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Questo tweet, giunto in risposta ad un video realizzato da me, Anna Paola Concia e Aurelio Mancuso richiedeva una risposta più approfondita, perché dimostra come l’estremizzazione dei fenomeni porti alla vanificazione degli sforzi, e addirittura ad un ribaltamento, fino a negare tout court le cause alla base di determinati fenomeni.
Se si arriva a pensare che ogni femminismo sia incentrato sulla “colpa”, si stanno chiaramente confondendo cose alla base antitetiche e scambiando una lotta per i diritti civili con il fanatismo. Si fa di un’erba un fascio per negare i problemi.
Per sgomberare il terreno da malintesi, vorrei innanzitutto ricordare che le donne, fino agli anni ‘70 e per talune cose addirittura fino agli anni ‘90, non avevano gli stessi diritti legali degli uomini e che gran parte delle donne della mia generazione, in famiglia, non erano trattate allo stesso modo dei fratelli, né per noi esistevano le stesse aspettative e libertà. Qualunque donna italiana che oggi abbia più di 50 anni è nata in una posizione subordinata. Lo imponeva la cultura e lo diceva la legge.
Chi scrive aveva un padre che era una gran brava persona ed aveva un gran cuore. Eppure, nel corso della mia infanzia era un patriarca a tutti gli effetti: era lui a sedere a capotavola, a battere il pugno sul tavolo e ricordarci a tutti che il capo famiglia era lui e che in casa comandava lui. Amava nostra madre ma spesso la trattava come una serva; voleva bene a noi figlie femmine, ma il futuro a cui guardava era soprattutto quello di nostro fratello. Frasi come “quando ti sposerai, a queste cose ci penserà tuo marito” erano all’ordine del giorno perché per quanto ci spronasse a studiare, il “futuro” era sempre e solo percepito attraverso quello di un marito, non il nostro.
Era un despota da colpevolizzare? No. Non si possono giudicare comportamenti passati estrapolandoli dal contesto. Nostro padre agiva in un contesto culturale e sociale, sulla base dell’educazione ricevuta (famiglia patriarcale del Meridione e scuole fasciste) e cercava di rispondere alle aspettative della società e del ruolo che essa gli imponeva.
?La cultura patriarcale è esistita come struttura sociale, una struttura che poneva gli uomini ai vertici. Questo non significa che tutti gli uomini erano “colpevoli”. Al suo interno molti uomini erano essi stessi vittime di quella struttura e del ruolo che dovevano ricoprire, volenti o nolenti.?
Negli anni ’80, quando ero adolescente, le leggi erano state modificate, la cultura stava cambiando e, al passo con i tempi, la trasformazione di nostro padre fu radicale. Posso dire di avere avuto due padri: il patriarca della mia infanzia e il femminista della mia adolescenza. E certo, non è che si fosse sbarazzato del suo retaggio dall’oggi al domani, ma ci provava, a volte lo faceva goffamente ma ci provava.
Come ci si era arrivati? Grazie alle battaglie femministe e sociali che avevano imposto una virata culturale; che avevano fatto anche cambiare le leggi. Nel giro di uno o due decenni, la mia generazione (di uomini e donne), nata in pieno patriarcato, si ritrovò ad agire in un nuovo scenario.
E ora torniamo al punto di partenza. Fanatismo è quello che crea una lotta tra i sessi e colpevolizza facendo di un’erba un fascio; è quello che non cerca di analizzare i fenomeni, ma si ferma alla superficie; è quello che giudica senza comprendere; è quello che offre la scappatoia ad altri nel negare le basi di una problematica. Quello, appunto, è fanatismo, ed è sempre e solo stata la frangia più radicale.
Ridurre delle lotte reali alle frange più radicali è al tempo stesso una forma di fanatismo. Un po’ come chi riduce la sinistra al comunismo (anche quella socialdemocratica) e la destra al fascismo (anche quella liberista). Non è che se in un movimento ci sono alcune frange radicali che colpevolizzano, tutto il movimento è nato per colpevolizzare. Cerchiamo di essere un po’ più razionali e più profondi di così e soprattutto proviamo a non cercare di sfruttare il fanatismo per liquidare una questione ancora molto reale.
Condannare il femminismo come un movimento illiberale e sessista è una scappatoia, anche se alcuni gruppi femministi sono così. È un modo per liquidare una questione con il classico: “oggi il patriarcato non esiste più, c’è la parità dei sessi e abbiamo anche un PdC donna, cosa vogliono le donne di più?” La pietra tombale sulle problematiche.
E le problematiche sono ancora tante e ce le dovremmo porre tutti, uomini e donne, senza guerre. Ne cito solo alcune:
La disparità salariale
Gli uomini guadagnano sostanzialmente più delle donne, è un fatto, non stiamo a girarci intorno o a liquidarla come Vittorio Feltri “se le donne vogliono guadagnare come gli uomini devono lavorare quanto gli uomini”. Dando ad intendere che le donne siano delle sfaticate, che lavorino poco per scelta e che la disparità salariale sia colpa delle donne.
Chi è che colpevolizza?
Se ti opponi a questo ragionamento e proponi una riflessione, ecco che vieni tacciata per fanatica.
Io la chiamo polarizzazione. Quella che non ci porta da nessuna parte e mantiene lo status quo.

La rappresentanza ai vertici amministrativi
I vertici amministrativi in Italia , in gran parte delle aziende, continuano ad essere composti largamente (e in alcuni casi esclusivamente) di uomini. Se si nega la questione è perché forse, sotto sotto, continua a permanere il sottinteso che “sono più capaci”.
In tal caso, chi è che colpevolizza?
Se ti opponi a questo ragionamento e proponi una riflessione, ecco che vieni tacciata per fanatica.

