Parte Prima
Dugin e la Quarta Teoria Politica
.
Nota introduttiva
Le idee relative alla 4TP espresse nel §2 del presente articolo non sono da considerarsi condivise né avallate in alcun modo dall’autore, che ha cercato di trasporre quelle di Dugin. Se in taluni punti può sembrare vi sia stata soggettivazione, è solamente per ragioni stilistiche e di composizione del testo.
.
1. Un regime in cerca di idee
Uno dei principali effetti collaterali del putinismo nei sistemi occidentali, non si capisce quanto ricercato ex-ante, quanto casuale ex-post, oppure quanto naturalmente prodotto dalla progressiva fattualizzazione delle proprie ambizioni geopolitiche lungo un percorso durato 20 anni, è stato l’allineamento su un fronte unico dei due estremi del ferro di cavallo, che di fatto ha portato ad un diffuso superamento della classica dicotomia tra estrema dx ed estrema sx a tutto vantaggio di Mosca.
Questa sorta di “omologazione ideologica”, che per certi versi appare incoerente rispetto alla sbandierata teoria della multipolarità tanto cara a Mosca, riguarda non solo le frange estreme e minoritarie degli schieramenti politici occidentale, ma anche i partiti principali, al cui interno si agitano correnti più o meno dichiaratamente attratte dal richiamo della taiga.
Il Cremlino in realtà non ha inventato nulla. Quello di Putin nasce infatti non come sistema ancorato ad una idea, bensì come regime cleptocratico criptomafioso basato sulla competizione predatoria di clan oligarchici rivali tenuti insieme unicamente dalla forza, allo stesso tempo coercitiva e lottizzatrice, della cupola. In altre parole una accolita di capibastone emersi dai meandri dell’apparato post-sovietico, basicamente privi di ideologia ma ben disposti ad assecondare per tornaconto qualsiasi elucubrazione del leader e della sua cerchia ristretta.
Nessun regime tuttavia, può sopravvivere a lungo senza una ideologia che faccia da collante interno e da catalizzatore verso i nemici esterni.
Da qui la necessità, percepita dal Cremlino, di dotarsi ad un certo punto di una propria mistica ideologica, utile a dare al regime una identità intellettuale, al paese una missione sacra ed alla massa una distrazione, oltre che a Putin un posto nella Storia.
Erano i tempi del definitivo consolidamento del regime, allorché con la pubblicazione nel febbraio 2013 del programma Concezione della politica estera della Federazione di Russia, veniva di fatto acquistato dal Cremlino il pacchetto completo della teoria eurasiatista, che concepita negli anni 20 del ‘900 era stata via via riscoperta dopo la caduta dell’URSS e rielaborata in forma disorganica da vari pensatoi e settori dell’intellighenzia russa: dalle influenze dei dissidenti di rientro come Solzenichyn, alle elucubrazione politiche degli Zjuganov (il rosso) e Zhirinovskij (il nero), ai lavori del Club Valdai, alle concettualizzazioni dell’apparato (dottrina Primakov), fino alla completa teorizzazione filosofica di Dugin avvenuta con la sua Quarta teoria politica, pubblicata già nel 2009.

Correlato al regime ma non organico ad esso, un po’ come D’Annunzio fu con Mussolini, Dugin fece quindi il suo ingresso nella testa di Putin, tra i fantasmi di Ivan Ilyn, Lev Gumilev, Nikolai Berdaiev ed altri: tutti accomunati dall’avversione verso il sistema occidentale, considerato corrotto, iniquo, relativista e disvaloriale e tutti egualmente concordi nel rivendicare una primazia etico-spirituale della Russia sull’Occidente, nonché il diritto alla sua missione storica di custode ultima dei valori tradizionali: ortodossia, autocrazia e mito della Terza Roma.
