Lasciamo stare le teorie complottiste. Quella dei grandi vecchi che si incontrano in segreto per tessere le fila del pianeta è una bella sceneggiatura degna di un blockbuster ma non è così che vanno le cose nel mondo, piuttosto esistono strategie. E soprattutto opportunismi.
Quella che sto per raccontarvi infatti è proprio una storia di obiettivi massimi perseguiti con cura e pazienza cogliendo ogni occasione fornita dal nemico. Alla distanza, l’intelaiatura potrebbe apparire come un piano mefistofelico, ma in fondo, cos’altro sono le strategie se non tele di ragno?
I ragni in questione sono Russia, Cina e Islam che, perseguendo individualmente ciascuno i propri obiettivi, hanno lavorato meticolosamente nel tempo per minare all’interno il loro principale nemico, gli Stati Uniti. Se le alleanze si sono poi concretizzate è stato in tempi recenti; prima invece, per molto tempo, le infiltrazioni sono avvenute in modo disgiunto, ciascun attore sfruttando gli spazi a disposizione secondo i propri obiettivi strategici. Tanti ragni a tessere le loro tele.
Ci vengono in mente le parole di Edward Gibbon in “Declino e caduta dell’impero romano”:
“Un perpetuo flusso di stranieri e di provinciali scorreva nel capiente seno di Roma. Qualunque cosa fosse strana o odiosa, chiunque fosse colpevole o sospettato, poteva sperare, nell’oscurità di quell’immensa capitale, di eludere la vigilanza della legge. In un così vario confluire di nazioni, ogni maestro, sia della verità che della menzogna, ogni fondatore, sia di un’associazione virtuosa che di una criminale, avrebbe potuto facilmente moltiplicare i suoi discepoli o complici.”
I cinesi sono stati abili nel lanciare una piattaforma social sulla quale si è riversata un’intera generazione, e ancor più abili nel giocare una carta che conoscevano bene perché l’avevano sperimentata sulla propria pelle da parte dei britannici: la guerra dell’oppio. Oggi, lungo le strade del disagio sociale delle grandi città americane, abbandonati sui marciapiedi o semoventi come zombie, incontriamo le vestigia della civiltà americana inebetita dal Fentanyl; chi si salva ha un cellulare in mano ipnotizzata da Tik Tok, prigioniera degli algoritmi taroccati di Pechino.
Certo, ci sono anche altri americani. Nelle praterie dell’America centrale e negli ex Stati federalisti del sud ci hanno pensato i russi, riversando sui social, per anni, ogni sorta di teoria cospiratoria atta a ridurre i cowboys in uno stato di perenne paranoia e a far fiorire la madre di tutte le sette dell’estrema destra ultra cristiana, suprematista e complottista: i QAnon, adepti della teoria del “Grande Risveglio” di Dugin, nuovo profeta di santa madre Russia e ora anche dell’America conservatrice. Isolati nei propri media di propaganda made in Moscow e guidati dal loro condottiero Trump, i QAnon, insieme ai fratelli Maga, fanatici del presidente, e le loro falangi paramilitari Proud Boys e Oath Keepers hanno preso d’assalto Capitol Hill in una fiumana umana penetrata nel cuore della democrazia americana con l’intento di spazzarla via. Non ci sono riusciti, ma l’intento non è cambiato. Così oggi, dagli spalti, Trump grida solenne: “Se non sarò rieletto, sarà un bagno di sangue!” preannunciando una guerra civile che si fa di mese in mese sempre più probabile. D’altra parte, come sappiamo, l’ex KGB si nutre del caos.
Non restano ora che i musulmani, i neri, i latinos e la borghesia progressista bianca che manda i propri figli in costosissimi campus universitari dove diventano giovani marxisti da salotto che gridano al transfemminismo antiglobalista e inneggiano Hamas. A questi ci hanno pensato i fondamentalisti islamici che per decenni, con una pazienza certosina, sono penetrati in modo capillare nel tessuto delle istituzioni intessendo una solida alleanza con la sinistra, sfruttando la tendenza modaiola all’anti-occidentalismo, fino ad appropriarsene e a guidarla attraverso il loro piccolo capolavoro: un’ideologia marxista che senza i milioni piovuti dagli stati arabi non sarebbe mai andata molto più in là di un centro sociale: il woke.