Il calo delle nascite
In Italia non si fanno più figli. La questione è complessa e non riguarda certo solo le donne, ma poiché il periodo riproduttivo di una donna è relativamente breve rispetto a quello di un uomo (circa 30 anni), sarebbe fondamentale capire come agire strutturalmente nella società perché le donne non debbano giungere quasi alla fine di quel periodo riproduttivo prima di essere nella condizione di fare figli.
Certo, ci fu chi suggerì di togliere i libri alle donne (come un talebano qualsiasi) ma ci si aspetterebbe che in una società civile e democratica la risposta possa essere trovata nel pieno rispetto dei diritti e della dignità degli individui, senza implicare che una categoria può fare e disfare dell’altra decidendo se può o non può studiare. Che poi, gira e rigira, si arriva sempre a dire “le donne non vogliono più fare figli”, dando ad intendere che ci sia una base di egoismo alla base di tutto.
Chi è che colpevolizza?
Se ti opponi a questo ragionamento e proponi una riflessione, ecco che vieni tacciata per fanatica.

La partecipazione e l’interesse per la politica
Non basta avere una PdC donna e qualche deputata. Solo metà degli italiani vota alle elezioni e di questa metà, le donne sono una minima parte. Le donne in Italia non votano quasi più. Cerchiamo di domandarci cosa sta succedendo.
Chi scrive conosce i dati dei lettori di questo blog che si occupa di politica. Sono all’80% uomini, con solo il 20% di donne (dai 50 in su). È uno di quei fenomeni sottocutanei, invisibili ai più, che sono tanto retaggi del passato quanto specchio di problemi contemporanei.
Risposte al momento non ne ho, e neanche soluzioni, ma mi interessa esplorare e comprendere il fenomeno per cercare di risolverlo senza liquidarlo alla spicciola (come mi è capitato di sentire). “Bèh, se le donne ora che hanno tutti questi diritti non si interessano, sarà anche colpa loro”.
Chi è che colpevolizza?
L’aborto
È una questione delicata che riguarda tutti: uomini e donne, ma che comunque ricade sulle donne. Questo perché un padre può anche non essere sulla scena (stupri, incontri occasionali, relazioni finite e padri latitanti) e perché – per motivi strettamente biologici – è la donna che deve portare avanti la gravidanza.
Senza entrare nel merito del “pro” o “contro” (chi scrive è assolutamente “pro” ma non è questo il punto), il merito della questione è che in Italia si pensa che sia una questione che riguardi esclusivamente gli uomini e che pertanto devono essere loro a discuterne. Come ne avevo scritto qui:

Tanta è ancora la strada da fare e chi vuole porre la questione come una guerra tra i sessi (sia questo il radicalismo di chi inneggia alla cultura patriarcale dello stupro o chi nega i problemi nascondendosi dietro agli eccessi dei fanatismi) rappresenta un ostacolo al miglioramento del paese, tutto.
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Mi permetto di aggiungere che la fertilità femminile viene considerata maggiormente in quanto la riproduzione femminile, e quindi la vita delle donne, da sempre vale di più di quella maschile per un mero dato biologico: in natura, come in economia, una risorsa scarsa ha maggior valore. Un solo uomo può fecondare con una sola eiaculazione tutta la Toscana. Una donna ha un numero di ovociti contati e per di più può partorire un figlio ogni nove mesi. Viene da sé che per qualsiasi civiltà è indispensabile mantenere le donne vive e in salute attivando strategie di protezione mirati se necessario. E di certo questo include il NON mandare in guerra le donne, bensì gli uomini poiché la loro morte non rappresenterebbe la minaccia maggiore al futuro demografico della società.
Voi vi lamentate del fatto che le donne vengono suppostamente prese di mira per il calo demografico, ma ignorate deliberatamente chi versa in situazione di assoluta noncuranza da parte delle istituzioni proprio perché la sua vita non vale nulla. Del resto, se la vita di un povero non vale niente, figuriamoci la sua opinione.
PS: dovete assolutamente citarmi una sola legge che obblighi o abbia obbligato le donne a concepire e condurre gravidanza per obbligo legale in quanto il loro corpo appartenesse allo stato. Sarei davvero curioso di poterla leggere, quella legge. Così almeno saprei di non vivere in uno stato che impone obblighi costituzionali solo agli uomini con la chiamata alle armi in caso di guerra, tutta maschile.
No, perché, se dovessimo proprio parlare di una legge che permetta di stabilire in maniera del tutto arbitraria e a unica discrezione di un solo genere una sorta di “controllo riproduttivo” assistito dallo Stato e quindi dalla società, con tanto di sostegno di istituzioni e infrastrutture, questa sarebbe la legge 194 del 1978, più conosciuta come la legge sull’aborto in quanto identifica la donna come unico individuo il cui giudizio è esclusivamente, unicamente e legalmente determinante sulla decisione se portare a termine la gravidanza o meno.
Il “gender pay gap” è un problema inesistente, se le può interessare avevo scritto proprio nel merito, le riporto il mio articolo, lungo ma esaustivo: “Oggi parlerò di parità (e privilegi), dando uno sguardo d’insieme su quelle che sono le funzioni sociali tipiche di uno stato democratico, le leggi di mercato e i fraintendimenti che possono nascere dal trascurare la distinzione netta che intercorre tra Stato e imprese private, con un sovraccarico di aspettative verso queste ultime che esula da ciò che normalmente ci si potrebbe attendere dagli operatori economici.
Infine, farò un breve excursus critico sulle politiche fallimentari poste in essere dallo Stato, in relazione alle pari opportunità con riferimento specifico al mondo del lavoro proponendo, contestualmente, dei correttivi strutturali derivati dalla corretta messa a fuoco del presunto ostacolo non-paritario.
Procederò, chiaramente, per semplificazioni, confidando in una conoscenza di base delle principali nozioni economiche. Per qualunque dubbio o approfondimento, non esiti il lettore a chiedere nei commenti.