Con l’Eurasiatismo, dunque, la cleptocrazia si dotava di una mistica laica di regime, poi completata sul lato religioso dal patto di alleanza tra Putin e la Chiesa Ortodossa di Kiryll, sancito nel 2012 all’inizio del terzo mandato presidenziale, con il quale veniva ripristinata l’antica symphonia tra autocrazia ed ortodossia: vale a dire con i due poteri fondamentali della Triade di Uvarov (Samoderzhavie, Pravoslavie) che in tal modo si legittimavano a vicenda e con il terzo (Narodnost), trasfigurato nell’ideologia politica del Russkiy Mir, a formare il collante di tutto il sistema.
La cleptocrazia si trasformava quindi in una “diarchia cesaropapista in cui l’autorità dello Stato si esprimeva all’interno della Chiesa ed in cui la Chiesa partecipava in modo subordinato e non autonomo, all’esercizio dell’attività temporale”. (1)
C’erano dunque tutti gli elementi per fare della mistica di regime una dottrina politica e della rivendicata primazia spirituale un programma neo-imperialistico da perseguire attraverso una varietà di strumenti di cui il regime aveva cominciato a dotarsi, compresa l’intrusione ideologica nelle società occidentali, oramai considerate ostili.
Ma prima di passare alle ricadute del pensiero dughiniano tra gli ideologhi di casa nostra, proviamo a capire i fondamenti della Quarta Teoria Politica, per poi meglio comprendere le connessioni con i settori eurasiatisti della estrema destra italiana.

2. La Quarta Teoria Politica. Basi essenziali
Nella formulazione della sua 4TP Dugin parte dalla definizione di tre paradigmi storici fondamentali vale a dire:
? società premoderne o tradizionali
? società moderne o industriali
? società postmoderne o globalizzate
Ciascuno di questi paradigmi si posiziona lungo un asse temporale evolutivo lineare, che porta le società tradizionali a trasformarsi in industriali e queste ultime in globalizzate. Le società postmoderne sono state efficacemente definite anche come “liquide”.

L’ambito temporale delle società moderne europee è quello compreso tra i secoli XVI e XX durante il quale si sviluppano (nella sua parte centro-conclusiva) le tre principali teorie politiche conosciute in Occidente:
?Liberalismo > 1TP (XVIII)
?Comunismo > 2TP (XIX)
?Nazionalismo > 3TP (XX)
Le tre teorie politiche hanno ciascuna il proprio soggetto storico di riferimento: l’individuo per la 1TP, la classe per la 2Tp e lo Stato (o la nazione) per la 3TP.

Tutte e tre provengono dalle elaborazioni derivate dall’età dei Lumi e se collocate entro uno spazio metafisico, si posizionano con il liberalismo, in quanto antecedente a tutte, al centro cartesiano dello spazio, con la prerogativa di poter definire le altre due. Ne deriva che queste possono assumere il proprio significato e quindi le rispettive identità, unicamente in relazione alla prima.
Il Liberalismo pertanto è l’ago della bilancia nonché l’essenza della modernità stessa e rimane l’unica TP ad avere raggiunto una propria compiutezza d’espressione, uscendo vincitrice dalla lotta durissima che le ha contrapposte durante il secolo XX, in diversi periodi (1917-22, 1939-41, 1941-45, 1949-89) ed in diverse scomposizioni d’alleanze.
La caduta dell’URSS chiude quindi lo scontro epocale tra sistemi lasciando vincitore il Liberalismo e chiude anche, secondo Dugin, il periodo della Modernità, che lascia quindi il passo al post-moderno. È il momento in cui Zygmunt Bauman, per parte sua, elabora il concetto di “modernità liquida”. Pochi anni prima (1992) Fukuyama aveva parlato di fine della Storia attraverso il suo compimento.