Anche se li ho elencati per ultimi, sono questi di cui ci occuperemo in questo articolo per due motivi: primo, perché il progetto islamico di conquista dell’America precede di molti anni le ingerenze russe e cinesi; secondo, perché la loro presa sulle istituzioni e la società americana è più consolidata, potente e destabilizzante. Se una guerra civile ci sarà, gli jahidisti del woke appaiono meglio attrezzati dei Maga e i QAnon, ma il fine è il medesimo per entrambe le fazioni: buttare giù tutto.
Tra le varie leggende metropolitane che circolano c’è quella che il fondamentalismo islamico sia “un’invenzione degli americani”, in riferimento al supporto offerto dagli Stati Uniti ai mujaheddin durante l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS. In realtà, il fondamentalismo islamico nasce oltre 50 anni prima ed è figlio della dissoluzione dell’impero ottomano. Innanzi alla frammentazione del mondo islamico e alla colonizzazione del loro impero, nel 1928, un gruppo di musulmani, guidati da Hassan al-Banna si riunirono in Egitto e diedero vita ai Fratelli Musulmani, una fratellanza guidata dalla missione di ricostruire ed espandere l’impero attraverso la costituzione di un califfato islamico. La confraternita nasce pertanto jahidista, ispirata al periodo medinese del Corano, intollerante contro gli infedeli (che vuole annientare) e verso la loro cultura (che vuole estirpare).
Ecco che adesso, se pensiamo all’Islam come ad un altro impero dissolto alla ricerca di riaffermazione alla stregua dell’URSS/Russia e della Cina, ci appare più chiaro l’attacco disgiunto, eppure simultaneo, di queste 3 potenze alla forza imperialista più potente; un attacco che poco o niente a che vedere con le colpe o i globalismi del target ma tutto invece con le sinergie storico culturali dei 3 conquistadores.
I musulmani cominciano ad affluire numerosi negli USA a partire dagli anni ‘50 ed è più o meno in quel periodo che approdano anche i primi Fratelli Musulmani che si impegnano fin dal principio nel formare, all’interno delle università, spesso nei dipartimenti di studi orientali, gruppi di radicalizzazione, con lo scopo di diffondere in occidente i propri valori ed espandere la propria rete di adepti.
Verso la fine degli anni ‘60, le lotte per i diritti civili e i movimenti studenteschi, offrono i primi momenti di contatto tra il mondo islamico, la sinistra anti occidentale d’ispirazione marxista e la popolazione di colore. Il woke è ancora lontano ma i primi semi vengono gettati nel decennio che segue, attraverso le opere come “Orientalismo” dello scrittore palestinese Edward Said, che offre i primi esempi di quel vocabolario che arriverà fino ai nostri giorni, come “oppressore”, “colonizzatore” e “post-colonialismo” e le opere dell’iraniano Ali Shariati nelle quali si prospetta l’ideazione di una società di stampo islamico-sciita socialista che poi troverà forma in Iran con la rivoluzione islamica.
I Fratelli Musulmani non vedono certo di buon occhio gli sciiti iraniani ma sono proprio questi studenti, più colti e occidentalizzati, così attivi nei campus americani e capaci di creare legami con le frange marxiste sia negli USA che in Iran (tanto da concretizzare la creazione di uno stato teocratico) a mostrare una strada da perseguire. Inoltre, grazie alla risposta sunnita alla nascita della Repubblica Islamica, con l’ascesa del Wahhabismo, ai Fratelli Musulmani cominciano a piovere milioni di dollari in sovvenzioni al loro progetto.
Negli anni successivi fondano decine di gruppi, fondazioni e associazioni espandendosi a macchia d’olio infiltrandosi nelle amministrazioni locali, statali e federali. Di queste, ci limiteremo a concentrarci su di una, il Council on American-Islamic Relation (CAIR) che tra i fondatori ha un intraprendente giovane palestinese vicino ai Fratelli Musulmani, Nihad Awad, che condivide con loro visione e obiettivi.
Sono anni vibranti nei campus universitari, e quando un gruppo di intellettuali marxisti dà vita alla teoria critica della razza, alcuni gruppi di studenti palestinesi scorgono un’opportunità.
Le origini della teoria critica della razza risalgono al 1973 con il saggio “Race, Racism and American Law” del professore di diritto Derrick Bell ma è verso la fine degli anni ‘80 che prende forma per opera di un gruppo di giovani marxisti (tra i quali Kimberlé Crenshaw, la madre del femminismo intersezionale) che formulano la nuova teoria più o meno sostituendo il concetto di “classe” con quello di “razza” e quello di “capitalismo” con “bianchismo”. Gli stessi creatori si descrivono come marxisti e riconoscono che la teoria critica della razza è lo strumento principale del “marxismo critico”.