1 . Premesse generali
Sappiamo che lo Stato moderno democratico ha, tra le sue prerogative di ente, anche delle funzioni sociali.
Lo Stato, per grandi linee, non esaurisce le sue attività con la difesa dei confini, la sicurezza interna e la mera regolazione dei rapporti tra i cittadini ma, in coerenza con i suoi principii fondanti, ricerca e promuove quei valori relativi alla persona che parlano di uguaglianza, di parità, di dignità (in ogni ambito, compreso quello lavorativo che oggi, in particolare, sottopongo alla vostra attenzione), di rispetto nei confronti delle minoranze e che si traduce, in parte, con l’incentivazione delle fasce più deboli guardando con occhio favorevole alla rimozione di tutti quegli ostacoli che possono rendere difficoltoso il godimento dei diritti riconosciuti, così come la fruizione dei servizi erogati.
Le imprese private, pur operando all’interno dello Stato, non hanno quelle stesse finalità e perseguono obiettivi completamente diversi: votate al profitto, le imprese private rispondono a logiche di mercato, non hanno intenti sociali e non ricercano null’altro che il raggiungimento del proprio scopo, nella maniera più efficiente possibile; per un’impresa che opera in un mercato di tipo concorrenziale lo scopo coincide, come ci insegna l’economia classica, con la massimizzazione del profitto.
Dobbiamo partire dal presupposto secondo cui, un’impresa che agisce in un libero mercato, fa ciò che è necessario fare per raggiungere al meglio i propri scopi, niente di più e niente di meno; quanto detto bisogna fissarlo come principio di superficie, generalmente valido.
Un’impresa di produzione, ad esempio, non potrà fare a meno di reperire sul mercato i beni e le materie prime necessarie per avviare la sua attività di produzione.
Allo stesso modo non potrà fare a meno di ricercare, sul mercato del lavoro, le unità lavorative di cui necessità per svolgere l’attività di produzione.
Ma quante unità lavorative? Darà il via ad un processo di assunzioni senza termine?
Chiaramente no: l’impresa assumerà le unità necessarie per svolgere al minor costo lavorativo possibile la maggiore produzione possibile per unità di tempo; assumerà le unità necessarie e non una in più.
Questo avviene perché, se osserviamo la curva del costo del lavoro, vedremo il suo andamento discontinuo, con utilità marginale inizialmente crescente che poi decresce, in maniera inesorabile, via via che le unità lavorative aumentano con le assunzioni.
Per questo l’impresa (che ha il solo scopo di massimizzare il profitto), continuerà ad assumere fino a quando il salario uguaglierà il valore del prodotto marginale del lavoro: superato quell’equilibrio, qualunque unità lavorativa in più rappresenterebbe un costo superfluo, e l’impresa smetterebbe di assumere.
Tuttavia le imprese devono accettare alcune istanze sociali in funzione di precise disposizioni di legge.
Il primo esempio lampante è il pagamento delle tasse: le tasse hanno una funzione sociale ma da un punto di vista strettamente funzionale non c’è alcuna ragione per cui un’impresa privata debba pagarle spontaneamente.
In un mercato ideale, svincolato dall’influenza statale, un’impresa privata sarebbe in grado di operare senza pagare alcuna tassa.
Considerazione: Il pagamento delle tasse avviene su base coercitiva.
Faccio un altro esempio: la difesa dell’ambiente è una funzione nuova dello Stato moderno. L’attenzione e la promozione di politiche verdi sono cresciute in maniera esponenziale negli ultimi due decenni.
L’attitudine green, che di riflesso hanno avuto le imprese, non è avvenuta motu proprio, ma assecondando due spinte esterne, la più rilevante data dall’obbligatorietà della legge statale che, negli anni, ha obbligato le imprese ad adeguare le proprie emissioni e i loro processi di lavorazione legandoli a standard sempre più restrittivi e – in misura minore – correlata al marketing fiutato dalle imprese stesse, e relativa alle ricadute positive in termini di affermazione prodotto che, il mostrarsi rispettose dell’ambiente, avrebbe avuto come conseguenza vista la sensibilità sempre crescente e l’attenzione che il consumatore dimostra verso questi temi: tolte dal tavolo queste due motivazioni, le imprese avrebbero continuato ad inquinare come prima, o anche peggio, se questo si fosse rivelato più redditizio. Le scelte delle imprese sono, quindi, delle scelte economiche, scevre da valutazioni diverse.
Considerazione: il rispetto delle norme antinquinamento avviene su base coercitiva e di interesse.
Un ultimo esempio: un’impresa non ha alcun interesse a riconoscere le ferie retribuite ai propri dipendenti, oppure a fissare un tetto massimo di ore lavorative quotidiane. Lo Stato sancisce con una legge questi diritti.
Considerazione: il riconoscimento di un limite all’orario di lavoro e di un periodo di ferie retribuite avviene su base coercitiva (questa è una semplificazione soddisfacente di un aspetto che, nello specifico, è molto più complesso, ma che non è necessario dettagliare per lo sviluppo di questa riflessione, di ciò che vuol mettere in luce, e delle sue conclusioni).
2. Un errore di metodo: pensare che gli operatori economici adoperino il metro dei valori sociali
Se noi osservassimo con l’occhio dell’homo economicus il sistema di mercato dato dalla triade Stato/Imprese/Famiglie focalizzandoci sulle scelte che le imprese compiono al suo interno, noteremmo delle scelte esclusivamente utilitaristiche del tutto comprensibili, che potremmo biasimare soltanto ignorando i fondamenti economici.
Non dovremmo stupirci, per esempio, se un’impresa volesse pagare meno le unità produttive che rendono meno oppure se, più drasticamente, decidesse di non assumere unità produttive meno efficienti potendo attingere liberamente da un mercato del lavoro in grado di offrire entrambe le tipologie di lavoratori.