Per Dugin, l’avere trionfato sugli altri sistemi lascia il Liberalismo unico arbitro di sé stesso, non più libera scelta politica, bensì destino deterministico ineludibile. Unico attore sulla scena, il Liberalismo diviene arbitro di sé stesso, con il potere di definire le condizioni della post-modernità e quindi le regole entro cui dovrà muoversi una umanità globalizzata ed equalizzata a forza per mancanza di alternative. Dugin inorridisce e tuona:
“siamo giunti alla “fine della storia” e alla globalizzazione. La fine della storia è l’abolizione del futuro. La storia procede e raggiunge il suo stadio finale. Non c’è più spazio per avanzare. Abolendo il futuro l’intera struttura del tempo, il passato e il presente, vengono aboliti. Un “futuro comune” significa la cancellazione delle storie particolari, ma ciò significa che nessuna storia, e nessun futuro, esisterà. Il futuro comune vuol dire nessun futuro. La
globalizzazione è la morte del tempo.” (2)
Nel suo solipsismo, secondo Dugin, il Liberalismo si snatura al punto che, paradosso estremo per un sistema incentrato sull’individuo, finisce per diventare post-umano mediante la creazione di simulacri virtuali e realtà alternative. Nel suo stadio terminale il Liberalismo anzi il post-liberalismo persegue la decostruzione dell’individuo come persona fisica e trascendente e la sua progressiva deumanizzazione mediante simbiosi cibernetiche nel corpo e manipolazioni spirituali nell’anima.
Da qui la vorace necessità, per l’individuo-consumatore virtualizzato e svuotato della propria essenza umana, di rincorrere compensazioni unicamente materiali, con conseguente convinzione da parte di Dugin, che il Liberalismo sia un terzo totalitarismo, non meno distruttivo dei primi due:
“Così, il liberalismo dell’epoca della globalizzazione esibisce gli stessi tratti totalitari dei suoi oppositori” (3)
Ne fa conseguire altresì la certezza che sia inutile cercare alternative al Liberalismo degenerato nello spazio post-moderno, in quanto qualunque soluzione sia possibile inventarsi, ricadrebbe comunque entro uno schema predefinito dal Liberalismo stesso e non al di fuori di esso. Quindi un simulacro ingannevole, in falsa opposizione al pensiero omologato dominante.
La soluzione, per il filosofo russo, è pertanto l’elaborazione una teoria politica del tutto nuova, da collocarsi al di fuori degli spazi già contaminati dal Liberalismo: e l’unico paradigma ad esserne rimasto immune è quello pre-moderno.
È nel pre-modernismo, dunque nelle società tradizionali con i loro valori archetipici, che Dugin colloca la figura alternativa al Liberalismo, da lui definita come Quarta Teoria Politica (4TP): la quale nasce dal superamento della obsoleta e sconfitta dicotomia destra-sinistra e recupera i modelli classici delle società pre-moderne.
Tuttavia, affinché la rigenerazione dal post-moderno al pre-moderno possa compiersi con successo, non si dovranno spostare all’indietro, come vorrebbero i tradizionalisti classici, le lancette dell’orologio semplicemente sostituendo la società di oggi con quella di allora senza intervenire sull’umano, ma sarà necessario invece muoversi in avanti, accelerando attraverso il caos di una rivoluzione conservatrice, la dissoluzione del sistema liberale decadente.
Compito della 4TP sarà di indurre il mutamento: lo stesso Dugin afferma infatti che:
Qualora la Prassi della Quarta Teoria Politica non fosse in grado di realizzare la fine dei tempi, allora sarebbe inutile. La fine dei giorni dovrebbe venire, ma non verrà da sola. Questo è un compito, non è una certezza.(4)
Secondo Dugin la battaglia finale, la Endkampf, che aprirà la Nuova Era, non sarà combattuta da mano d’uomo ma da schiere angeliche e deità:
“L’atto finale non dipenderà dall’uomo. Sarà una guerra di angeli, una guerra di dei, un confronto tra entità non vincolate da leggi o regole”. (5)

Sarà però compito dell’uomo preparare il terreno, creare le condizioni della Endkampf: di un uomo/comunità del tutto nuovo, di matrice evoliana, che dovrà per forza di cose avere il primato dell’azione sulla contemplazione: in grado cioè di depurarsi dalle sovrastrutture tossiche del post-modernismo per quindi vivere con pienezza di forza, fede, sacrificio e consapevolezza, la Nuova Era pre-moderna che lui stesso sta contribuendo a costruire in chiave archeofuturista.

