
Violetta sussurra con un filo di voce, quello che rese celebre Maria Callas, “come son mutata…” poco prima che si concluda la tragedia di Traviata.
Katarina, schiacciata da un mondo crudele e ostile che decide per lei, non solo canta, ma recita il suo grande amore con una disperazione tradita da tutti e da lui.
Entrambe vittime del loro tempo, anche se certamente la sublime partitura di Verdi aveva intenti meno politici di quella di Shostakovich, che gli valsero l’ostilità aperta di Stalin. La prima della Scala ha visto molti protagonisti della vita sociale di Milano, ma soprattutto ho visto molti melomani conquistati dalla bellezza dell’opera, dall’intensità di quella Lady Macbeth, vittima e regina nello stesso tempo.
È una musica che racconta in note il grande mondo della cultura russa: passione, dolore, violenza e lirismo, dolcezza e crudeltà, e persino un tocco di umorismo. Shostakovich, come Tolstoj o Dostoevskij, è la Russia.
Ma è anche la fotografia di una dittatura feroce, maschilista, volgare, la cui cattiveria si trasmette persino alle vittime, che si vendicheranno contro la protagonista per quel poco di privilegio che lei, essendo stata la moglie di un ricco mercante, aveva avuto in un’altra vita prima di essere preda dell’amore.
Il finale è epico, non intimo ma corale, e la regia lo ha sottolineato con il fuoco che diventa l’emblema di tutto ciò che i regimi totalitari bruciano, prima fra tutto la libertà. Coraggiosa la scelta della Scala nel voler, per l’apertura, non compiacere solo la mondanità, ma anche quei molti amanti dell’opera che il 7 dicembre non fiatavano, sommersi dalla musica e in un certo senso travolti dall’emozione di uno spettacolo straordinario.
Una scommessa vinta, ancora più meritoria in un’epoca nella quale si cerca l’applauso più facile ed effimero, e la cultura, invece di nutrire il pensiero, riempie il vuoto.
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