Quando le femministe, o le donne in senso lato, lamentano una mancanza di parità, una disparità di trattamento economico con riferimento a ciò che oggi viene definito “gender pay gap” (in italiano divario retributivo di genere), si stanno lamentando, in buona sostanza, delle scelte economiche proprie degli attori economici.
Se questo è comprensibile da un punto di vista umano (non necessariamente condivisibile, ma indubbiamente comprensibile), non lo è per la disciplina economica che risponde alle sue leggi intrinseche; inoltre non va dimenticato che esse stesse sono assimilabili ad attori economici nella loro qualità di consumatrici che compiranno, a loro volta, scelte economiche basate su mero utilitarismo.
Su questo torneremo a breve, vista l’importanza di rilevare e far comprendere un dato da cui non si può prescindere, e cioè l’impossibilità materiale di applicare, nell’età contemporanea, dei correttivi funzionali sul divario salariale che siano pienamente inseriti nella logica economica e smarcati dal limite ideologico della cosiddetta parità e dall’imposizione statale che agisce come contrappeso forzato, e che grava sulle tasche dei contribuenti.
3. Il costo dei diritti e della “parità”
Se, in passato, il mercato del lavoro e quello delle merci procedevano parallelamente e di pari passo in quella che era una complementarità funzionale, con l’avvento dell’era digitale e soprattutto grazie allo sviluppo dell’infrastruttura internet, lo stravolgimento dato dalla globalizzazione li ha posti su strade divergenti, scollegandoli completamente l’uno dall’altro: il mercato di merci, beni e servizi è diventato un mercato globale, mentre il mercato del lavoro ha continuato ad essere, in linea di massima, un mercato fortemente territoriale.
In un sistema sostanzialmente a compartimenti stagni, come lo erano i mercati nazionali in passato, la concorrenza tra imprese era una concorrenza interna al mercato di riferimento e la concorrenza di altri mercati (pertinenti ad altre forme di governo, e soggetti ad altre leggi), non era contemplata; importazione ed esportazione erano fenomeni marginali e controllabili, regolati dai governi nazionali con specifica tassazione. Non facevano eccezione nemmeno i grossi conglomerati multinazionali come, ad esempio, le Case automobilistiche. Ma nonostante queste premesse apparentemente ideali, anche in quella situazione i diritti dei lavoratori rappresentavano una fetta di costo importante, caricato sul prodotto finito.
Perché i diritti costano, e questo è un fattore che un’impresa che opera sul mercato conosce bene e di cui non può non tenere conto nell’ottimizzazione dei suoi processi produttivi: e se non poteva non tenerne conto prima, a maggior ragione dovrà farlo oggi, quando il mercato di riferimento è un mercato globale che non è mera sommatoria dei mercati locali, ma è dato dai mercati locali ognuno con le sue regole, nel confronto serrato con una concorrenza spietata e radicata in governi con codici valoriali non sempre congruenti, spesso difficilmente comprensibili e distanti.
Questo potrà anche farci storcere il naso, ma è la realtà con cui dobbiamo scendere a compromessi, altrimenti il rischio è quello di colare a picco, guardando quanto bello sia il quadretto esposto alla parete, che incornicia la nostra Costituzione e i suoi principi, mentre veniamo divorati da altri Stati che di quegli stessi principi se ne infischiano. E questo sta letteralmente avvenendo sotto ai nostri occhi perché le imprese, oggi, devono confrontarsi con operatori esterni che provengono da nazioni dove i prodotti sono in buona parte scaricati dal costo dei diritti (un esempio su tutti il mercato cinese, dato dall’apertura all’economia di quello che è, ancora, a tutti gli effetti un rigido gigante comunistoide). La sfida per la nostra impresa è quella di contrastare un adeguamento che impone il gioco al ribasso sui diritti, e non è possibile pensare che essa possa vincere questo confronto zavorrata, in partenza, da uno Stato che non è nemmeno in grado di opporsi alle frenesie femministe più insensate sulla “parità“.
Per un’impresa, oggi, è già molto difficile garantire i diritti minimi ai lavoratori in genere (e che bisogna sempre intendere come “ far gravare sul prodotto” il costo di questi stessi diritti), per cui risulta del tutto improbabile poter assecondare politiche nazionali che pretenderebbero, in nome della parità, di fare una distinzione sul sesso delle unità lavorative, per obbligare un’impresa a pagare le unità che rendono meno esattamente quanto quelle che rendono di più, e questo sulla base di rivendicazioni di principio, di tipo paritario ma del tutto inattendibili.
Ne sentiremo parlare a volontà, vedremo programmi accompagnati dalle solite zuffe televisive, i partiti faranno proclami ideologici e false promesse, ma nessuno potrà mai mettere in pratica un correttivo del genere a meno che non decida, con una scelta impopolare, di far ricadere tale “parità”, sulle tasse dei contribuenti.
Perché quello che si può affermare senza ombra di dubbio è che non saranno in nessun caso gli operatori economici a farsi carico di questo costo, non potendo reggere la concorrenza esterna di un mercato globale dove il consumatore continuerebbe a fare il consumatore compiendo scelte puramente economiche, donne comprese: la stessa femminista che lamenta divario salariale, qui ed oggi, sarà la stessa consumatrice che preferirà, ad esempio, acquistare una sciarpa di manifattura cinese per il suo costo inferiore rispetto ad una di manifattura italiana, con la differenza che la seconda contiene il costo di quel diritto che lei reclama, la prima no.
Il consumatore non effettua scelte sociali ma, sistematicamente, scelte di utilità: perché dovrebbero farlo le imprese?
4. Parametri retributivi: malintesa discriminazione su malintesi diritti
Nella valutazione di un’eventuale assunzione e relativa definizione della retribuzione non dovrebbe, forse, un’impresa tenere conto dell’efficienza in termini lavorativi del soggetto in valutazione? Per quale motivo, l’adeguamento della retribuzione all’effettiva resa sul lavoro, dovrebbe essere considerata discriminazione?