La teoria parte dall’ipotesi che il razzismo istituzionale è responsabile di ogni svantaggio delle minoranze e utilizza ogni obiezione per dimostrare la sistematicità del razzismo. In sostanza, non potendo essere provata scientificamente questa teoria non può neanche essere messa in discussione e si pone dunque come un dogma: chi dissente dimostra con il proprio dissenso di essere razzista. Così – come un tempo chi criticava il marxismo diventava un “nemico del popolo” – chi critica la teoria critica della razza diventa un “suprematista”.
Questo suo aspetto dogmatico, intransigente e intollerante del dissenso negli anni assumerà la forma di quello che oggi identifichiamo con il “politically correct” e il “pensiero unico” che i progressisti (che hanno scarsa conoscenza della teoria critica della razza e si fidano di come gli è stata venduta) interpretano come tolleranza e l’ambizione ad una società più equa e giusta. In realtà la teoria critica della razza è l’antitesi di tutto ciò.
Nei 2 decenni successivi nelle università si consolida l’alleanza tra estrema sinistra e palestinesi, i cui leader spesso provengono dalle file delle sezioni giovanili dell’OLP. Per loro la teorie critica della razza (che divide il mondo in “oppressori” e “oppressi” sulla base del retaggio razziale e culturale) è la dottrina perfetta per le proprie rivendicazioni. Israele diviene così la rappresentazione plastica del capitalismo oppressore dei bianchi.
D’altra parte, dopo l’attentato alle torri gemelle, i Fratelli Musulmani, soggetti ad arresti e deportazioni, scivolano dietro le quinte delle decine di organizzazioni che hanno creato e le cui origini (come nel caso del CAIR) si sono perse nelle nebbie del tempo. Fatta eccezione che per la Holy Land Foundation (che si scopre avere trasferito fondi ad Hamas) gran parte delle associazioni legate a loro non finiscono sotto i radar dell’FBI e continuano ad operare, ad infiltrarsi, a fare lobby politica e sovvenzionare i progetti di riprogrammazione delle nuove generazioni. Già nel 2011, Mitchell Bard, nel suo “The Arab Lobby” denunciava come i testi scolastici americani, grazie alle lobby arabe, riflettessero unicamente il punto di vista palestinese: annotando anche molteplici distorsioni storiche, come per esempio non facendo menzione della risoluzione Onu del ‘47 e il riportare che nel ‘48, nel ‘67 e nel ‘73 fosse stata Israele ad attaccare i paesi arabi. D’altra parte, in tempi più recenti, dietro la promozione e diffusione della teoria critica della razza nelle scuole, o il suo derivato: “Liberate Ethnic Studies” troviamo spesso il CAIR ed altre associazioni a loro volta diramazioni di organi creati anni prima dalla fratellanza musulmana.

Appare più chiaro adesso che questa generazione di giovani universitari propal non nasca dal nulla: è stata cresciuta ed educata per uno scopo preciso: un cancro interno alla società americana; una generazione radicalizzata, con una visione islamica della Storia, che agisce in sintonia con quanto ha imparato.
A questo intreccio, manca ancora un pezzo: la Open Society di George Soros che viene tirata sul carro tramite uno dei suoi manager, Alvin Starks, amico della madrina della teoria critica della razza e del femminismo intersezionale, Kimberlé Crenshaw. La giornalista Asra Nomani in “Woke Army” ritiene che Soros sarebbe stato convinto da Starks che le politiche di Bush si erano ripercosse pesantemente sulla comunità musulmana che aveva dunque bisogno di supporto da parte delle forze progressiste.
Quando nel 2012 nasce il woke, tutto quello che è stato piantato per almeno due decenni è pronto per cominciare a dare i suoi frutti, anzi ad espandersi a macchia d’olio durante l’amministrazione Obama. A bordo ormai ci sono tutti: arabi, progressisti e Soros ad iniettare milioni per far sì che il neo marxismo conquisti non solo le istituzioni ma anche i media. Nelle università si moltiplicano i corsi sulla teoria critica della razza, quelli sull’intersezionalismo e sugli studi di genere mentre i nuovi laureati entrano nel mondo dei media, in politica, occupano nuove cattedre universitarie. Nelle scuole dell’obbligo i bambini vengono introdotti alla nuova dottrina. Così, nascosta dietro la nobile idea di giustizia e tolleranza, una teoria invece profondamente intollerante e sovversiva, mirata a distruggere dall’interno la società occidentale (e per questo sovvenzionata dai paesi arabi), diventa il nuovo credo di milioni di persone la cui cultura quella teoria vuole fa sparire dalla faccia della terra.
