
Le dichiarazioni del ministro Eugenia Roccella, in occasione di un recente convegno promosso dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, hanno toccato un nervo sensibilissimo della Repubblica democratica fondata sull’antifascismo.
Ha parlato di “gite” ad Auschwitz, osservando – in sintesi – che servono perlopiù a celebrare, in uno stanco rito “antifa”, la memoria di una mostruosità attribuita in modo rassicurante a una remota parentesi di malvagità nazifascista.
Ha perfettamente ragione. E la scomposta, isterica e pressoché unanime reazione pubblica di cui è stata destinataria lo conferma con spettacolare efficacia.
La realtà è che l’Italia è stata un Paese formalmente, istituzionalmente e legislativamente antisemita, e sostanzialmente genocidario. Ma non era una realtà “nazifascista”: era una realtà italiana.
Una delle più detestabili forme di antisemitismo fervente nel nostro Paese risiede proprio nell’atteggiamento con cui l’Italia di oggi guarda al tempo in cui fu formalmente antisemita e sostanzialmente genocidaria.
La verità pubblica – e l’impressione ormai genetizzata dell’Italia odierna, della Repubblica democratica fondata sull’antifascismo – è che quella fu una parentesi fascista: l’Italia dei fascisti, con le leggi razziali fasciste.
Ma quella non era l’Italia dei fascisti: era l’Italia. Quelle non erano leggi fasciste: erano leggi italiane.
L’americano medio non si sognerebbe mai di attribuire a una funesta parentesi o a una minoranza malefica la responsabilità dello schiavismo. Gli Stati Uniti hanno superato lo schiavismo istituzionale senza fingere che derivasse dall’imposizione di pochi fanatici.
L’antisemitismo istituzionale italiano non nacque da una minoranza che lo impose: fu il prodotto di una maggioranza che lo accettò e lo praticò.
Se oggi la rimonta antisemita è simultaneamente così feroce e così negata, è esattamente perché l’Italia ha mantenuto quel rapporto disturbato e mistificatorio con se stessa.
Non sarebbe possibile assistere a ciò che vediamo oggi – i senati accademici che fanno ciò che fanno, i giornali che scrivono ciò che scrivono, la noncuranza per le sinagoghe incendiate, per i luoghi ebraici devastati, per le case e i negozi degli ebrei presi di mira, per gli ebrei in pericolo ottant’anni dopo la Shoah – se l’Italia si fosse davvero fatta carico del proprio passato istituzionalmente antisemita e sostanzialmente genocidario.
L’Italia di oggi, democratica e antifascista, non può farsi carico del proprio antisemitismo perché non è stata capace di farsi carico di quello di ottant’anni fa.
E attenzione: l’antisemitismo di oggi non deriva da quello di ieri.
Deriva, piuttosto, dall’attribuzione dell’antisemitismo di ieri ad altro, a qualcosa di estraneo: a forze, pulsioni o cedimenti altrui.
Era tanto forte quell’antisemitismo che nemmeno le leggi repubblicane sono bastate a impedirne la reiterazione. Perché quelle leggi non erano il frutto di un Paese che riconosceva la propria ignominia, ma di un Paese di “giusti” che pretendevano di imporsi su un’ignominia attribuita ad altri.
L’enorme contraffazione, la gigantesca mancanza di verità su cui si è fondata la Repubblica italiana ha riguardato molti aspetti della vita pubblica e del sentimento comune. Ma il punto più tremendo di quella nascita menzognera riguarda proprio l’antisemitismo non riconosciuto come proprio, come italiano.
Un antisemitismo inevitabilmente rifiorito oggi.
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Ricordiamo però che non fu una libera scelta di una maggioranza in un contesto democratico: fu un’imposizione di una dittatura magari non totalitaria e non pienamente pervasa da fanatismo come quella nazista, ma che quando era necessario sapeva essere feroce e la maggioranza del popolo dovette subire tali decisioni pena l’incarcerazione o anche la morte.
Una reazione di una parte significativa della popolazione o perlomeno della classe dirigente e imprenditoriale a certe decisioni certamente non avvenne o fu repressa nel silenzio, come avviene in quasi tutte le dittature nella Storia e attuali.
Le responsabilità del popolo ci potevano essere ma data la situazione di quell’epoca si può dire che erano limitate.
Poi se guardiamo oggi come la manipolazione delle informazioni e i racconti alternativi facciano presa su una parte della popolazione abitante in repubbliche democratiche liberali dove la censura non è indirizzata da una dittatura (perché non riguardano solo l’Italia i problemi sull’informazione di oggi) permettendo l’accettazione di certe falsità a vantaggio di pochi esseri o gruppi senza scrupoli, non stupiamoci e indigniamoci se certe cose accadevano al tempo quando la diffusione delle notizie era minuziosamente controllata e filtrata da membri di un regime dittatoriale.
Perfetto!