Una discriminazione è un trattamento diverso a parità di condizioni, non un trattamento adeguato a condizioni diverse.
– E’ un dato di fatto che una unità lavorativa maschile sia più forte fisicamente rispetto ad una di sesso opposto;
– E’ un dato di fatto che le donne in età fertile siano sottoposte mensilmente ad una tempesta ormonale e che gli squilibri ormonali si riflettano sul comportamento, sulla produttività e sull’ambiente di lavoro stesso;
– E’ un dato di fatto che, in caso di gravidanza, una donna si assenterà per lunghi periodi retribuiti;
Un’impresa non può non tenere conto di queste evidenze nella fissazione di parametri assuntivi e retributivi, e nessun governo può obbligare un’impresa a decidere diversamente rispetto alle valutazioni che ritiene opportune, nemmeno nel nome di principii generali. E, infatti, è ciò che avviene.
Perché i principi generali non vanno letti ed interpretati erroneamente: lo Stato deve, certamente e giustamente, impegnarsi affinché non ci siano discriminazioni in relazione all’accesso al mondo del lavoro, ma non può imporre (fatto salvo il salario minimo legale, soglia base valida per entrambi i sessi), come e quanto un’impresa debba retribuire in un libero mercato.
Lo Stato fa lo Stato e si occupa, al massimo, di principi generali, non si comporta come un ragioniere che compila buste paga. Di che divario si parla?
Perché c’è un evidente fraintendimento, se si vuole spostare l’attenzione da “ il lavoro è un diritto per tutti i cittadini” a “pretendo di essere pagata come chi rende di più, pur rendendo di meno”, perché nell’essere pagati meno se si è meno efficienti, francamente, non è ravvisabile discriminazione alcuna.
Quando lo Stato (ma qui si tratta di categorie speciali), impone alle imprese di assumere lavoratori disabili sta interferendo negli equilibri del mercato lavorativo. Ma per molti di quei lavoratori, probabilmente, non ci sarebbe altro modo per accedere al mercato del lavoro differente dall’esercizio dell’autorità statale, e la misura che si tratti una forzatura fondata su principii etici e non su equilibri economici, ci viene data da ciò che lo Stato offre alle imprese come bilanciamento di quelle assunzioni: agevolazioni, sgravi fiscali, eccetera.
Da un lato, quindi, lo Stato esercita la sua autorità ed impone; dall’altro deve compensare l’esercizio di questa autorità in termini di benefici per le imprese: ma questi benefici, com’è ovvio, gravano sul contribuente in maniera diretta e/o indiretta. E’ la comunità che paga di tasca propria per vedere concretizzati gli ideali in cui si riconosce, non l’impresa.
E, qui, torno idealmente al punto cui eravamo giunti nell’articolo di pochi giorni fa, quello relativo “ai parcheggi rosa”: dobbiamo considerare le donne al pari di cittadini disabili anche in un’ottica lavorativa? Dovrebbe, la società, farsi carico di questo costo ulteriore che le imprese non possono assorbire per ovvie ragioni? E , se si, per quale presunto “diritto” dovremmo pagare profumatamente?
Tratteggiarlo mi sembra il minimo, se davvero si vogliono strutturare politiche in questo senso.
Il presunto diritto che dovremmo far ricadere sull’economia del Paese, restando alle farneticazioni ideologiche femministe -mai paghe di spingersi oltre qualunque assurdità già precedentemente codificata- può essere espresso nei termini seguenti:
“Pagare le persone che rendono meno, alla stregua delle persone che rendono di più”
Nella frase sopra riportata, non c’è alcuna discriminazione di matrice sessuale essendo, con evidenza, lo specchio dell’espressione esasperata di rivendicazioni irrazionali. Su questo voglio porre particolare attenzione, perché la questione assume sfondo sessuale soltanto se viene posta e la si vuole intendere come tale, dal momento che il dato sessuale è -con ogni evidenza- del tutto superfluo: ad un’impresa importa meno di zero il sesso del lavoratore, se il parametro di valutazione è il rendimento. Ma nella valutazione del rendimento non si possono ignorare quelli che sono “fatti biologici” e non pregiudizi, e se una donna è fisicamente meno prestazionale di un collega maschio e si assenta di più, di tutto questo bisogna tenere conto. La frase sopra riportata, infatti, si regge logicamente anche senza menzionare il sesso.
Le “risorse umane” sono per l’impresa delle risorse a tutti gli effetti, esattamente come lo sono i beni strumentali: se un’impresa acquistasse un macchinario di resa inferiore lo dovrebbe (e lo vorrebbe), pagare di meno rispetto ad un modello più efficiente e più costoso, e noi tutti ci metteremmo a ridere se qualcuno ci parlasse di “discriminazione dei beni strumentali”.
Per quanto visto, risultano molto chiari i fraintendimenti sui diritti, i limiti concettuali e la scarsa applicabilità delle rivendicazioni femministe in ambito lavorativo, ciò nonostante non significa che non possano essere applicati dei correttivi fondati, che possano essere d’aiuto ad entrambi i sessi nell’accesso al lavoro, in grado di agire sulle imprese senza, per questo, turbare gli equilibri del mercato e, soprattutto, senza gravare sulle tasche del cittadino.
Nell’ottica propositiva di uno strumento efficace che fruttifichi su premesse realmente paritarie, una prima misura dovrebbe essere quella di disincentivare la richiesta, da parte delle aziende, del sesso e della foto nei curricula: nessuna deroga prevista, in tal senso, nemmeno per professioni come modello/a, settori da sottoporre a nuova regolamentazione, secondo un’ottica pari genere non-estetica: il principio che deve essere affermato è “l’impiego di un essere umano per svolgere un lavoro”, cui segue retribuzione secondo i parametri di legge (che, nello specifico, non significa nella maniera più assoluta retribuire allo stesso modo chi rende meno).