D’altra parte che sia possibile convincere milioni di persone ad abbracciare (addirittura vedere come salvezza) qualcosa che va contro i loro interessi è qualcosa che abbiamo visto magistralmente nell’illusione collettiva della Brexit. In un mondo polarizzato tra tifoserie da stadio è impossibile far ragionare le persone attraverso la logica: qualsiasi obiezione viene immediatamente presa come “propaganda”. E questo valeva tanto per le persone di destra (come nel caso della Brexit) come oggi per quelle di sinistra salite sul carro del woke.
Nel luglio del 2022, il senatore repubblicano Dan Bishop presentò al Congresso una mozione per stabilire le radici marxiste della teoria critica della razza e le minacce da essa poste alla democrazia americana. Sebbene la mozione non raggiunse il voto, contiene un’interessante analisi dei parallelismi con il marxismo.
Bishop parafrasò Marx sostenendo che la teoria critica della razza considera il “razzismo strutturale” come il principio organizzativo fondamentale della società statunitense, equiparando gli Stati Uniti a una nazione intrinsecamente ingiusta, oppressiva e razzista. Questo richiama le opinioni di Marx sulla natura strutturale del capitalismo. Inoltre, evidenziò che alcuni teorici critici della razza sostengono la necessità di una nuova discriminazione per contrastare il razzismo strutturale, promuovendo un’inversione delle disuguaglianze razziali giungendo – valuta Bishop – ad una nuova forma di razzismo dove si insegna ai bambini di rappresentare oppressori o oppressi in base al colore della loro pelle.
Fece notare che
“la teoria critica della razza sostiene che l’unica soluzione a questo stato di cose è “abolire la razza bianca”, evitando esplicitamente il “progresso incrementale e graduale”, in perfetta analogia con la richiesta di Karl Marx nel “Manifesto comunista” di abolire la borghesia la proprietà privata, essendo questo lo scopo chiaramente dichiarato di elevare la coscienza razziale.”
Ma è in questa parte che, rifacendosi direttamente alle parole degli artefici della teoria, Bishop solleva le questioni più inquietanti:
“La teoria critica della razza sostiene che il suo scopo è quello di risvegliare una coscienza di classe razziale – secondo le sue stesse parole – mettendo in discussione i fondamenti stessi dell’ordine liberale, compresa la teoria dell’uguaglianza, il ragionamento giuridico, il razionalismo illuminista e la neutralità e i principi di diritto costituzionale… i teorici critici della razza si considerano “altamente sospettosi nei confronti di . . . diritti” e si pongono così in opposizione alla Dichiarazione di Indipendenza, alla Costituzione, agli ideali fondatori americani dei diritti inalienabili garantiti da un governo e al tessuto sociale della Repubblica americana… alcuni eminenti sostenitori della teoria critica della razza hanno pubblicamente chiesto che i principi della teoria critica della razza siano insinuati non solo in tutte le istituzioni e le imprese americane vitali e secondarie sotto termini con definizioni specialistiche ingannevoli, tra cui “diversità”, “equità”, “inclusione”, ” e “antirazzismo”, ma anche nel governo degli Stati Uniti con potere su tutte le politiche pubbliche a livello locale, statale e federale, stabilendo di fatto una “dittatura degli antirazzisti” analoga al concetto d’avanguardia marxista di una “dittatura del proletariato” e ostile allo stile di vita americano e alla forma di governo repubblicana.”
Abbiamo dunque un’ideologia marxista, travestita da antirazzismo, che vuole “abolire il bianchismo”; che diffida dei “diritti”; che ritiene la meritocrazia uno strumento dei bianchi per continuare a perpetrare il proprio dominio sugli “oppressi”, che per decenni ha ricevuto sovvenzioni nell’ordine di miliardi di dollari da parte di paesi come il Qatar, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, il Kuwait e tanti altri, compresa l’Autorità Palestinese. Un’ideologia sovversiva e rivoluzionaria il cui carburante è la causa palestinese.
Ora siamo in grado di inserire l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 in un quadro più complessivo.
