressori, fino all’ultima accusa tremenda di genocidio.
Cambiano i contesti storici, cambiano i linguaggi, cambiano perfino le motivazioni dichiarate. Rimane però sorprendentemente costante la tendenza a trasformare gli ebrei da individui concreti, con opinioni, responsabilità e destini differenti, in un’unica entità astratta sulla quale proiettare paure, frustrazioni e colpe collettive.
È probabilmente questa la vera continuità della storia dell’antisemitismo: non l’ebreo reale, ma quello immaginato. Una figura simbolica che ogni epoca modella secondo le proprie paure e alla quale attribuisce, di volta in volta, colpe diverse.
Finché gli ebrei continueranno a essere considerati non come persone, ma come un’astrazione collettiva, il pregiudizio potrà cambiare volto, ma non scomparirà mai.
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E’ molto simile a quello che si cerca di fare oggi contro i musulmani elencando le peggiori nefandezze delle tirannie teocratiche e attribuendole indistintamente a tutti i musulmani del mondo, costruendo una demonizzazione analoga a quella che si fece contro gli ebrei
Gli ebrei accoltellavano gente per strada? Sfregiavano? Sgozzavano? Decapitavano? Chiudevano decine di cristiani nelle chiese e poi davano loro fuoco? Rapivano ragazzine cristiane per sottoporle a stupri di massa e poi venderle ai combattenti o ai bordelli o per convertirle a forza e sposarle a ebrei? Davvero lei riesce a vedere questo parallelismo fra le due cose?