Il correttivo si applica, pertanto, sulla selezione per l’accesso al lavoro, perché è quello il punto cruciale in cui si può annidare autentica discriminazione: non ti assumo in quanto donna, non ti assumo in quanto uomo (si, succede anche questo, in tutti quei lavori dove si preferisce la presenza femminile), non ti assumo perché brutto, non ti assumo in quanto nero, non ti assumo perché (…). Questo sarebbe un correttivo in grado di garantire la stessa potenzialità in ingresso a tutti i cittadini, restando al contempo in piena coerenza con le dinamiche del mercato del lavoro.
è un articolo sostanzialmente ridicolo. in passato non vi era alcuna società patriarcale. gli uomini non erano ai vertici. hai una vaga idea di quanti uomini sono morti per il progresso, per esplorare territori, per combattere guerre ,il tutto al fine di proteggere le proprie mogli? l’uomo è sempre stato incatenato (oggi come allora) nell’istituto del matrimonio. erano le donne a cercarlo maggiormente. matrimonio significava e significa tutt oggi MANTENIMENTO, anzi OBBLIGO di mantenimento da parte dell’uomo nei confronti della moglie. la società non ha mai favorito l’uomo , egli è anzi la vittima fisica e psicologica della storia.
andiamo ora a smontare la serie di fesserìe presenti che hai utilizzato per millantare una sorta di “disparità” tra uomo e donna.
DISPARITA’ SALARIALE
Le donne oggi scelgono ANCORA l’uomo soprattuto in base a quanto guadagna. l’uomo che non offre, l’uomo disoccupato, l’uomo che preferisce stare a casa con il figlio non riceve l’apprezzamento delle donne che, come sai, selezionano il partner in base ad ALTRI MOTIVI. uno tra questi, forse il piu importante, è ancora lo stipendio. lol trovami una donna che seleziona il partner in base alla “voglia che ha di stare a casa a curare i bambini”. e la cosa vergognosa è che quando l uomo lavora, la donna spesso lo accusa di “non darle attenzioni” lol e “non dare attenzione ai figli” lol il femminismo (e tu in particolare) ha ribaltato completamente la realtà di come funziona il mondo. LA MAGGIOR PARTE DELLE DONNE OGGI NON VUOLE LAVORARE. andare all’università fingendo di fare qualcosa e poi fare un lavoro part time o anche full time per poi terminarlo una volta fidanzate E’UNA SCELTA. OGGI LA DONNA PUO SCEGLIERE SE STARE INSIEME A UN UOMO CHE SI OCCUPI DI TUTTO OPPURE LAVORARE. E anche in quest ultimo caso sceglierà comunque un uomo con uno stipendio superiore,in modo da poter vivere il lavoro in tutta tranquillità, sapendo che, se lo perde, potrà tranquillmente contare sul marito (un po’ piu comodo lavorare così vero cara la mia blogger? 😉 ) che si occuperà di tutto,o comunque lasciare il lavoro non appena trovano uno con uno stipendio piu alto. chissà come mai le discriminazioni che operate nella selezione del partner non rientrano mai nelle vostre critiche. le donne in media ricevono stipendi piu bassi PERCHE PER LORO IL LAVORO NON E’ FONDAMENTALE, E SE UNA COSA NON E’ FONDAMENTALE BEH, non te lo devo dire io, L’IMPEGNO CHE UNA CI METTE E’ MOLTO PIU BASSO DI QUELLO CHE CI METTERA’ UNO (uomo) CHE SENZA LAVORO FINIRA’ IRRIMEDIABILMENTE IN MEZZO A UNA STRADA (il 95% dei senza tetto sono uomini) (l’87% dei suicidi sono uomini) strano che in fondo a ogni statistica negativa vi siano sempre e solo uomini (problemi di droga, alcolizzati, carcerati, è proprio un elenco sterminato che è inutile ripetere)
LA RAPPRESENTANZA AI VERTICI AMMINISTRATIVI
Ovviamente , per gli stessi motivi di cui sopra, le donne non hanno interesse a occupare ruoli di potere, non sono interessate, il loro desiderio piu grande è ancora quello di trovare un uomo che guadagni piu di loro e che le faccia sentire economicamente sicure. schifano l’uomo che vuole rimanere a casa a fare i mestieri, o a curare il bambino, chiamami al cellulare cara la mia blogger quando avrai trovato una donna che seleziona il partner in base alla “voglia che ha di stare a casa a curare suo figlio” (lol). e ovviamente sappiamo che circa il 70% delle donne sceglie dopo il liceo una facoltà umanistica, mentre l’80% degli uomini sceglie una facoltà scientifica. è normale dunque che una laurea umanistica condurrà a minori posizioni di potere. è nel corso naturale delle cose (e degli ATTEGGIAMENTI E COMPORTAMENTI SCIENTEMENTE MESSI IN ATTO DALLE DONNE) che le donne in media guadagnino meno degli uomini. non c’è nessun gap salariale, ci sono solo una serie di falsità e bugìe dette dal femminismo e dalla blogger in questione. bugìe totali per nascondere la verità e coprirsi dietro al velo di questa società che tratta bene le donne a prescindere, impossibile muovere una critica (ci scommettete che la blogger mi accuserà di essere “misognino” oppure “uno che non scopa”? le femministe fanno così, attaccano sul personale e mai gli argomenti, che non reggerebbero neanche un secondo a un confronto logico razionale).
ma andiamo avanti.