L’avvento della 4TP ed il suo vittorioso scontro finale con il Liberalismo, propedeutico all’inizio della Nuova Era
Si dovrà trattare di una consapevolezza assoluta, totalizzante, ontologica, in grado di fondersi con il circostante in maniera armoniosa e trascendente, recuperando la spiritualità negata dal Liberalismo e ritrovando, ciascuna comunità, le proprie specificità cancellate dal globalismo: appare quindi quello che Heidegger chiama Dasein ovvero l’essere esistente precisamente collocato entro il suo tempo ed il suo spazio e non concepibile al di fuori, che secondo Dugin potrà trovare la sua essenza più pura solo se immerso nello spazio e nel tempo incorrotti del pre-moderno: dimensioni che il Liberalismo non ha potuto contaminare perché precedenti, ma che comunque tenta egualmente di mortificare, demonizzandoli con l’ideologia del progresso ad ogni costo, che Dugin considera tossica:
“In realtà, l’ideologia del progresso è in sé razzista. L’assunto per cui il presente è migliore e più soddisfacente del passato, e le continue rassicurazioni che il futuro sarà ancora meglio del presente, sono discriminazioni contro il passato e il presente, ed umiliano tutti coloro che nel passato hanno vissuto. Sono un insulto all’onore e alla dignità dei nostri avi e una violazione dei diritti dei morti […]. L’ideologia del progresso rappresenta il genocidio morale delle generazioni passate – in altre parole, il vero razzismo.” (6)
Va da sé che per potersi opporre al Liberalismo, la Nuova Era dovrà essere antitetica ad esso sotto ogni aspetto dell’esistenza: quindi al globalismo si dovrà contrapporre l’identitarismo; all’individualismo il solidarismo; al relativismo l’assolutismo; all’ateismo la religiosità; all’unipolare il multipolare; al materialismo la spiritualità; alla talassocrazia anglofona, la tellurocrazia russofona. E così via.
Occorrerà quindi provocare un rovesciamento completo dei paradigmi: ragione per cui la 4TP, nel suo oscillare tra metafisica e prassi, dovrà avere anch’essa un soggetto storico proprio su cui agire, come le tre precedenti: che non sarà l’individuo vivente ma non-esistente del Liberalismo (1TP) e nemmeno l’individuo in funzione classe sociale (2TP), oppure in funzione Stato (3TP), bensì i gruppi umani, ovvero comunità organiche la cui missione spirituale e politica sarà quella di auto-modellarsi ed auto-disciplinarsi attorno alle proprie peculiarità, secondo un sistema di coesistenza multipolare.
Secondo Dugin:
“L’ethnos è il principale valore della Quarta Teoria Politica come fenomeno culturale; come comunità di lingua, credenze religiose, vita quotidiana e condivisione di risorse e obiettivi.“ (7)
Comunità di popolo, dunque, consapevoli del proprio essere (Dasein) e libere di muoversi ciascuna lungo il rispettivo sentiero di destino. Echi di Heimat, Volksgemeinschaft e Blut und Boden, fantasmi di Karl Haushofer e Walter Darré.

Ma anche di Oswald Spengler e Carl Schmitt, della Kultur e del Grossraum, con il loro baricentro spostato però dalla Germania alla Russia.
Alla 4TP dovrà pertanto corrispondere un nuovo Nomos della terra, ovvero una nuova ripartizione degli spazi geopolitici coerenti con il ritrovato destino dei singoli popoli: spazio che per la Russia, secondo Dugin, dovrà corrispondere a buona parte dell’Eurasia.