Altri miei articoli sul tema:
Link di riferimento:
https://www.opensocietyfoundations.org/who-we-are/leadership/alvin-starks
https://en.wikipedia.org/wiki/Kimberl%C3%A9_Crenshaw
https://en.wikipedia.org/wiki/Ali_Shariati
https://it.wikipedia.org/wiki/Edward_Said
https://en.wikipedia.org/wiki/Asra_Nomani
https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-resolution/1303/text?s=1&r=12
https://www.meforum.org/61818/palestinian-authority-donates-u-s-universities
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Concordo con il suo articolo. La società USA è piuttosto articolata a causa delle ondate di immigrati di diverse culture nel corso dei decenni, ma fondamentalmente io penso che sia composta nella maggioranza da conservatori , moderati o estremisti, con una importante influenza delle religioni in tutte le loro varianti. Non ritengo i democratici dei progressisti , ma solo dei conservatori moderati, anche loro condizionati dalla variabile religiosa. I veri progressisti sono una minoranza, che negli Usa è poco coinvolta nella politica, mentre è piuttosto attiva nei settori della ricerca scientifica e nelle società innovative. Non amo la declinazione della democrazie USA , né il loro liberismo sconsiderato e piuttosto radicale , perché sta permettendo ai loro nemici politici stranieri di infiltrarli senza problemi, ma anzi trovando molti ingenui alleati tra gli stessi americani.
Faccio una premessa, sono veramente preoccupato dalla diffusione di un antisemitismo travestito da antisionismo e non nutro alcuna simpatia per l’antioccidentalismo diffuso.
L’articolo offre numerosi spunti di riflessione che raccolgo con curiosità, ma la transizione postcoloniale di molti paesi del Nord Africa contiene elementi di complessità che andrebbero approfonditi, primo tra tutti il passaggio da una iniziale concezione più laica dello stato a forme nelle quali l’ingerenza religiosa é maggiormente rilevante (vedi il caso dell’Algeria). Lo stesso posizionamento dei Fratelli Musulmani andrebbe delineato con maggiore precisione, vista l’attenzione che alcune amministrazioni USA, come quella di Obama, hanno riservato a questo movimento, il quale, probabilmente, avrebbe potuto avere una funzione “stabilizzatrice” in molti paesi. La politica estera del nostro paese, grazie anche a figure come Aldo Moro, in passato é stata attenta a cogliere le sfumature presenti nel mondo mediorientale e il fatto che, ad esempio, abbia concesso una “sede diplomatica” all’OLP quando nessuno lo faceva, dimostra un approccio “intelligente” all’atlantismo, che nessuno vuole ovviamente mettere in discussione.
Concordo, la questione della gestione coloniale dopo la caduta dell’impero ottomano e le politiche successive hanno una rilevanza fondamentale ma neanche un solo libro basterebbe per abbracciare 100 anni e 4 continenti e figurarsi un articolo la cui messa a fuoco era il rapporto tra woke e Islam e come di era arrivati agli universitari che presidiano le università e vedono Hamas come eroi. Il punto è che, al di là della gestione storica, oggi il pensiero che guida l’Islam è esattamente quello tracciato da al-Banna ne “L’industria della morte” e “Il culto della morte”. È lì l’origine dell’incendio. Si poteva gestire meglio quell’incendio e usare estintori invece che benzina? Può darsi ma ogni considerazione di questo tipo diventa pura speculazione. Errori ne sono stati fatti a iosa su tutti i fronti. Il più grave a mio pare è stato quello di Carter che lasciò cadere l’Iran perché all’epoca il pentagono era farmamente convinto che una fascia di paesi fondamentalisti avrebbe fermato l’espansione del comunismo. Un errore storico con ripercussioni tragiche.
Quasi tutto condivisibile, ma gli strali contro Trump e la Brexit fanno cadere la maschera dell’autrice e la rivelano per quel che è in realtà: una marxista travestita da conservatrice.
Scrivere articoli critici sia contro la destra che contro la sinistra fa letteralmente impazzire tutti.
In uno stesso giorno mi è stato dato della marxista, della fascista e ora della conservatrice.
Fantastico ?
Agghiacciante! Chiunque abbia il cervello ingombro liquiderà questo scritto come elucubrazioni paranoiche. A me invece pare sia stato scritto in un brain storm fra Galli Della Loggia, Mieli e Panebianco: evidentemente mi ero perso qualcosa. Io spero che Lei abbia un poco esagerato, ma è solo una speranza. P.S. si capisce perchè qui in Italia non coltiviamo lo spirito critico analitico, se i nostri professori si chiamano orsini.