LA PARTECIPAZIONE E L INTERESSE PER LA POLITICA
il fantastico diritto di voto lol che in passato per l’uomo significava andare a morire in guerra. infatti il diritto di voto era subordinato alla sacrificabilità in battaglia. è normale che le donne non potessero votare, non erano pronte o meglio OBBLIGATE (come gli uomini) A MORIRE PER IL PAESE. IN PASSATO GLI UOMINI ERANO ADDESTRATI ALLE GUERRE FIN DA BAMBINI CON PUNIZIONI CORPORALI, TORTURE FISICHE , che spesso portavano alla morte (ancor prima che morire in battaglia). questa era ed è sempre stata la condizione dell’uomo nei secoli dei secoli: un animale sacrificabile e da buttare al macello della guerra, con la donna sempre protetta e a casa a “donare il proprio marito alla patria”,e le VITTIME erano comunque loro lol (le vedove di guerra) ma dei mariti morti è mai fregato qualcosa a qualcuno?
il grandissimo “diritto di voto”, così tanto sudato (dove sono le femministe morte per questa battaglia? non ne vedo, per forza non sono mai esistite, solo gli uomini sono morti per ideali, per progresso, per guerre, guerre spesso volute da donne regìne che erano quelle che statisticamente hanno promosso piu guerre), ebbene questo diritto di voto era così tanto un diritto che oggi le affluenze ai seggi (sopratutto da parte delle donne) non sono mai state così basse (pensate quante donne oggi lo considerano un diritto ahah).
come detto, le donne sono meno presenti in politica perchè una carriera politica semplicemente ALLA MAGGIOR PARTE DELLE DONNE NON INTERESSA. l’uomo non seleziona in base allo status della donna. tra una spazzina bella e una parlamentare bruttissima l’uomo sceglierà comunque la spazzina bella, di conseguenza le donne non hanno interesse a fare carriera, se non per ottenere uomini ancora piu ricchi. questa è la realtà. e come detto prima le donne SCIENTEMENTE scelgono lavori meno pagati, perchè così hanno MENO RESPONSABILITA’ e le donne rispetto all’uomo non sono costrette, sia dallo Stato sia dagli uomini stessi, ad assumersene, perchè ci sarà sempre qualche zerbino che penserà a loro.
L’ABORTO
ovviamente l’omicidio è una grande conquista femminista, ma questo lo sapevamo già. io che sono uomo che pur di non avere un figlio , mi metto sempre il preservativo e pratico sempre il coito interrotto (per paura che il preservativo si rompa), nonostante le poche opportunità che ho di scopare rispetto a una donna mi responsabilizzo, perchè se aspetto loro (che hanno 12 contraccettivi a differenza nostra che ne abbiamo uno solo) starei fresco. le donne oggi usano praticamente l’aborto come contraccettivo. forse è un espressione esagerata ma è così. la maggior parte delle gravidanze indesiderate avviene per condotta irresponsabile della donna. è una falsità parlare di stupri, di violenze o di altre cose, la maggior parte degli aborti accade per IRRESPONSABILITA’ DELLA DONNA DURANTE IL SESSO. che oggi è visto come un gioco. e non diciamo che il sesso si fa in due, perchè il potere sessuale è TUTTO NELLE MANI DELLA DONNA (se la donna decide che non si fa sesso, beh, sesso non si fa, ha lei il potere, compreso quello di SCEGLIERE UN PARTNER RESPONSABILE, poi però basta che sia bello e se non ha il preservativo se ne fregano perchè l’importante è raccontare alle amiche di essersi scopate il bello, poi però devono commettere un OMICIDIO per rimediare all’errore) di conseguenza la donna e’ L’UNICA RESPONSABILE IN UNA GRAVIDANZA INDESIDERATA.
Concordo. C’è ancora troppa gente che sostiene che sia giusto che una donna guadagni di meno perché lavora di meno quando fa i figli. Sono le stesse persone che poi si lamentano del calo delle nascite e accusano le donne di non fare figli. Il cortocircuito della nostra società.
Affermazione oscura. Qualche virgolettato o citazione per capire a chi si riferisce o di cosa sta parlando?
L’ISTAT ci dice che in Italia nascono 1,2 figli per donna. Quanti ne nascono per un uomo? Non si sa, all’ISTAT non interessa. Ma sappiamo che sono molti meno. E se scoprissimo che solamente un uomo su 4 riesce a diventare padre? E che è la tendenza è in ulteriore ribasso? E’ giusto così oppure no? Gli uomini hanno il diritto di essere padri oppure no? Perché parlare di sostegno alla famiglia quando l’unico sostegno che viene dato è al genere femminile, che già riesce ad esperire la maternità molto di più rispetto a quanto gli uomini riescano ad esperire la paternità?
Concordo pienamente con le sue riflessioni e azzardo un mio personalissimo pensiero. La mancata uguaglianza reddituale (ma anche l’impedimento ad accedere a ruoli maggiormente significativi, sia nella PA che nel privato) è legata a doppio filo al calo delle nascite. Ancora oggi una giovane donna, magari sposata/convivente, è malvista dal proprio DdL in quanto potenziale problema aziendale, temendo il momento in cui dover gestire l’assenza per “una naturale propensione al concepimento”. E qui l’ultima ma grossa lacuna della nostra organizzazione sociale: alla puerpera (e di conseguenza alla sua famiglia) manca un concreto sostegno pre e post parto al punto da disincentivare la gravidanza (tutela del posto di lavoro, accesso ad orari flessibili; ect…). Con ossequi la saluto
pensa che questo problema si risolverebbe semplicemente dando agli uomini gli stessi diritti che hanno le donne. dai anche all’uomo il DIRITTO al congedo di paternità per lo stesso periodo della donna e vedrai che il problema del datore di lavoro che non assume la donna per timore della sua maternità SCOMPARE. ma in epoca femminista GUAI a dare un diritto all’uomo, sacrilegio. anzi se tu proponi questa idea le femministe hanno pure da ridire (“non puoi paragonare il congedo di maternità a quello di paternità, la maternità è qualcosa della donna ueeee ueeeee”), tu rispondi “eh ma guarda che così facendo scomparirebbe il problema delle assunzioni, rompi le scatole da anni con questa maternità e io ti dico che basterebbe dare un diritto in più all’uomo per riequilibrare la situazione e tu non sei d’accordo?” e a quel punto loro non sanno piu cosa dire e scappano. il problema non è la maternità. il problema è che oggi vengono promulgate leggi sessiste contro l’uomo. quote rosa, opzione donna, l’istruzione che è letteralmente invasa da donne che insegnano il femminismo fin dalla scuola elementare. è proprio una continua violazione dell’art. 3 della Costituzione, con leggi che tendono a privilegiare un solo genere (quello femminile) a discapito di quello maschile.
