
Diceva Ennio Flaiano che, se il “medium è il messaggio” (copyright di Marshall McLuhan), è il postino che dobbiamo leggere, non le sue lettere. Fuor di battuta, basta possedere il medium, ossia avere buone risorse comunicative, per disporre del messaggio -e dunque manipolare e ingannare a proprio comodo. Dopo la Brexit e la vittoria di Donald Trump nel 2016, l’Oxford Dictionary scelse “post-truth”, post-verità, come parola internazionale dell’anno. Ma almeno da un quindicennio c’è un vero boom degli studi “sull’èra dell’impostura”.
Ora, che l’esplosione del Web sia coeva all’ascesa di movimenti e partiti populisti in tutto l’occidente non può essere una pura coincidenza. Secondo il politologo inglese Paul Taggart il pupulismo ha avuto molti padroni, perché è stato uno strumento dei progressisti, dei reazionari, degli autocrati, della sinistra e della destra. In ogni caso, resta una “ideologia debole”, nelle cui manifestazioni storiche sono tuttavia ricorrenti alcuni elementi distintivi: primo tra tutti l’appello diretto al popolo, senza mediazioni istituzionali, contro le élite dominanti.
Per rispondere alla domanda se i social network amplifichino semplicemente o favoriscano il populismo, bisogna tenere presente che le bugie su Internet sono avvantaggiate da tre fattori: la possibilità dell’anonimato; la possibilità di raggiungere rapidamente un vastissimo numero di persone: il fenomeno delle “cascate” informative (la bufala virale). Siamo quindi ben lontani da quella “cyberdemocracy”, contraria a ogni oligarchia intellettuale e politica, immaginata da Nicholas Negroponte e da altri profeti del Web come Gianroberto Casaleggio.
Non voglio dire che Internet ci renda ineluttabilmente stupidi o più bugiardi, come sosteneva Umberto Eco. Riflettiamo però su un punto. Come osserva la filosofa Franca D’Agostini in un aureo volumetto, mentre agli albori della cultura digitale si pensava che la nuova “trasparenza” e le nuove opportunità di partecipazione avrebbero dato un colpo decisivo alle concentrazioni di potere e ai vertici di gestione delle conoscenze, oggi tutti sanno che la massa delle informazioni è governata da quattro o cinque gruppi, i quali possono decidere la sistematica violazione della verità fattuale, rendendo difficile lo smascheramento del falso (“Menzogna”, Bollati Boringhieri, 2012).
In questo senso, non c’è da stupirsi se il “chiunque” trionfatore della Rete si trasforma in un professionista della provocazione. Complottismo e odio per l’establishment: non sono forse i grandi protagonisti della sindrome populista? Quest’ultima si basa su due radicate convinzioni: che il popolo sia depositario della verità e che sia, insieme, vittima dei raggiri della casta dei politicanti. Sul fuoco del populismo soffia poi la Rete, con le crociate contro le potenze mondialiste che tessono incessantemente le loro trame per meglio sottomettere i perdenti della globalizzazione. Mancano le prove, ma che importa? La loro assenza è la migliore conferma che il Male agisce di nascosto.
Così il Web, simbolo della modernità, diventa paradossalmente strumento di resistenza alla modernità, alle innovazioni tecnologiche, alle scoperte scientifiche, ai progressi della medicina. In altre parole, l’essenza del “grillismo” (che sopravvive a Beppe Grillo). C’è soprattutto un modo per contrastare questi bias cognitivi, come li chiamerebbero i neuroscienziati: più cultura, più istruzione, più formazione continua per i giovani e i meno giovani, per chi studia e chi lavora.
In un paese che vanta uno dei più alti tassi di analfabetismo funzionale in Europa (dati Ocse), non dovrebbe essere questa una delle principali missioni delle forze riformiste?
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Come sempre @magnomiche è fonte di riflessione.
Grazie Michele!
Gianroberto Casaleggio (come le sue creature Grillo, Conte e Casaleggio jr) non è mai stato per la democrazia. Né per quella cyber né per quella vera. È sempre stato per l’esatto contrario della democrazia.
L’ho letto e… riletto! L’innovazione tecnologica è stata spinta molto da motivi meramente commerciali non già dalla promozione – diffusione delle sue potenzialità da usare a fini formativi. L’insaziabilità mercantile si rinnova in cataloghi sempre più accattivanti nelle forme e nei contenuti, come nell’automotive, dando effetti poco previsti: mentre siamo immersi fra montagne di auto dismesse perchè inquinanti, licenziamenti generalizzati affliggono i Marchi europei dell’avanguardia tecnologica. I Cinesi ridono…
Povero Negroponte. Per me fu un mito. Quando penso a lui, a Berners-Lee, a Vint Cerf mi viene in mente Alfred Nobel e la dinamite: doveva servire a salvare le vite di milioni di operai che spaccavano montagne con i picconi..
Un articolo dalle buone premesse, ma che lungo la strada si perde senza argomentare sufficientemente la tesi dell’articolo che riguarda il web, passato da strumento della “nuova” trasparenza e di nuove opportunità di partecipazione a luogo della resilienza, baluardo al dilagante populismo.
nonostante l’abbia riletta 3 volte, io invece non capisco cosa voglia dire Lei: per Lei il web è un amplificatore o un baluardo, del populismo?
Evidentemente non sono stato chiaro: un amplificatore. Grazie per il commento, comunque.
Ha ragione. Avrei però avuto bisogno di almeno altre 2mila battute. Grazie per l’osservazione, comunque.