Ecco quindi allinearsi gli elementi geopolitici della 4TP, che non vuole essere solo astrazione metafisica ma si propone dottrina politica e prassi attraverso la postulazione, per la Russia, di un progetto di Imperium capace di opporsi, secondo Dugin, all’Occidentalismo unipolare dominante, corrotto e corruttore. Imperium permeato dallo spirito del Dasein e coniugato con il concetto escatologico di Katéhon, ovvero di entità che nella tradizione religiosa russa tiene a bada l’Anticristo, ma che nella rielaborazione politicizzata del Cremlino diventa barriera salvifica al caos geopolitico provocato dai nemici della Russia: Stati Uniti, NATO e “Occidente collettivo” in primis.
La 4TP nel suo continuo oscillare dalla Weltanschauung astratta alla pratica applicata, dalla metafisica alla geopolitica, dall’ethos all’ethnos. Da Dugin a Putin, dai circoli intellettuali, agli stati maggiori. Quella che forse non sarà la dottrina ufficiale del Cremlino, ma che ha l’aria di essere quella esistenziale, completa dei suoi più stridenti paradossi:
“L’idea di un mondo multipolare, nei quali i poli saranno tanti quanti le civiltà, consente di proporre all’umanità un’ampia scelta di paradigmi alternativi culturali, sociali e spirituali […]. Non ci sarà alcuno
standard universale, né materiale, né spirituale. Ogni civiltà avrà almeno il
diritto di proclamare liberamente quella che è la misura delle cose, secondo i propri desideri.” (8)
.
Sulla possibilità di scelte alternative, di dritti e desideri, insomma di libero arbitrio geopolitico per le nazioni, chiedere conferma all’Ucraina ed agli ucraini.

Fine Parte Prima
Note
(1) Giovanni Codevilla. La nuova Russia (1999-2015). Vol.4 p.129-130. Jaca Book, Milano 2016.
(2) Alexandr Dugin. The Fourth Political Theory. p.133. Arktos Ltd, London 2012.
(3) Ibid, p.40
(4) Ibid, p.149
(5) Ibid, p.142
(6) Ibid, p.34
(7) Ibid, p.35
(8) Ibid, p.96-97.
Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Articolo assai suggestivo e ricco di rimandi e sollecitazioni intellettuali (come non pensare anche a Dostoevskij?). La Russia d’oggi è l’oggetto in prima istanza della riflessione, ma è evidente che quei concetti vogliono parlare anche a noi. Infatti miti e movimenti attivi qui in occidente ne sono intrisi. Il liberalismo è alle corde e non sappiamo superarlo (hegelianamente, come sintesi che trattiene il meglio e lo sviluppa). Ecco allora lo sguardo all’indietro, che ricorda sia i cattolici antimodernisti cari a Schmitt (soprattutto de Maistre, che infatti “guardava avanti” a modo suo) sia i voli del romanticismo tedesco, che dall’apprezzamento delle diversità culturali dei popoli arriva fino al nazismo. Credo sia cosa da prendere molto sul serio: non Dugin in sé, ma la tendenza o addirittura la tensione che, del tutto inconsciamente, esprime: trovare una via d’uscita (ma davvero in avanti!) dallo stato di cose attuale, che vede un occidente così ricco e infelice, potente (?) e insicuro delle proprie stesse fondamenta. Continui a scrivere di questo!
La fine della storia di Fukuyama… mai sentita una teoria più stupida e mai letto uno “studioso” più idiota.
Grazie infinite
Una tragedia descritta in modo mirabile
Mi accende la voglia di saperne di più
Aspetto con ansia
Grazie! Il progetto comprende pezzi su Carlo Terracciano, Claudio Mutti e Maurizio Murelli. Gente a loro modo complicata ed anche pericolosa (a parte il primo che non può più esserlo).