Perché tanto maleducazione? E soprattutto perché mi attacca su di un punto in cui non sa come la penso?
Certo, che ci vuole il congedo di paternità. È sacrosanto. La parità deve essere su entrambi i fronti.
Se invece di attaccare per partito preso con maleducazione avesse letto il mio articolo con meno livore, parlo di problematiche esistenti nella società da risolvere insieme. Le guerre tra sessi e le polarizzazioni non servono a nessuno.
dove l’avrei attaccata? non l’ho nemmeno menzionata stavo rispondendo all’utente. forse si è confusa con l’altro post. quello che mi ha censurato. lì la attaccavo e non con livore, con argomentazioni serie. purtroppo me lo ha censurato.
e poi se vogliamo dirla tutta. lei dice che la guerra tra i sessi non serve a nessuno e scrive un articolo del genere? un articolo in cui si dice che oggi la donna è ancora svantaggiata rispetto all’uomo? questo comunque è il mio modo di rispondere, attacco diretto di solito ma senza insultare nessuno, se per lei è maleducazione non so. detto questo non me l’aveva censurato l’altro 3d, dunque mi scuso per l’accusa di censura, probabilmente c’era qualche problema o qualche bug. l’articolo resta, ovviamente, imbarazzante.
Non esiste alcuna disparià salariale. Non esiste alcun impedimento per le donne. Nella pubblica amministrazione poi sono in maggioranza, anche grazie a leggi “sull parità di genere” applicate a senso unico.
Affermare ad esempio che “ci sono più uomini in politica, quindi le donne sono discriminate in quel settore è come dire che “alla Caritas ci vanno i poveri, quindi la Caritas causa la povertà”. Una discriminazione la si deve dimostrare, non stabilie nessi causali totalmente a caso.
Faccio un esempio: di recente l’Università di Milano ha indetto un bando in cui ha affermato che, poiché le donne sono già la maggioranza di chi ricopre quella posizione, non si applicheranno le norme sulla “parità di genere” (che se applicate avrebbero previsto, a parità di punteggio, una preferenza per il genere meno rappresentato che in questo caso era quello maschile).
La riforma Brunetta di cui al decreto-legge 36/2022 e relativa legge di conversione all’articolo 2 comma 7 introduce, in applicazione del PNRR, il principio di parità di genere nella pubblica amministrazione. Il DPR 82/2023 ha attuato tale principio andando a modificare l’articolo 6 del DPR 487/1994 introducendo come titolo di preferenza a parità di merito l’appartenenza al genere (rectius sesso) meno rappresentato nella categoria gerarchico-funzionale di inquadramento, che, nell’ordine, precede la preferenza del candidato di minore età. Ebbene, siccome al Comune di Siena nell’area dei funzionarî (indipendentemente dai singoli profili, dunque non si parla specificamente di funzionarî ingegneri, ma anche di funzionarî amministrativi, funzionarî avvocato etc.) le donne sono in maggioranza schiacciante, la preferenza si applica nei confronti degli uomini. Il che non implica che il concorso sia riservato agli uomini, infatti non lo è.
Questa riforma venne venduta alla Commissione europea come rimedio contro la disoccupazione e la sotto-occupazione femminile, nonostante nella pubblica amministrazione (e nel settore pubblico in genere) le donne sono in maggioranza, stragrande maggioranza nelle posizioni che richiedono i titoli di studio più elevati, che diventa schiacciante proprio tra i funzionarî (oltre che tra gli insegnanti, i dirigenti scolastici, i dirigenti medici, i magistrati). La norma ha pertanto causato un forte imbarazzo e quindi la maggior parte degli enti tende a non applicarla, fingendo che non esista (qualcuna si limita a scrivere sul bando che in caso di parità prevarrà il sesso meno rappresentato, senza specificare quale). Il primo ente ad aver seriamente affrontato la questione è stato un comune sardo, contro il quale si è scatenata la furia femminista. Poi è stata la volta del concorso per dirigenti scolastici, per ora solo annunciato e non ancora effettivamente indetto, e pure su quello l’opposizione si è scatenata. Quindi è arrivato il nuovo regolamento generale per i concorsi pubblici adottato dal Consiglio nazionale delle ricerche e, infine, ecco questo bando del Comune di Siena, contro il quale si sono scatenati il Partito democratico e – soprattutto – le componenti della sinistra massimalista dell’opposizione in consiglio comunale (i 5 stelle non sono rappresentati).
Le femministe, dopo aver permesso alle donne di beneficiare di quote rosa e altri privilegi in danno degli uomini per trent’anni, adesso quando tali norme non fanno più loro comodo perché davvero perseguono un riequilibrio si accorgono che certe norme finalizzate a promuovere una supposta (e fantomatica) eguaglianza sostanziale – le famose azioni positive – sono in realtà discriminatorie e dunque incostituzionali.
PS
La suddetta norma sulla parità «di genere» fu, ça va sans dire, unanimemente sostenuta dal Pd e da tutte le sinistre (che – anzi – l’avevano imposta).
Sommessamente: si fa di tutte l’erbe un fascio, non si fa un fascio di un erba sola . Per il resto , sulla sostanza, che è quello che conta, concordo parola per parola.