


La biografia di Massimiliano Coccia ricostruisce la breve e intensissima vicenda umana, intellettuale e politica di Eugenio Colorni, filosofo e militante antifascista, tra i padri meno conosciuti del Manifesto di Ventotene.
“Esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione fra gli Stati appartenenti alla Federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica”. In questo modo, nella prefazione del 1944 al Manifesto di Ventotene, diffuso clandestinamente nella parte d’Italia ancora imprigionata dal regime nazifascista della RSI, Eugenio Colorni sintetizzava “i principi basilari di una libera Federazione Europea”.
Lo faceva con un ottimismo apparentemente inconsulto nell’Italia occupata, presto smentito dalla sua stessa sorte personale. Colorni, infatti, sarebbe morto, appena trentacinquenne, poche settimane dopo, raggiunto dai colpi della Banda Koch cinque giorni prima della liberazione di Roma.
A persuaderlo, però, della concretezza di un programma politico così visionario era l’idea che la Seconda guerra mondiale fosse stata una sorta di epifania storica. L’ennesima carneficina, incubata in secoli di odio nazionalista, rendeva finalmente chiaro come proprio l’esistenza degli Stati sovrani fosse “la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società”.
Il processo federalista, dunque, non poteva essere immaginato come il coronamento del processo di pacificazione tra gli Stati europei, ma come una condizione e una garanzia di pace, presupposte alla sempre perigliosa evoluzione politica degli Stati nazionali.
L’idea di Europa federale che aveva Colorni – e che aveva lungamente discusso a Ventotene con Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, redattori materiali del Manifesto – non era quella di un fine, ma di un mezzo necessario a impedire che la fine della guerra, che si avvertiva vicina, portasse “a risolidificare” la storia europea “nei vecchi stampi nazionalistici”, premessa di nuove sciagure.
Il loro internazionalismo federalista, a cui è stato polemicamente imputato di essere troppo socialista e rivoluzionario per i canoni liberal-democratici, era, da questo punto di vista, una vera alternativa teorica e politica a quello marxista.
Nel comunismo reale, infatti, quest’ultimo non superò affatto la centralità politica degli Stati e degli interessi nazionali, neppure tra Paesi e partiti cosiddetti fratelli, ma li riclassificò e subordinò tutti alla primazia della Russia sovietica.
Per approfondire il profilo di Eugenio Colorni è preziosissimo il libro che Massimiliano Coccia ha dedicato alla sua figura (Eugenio Colorni. Per un’Europa libera e unita, Giuntina, 2026, con una prefazione di Liliana Segre).
Il volume restituisce, attraverso documenti e testimonianze, una vicenda umana, intellettuale e politica breve ma intensissima e mostra quanto, in quella stagione, fossero indissolubilmente legate le relazioni di vita e di pensiero e le urgenze morali e politiche di quel gruppo di antifascisti che trasformarono il confino, a cui il regime fascista li condannò su una sperduta isola del Tirreno, in uno straordinario laboratorio del federalismo europeo.
È un libro in cui storia e biografia si legano in un continuo gioco di rimandi che coinvolge lo stesso autore del volume: le prime pagine sono il racconto di come il nonno di Coccia, giovanissimo militante socialista, fu involontario testimone delle ultime ore di vita di Colorni.
Le pagine del volume dedicate al suo profilo intellettuale e metapolitico spiegano perfettamente anche perché questo filosofo di famiglia ebraica e studioso di Leibniz sia diventato l’infaticabile organizzatore e militante politico che, nel maggio del 1943, scappa dal confino di Melfi, ottenuto grazie ai buoni uffici di Giovanni Gentile e meno soffocante di quello di Ventotene, per risalire la penisola occupata dai tedeschi e unirsi alla Resistenza a Roma.
L’urgenza politica nasce nel giovane Colorni con il ripudio dell’idealismo e della metafisica, che spiegherà nello scritto “La malattia filosofica”, con la scoperta della psicanalisi e con l’approfondimento degli studi epistemologici e della metodologia scientifica.
È questo Colorni, molto kantiano, a svellere tutte le barriere tra pensiero e azione e molte delle cautele che una delicata situazione personale gli avrebbe consigliato. Quando morì, aveva già tre figlie, alle quali Spinelli, che sposerà la sua ex moglie Ursula Hirschmann, farà da padre.
Durante la Resistenza a Roma si era legato a Luisa Villani Usellini, in una relazione che il libro di Coccia ricostruisce in pagine struggenti.
La sua spiccata diffidenza critica verso le pretese assolutistiche della ragione, e della ragione politica in particolare, era diventata tutt’uno con un esigente impegno morale, inteso anche come responsabilità personale nei confronti di fenomeni storici di disumanizzazione e violenza.
Così si spiega il paradosso che ha portato il più travagliato e spirituale dei padri del Manifesto di Ventotene a diventarne il testimone più avventuroso ed eroico e, purtroppo, anche per questo, meno conosciuto.
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