

Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, ha fatto molto discutere l’ondata di arresti portata avanti dall’agenzia federale ICE (Immigration and Customs Enforcement) per contrastare l’immigrazione illegale, sia per le modalità con cui queste avvengono sia per come vengono promosse (a settembre, è circolato in rete un loro video promozionale con la sigla dei “Pokemon”, per dire che “cattureranno tutti” gli immigrati illegali come se fossero dei Pokemon).
Tuttavia, c’è una vittima dell’agenzia federale che non ha ricevuto nessuna solidarietà o quasi da parte di coloro che in genere ne criticano l’operato: Erfan Fard, analista iraniano e oppositore del regime dei pasdaran, che il 28 marzo è stato arrestato dall’ICE senza un motivo valido. Mentre scriviamo, Fard è rinchiuso in un centro di detenzione a Dallas, in Texas, dove si era recato per un incarico accademico.
Chi è Erfan Fard
Nato nel Kurdistan iraniano nel 1976 e residente negli Stati Uniti dal 2003, Erfan Ghanei Fard è un analista esperto di Medio Oriente e di temi legati alla sicurezza e al controterrorismo. Suoi editoriali sono stati pubblicati su importanti testate quali il “Jerusalem Post”, “Times of Israel”, “Israel Hayom”, “The Hill” e “Al-Hurra”, e ha scritto saggi e articoli in inglese, farsi e arabo. Proprio il “Jerusalem Post” ha spiegato che, a causa delle sue posizioni critiche nei confronti del regime, le sue pubblicazioni sono state messe al bando in Iran sin dal 2013.
In particolare, l’analista è noto per aver scritto nel 2012 la biografia di Parviz Sabeti, ex-ufficiale del servizio di intelligence SAVAK quando la Persia era governata dallo Scià, e che oggi vive in Florida. Nel febbraio 2025, appena un mese prima dell’arresto di Fard e in occasione dell’anniversario della rivoluzione islamica di Khomeini, alcuni sostenitori dell’attuale regime hanno intentato una causa legale contro Sabeti, accusandolo di torture sui prigionieri politici nelle carceri iraniane negli anni ’70.
I precedenti
Dalla prigione dove è tuttora rinchiuso, Fard non ha parlato per mesi. Poi, a ottobre, ha scritto una dichiarazione che è stata pubblicata sul sito israeliano “Arutz Sheva”, nella quale racconta la sua situazione e cosa accadrebbe se l’ICE dovesse decidere di rimandarlo in Iran.
“Sono un analista politico e ricercatore che si è costantemente schierato in difesa d’Israele e del popolo ebraico contro la Repubblica islamica dell’Iran e la rete del terrorismo islamico che minaccia la stabilità regionale e globale”, ha dichiarato Fard. “Sono entrato negli Stati Uniti nel 2003 e non ho mai commesso un solo reato durante i miei 23 anni qui. Il governo degli Stati Uniti, il tribunale per l’immigrazione, l’ICE e i pubblici ministeri non mi hanno mai accusato di illeciti che vanno oltre le questioni tecniche relative al mio fascicolo sull’immigrazione”.
Questa non è la sua prima esperienza da detenuto: poco dopo la pubblicazione delle memorie di Sabeti, si è recato in visita in Iran, ma è stato arrestato e imprigionato per 50 giorni nel carcere di Evin, venendo rilasciato solo grazie all’intervento dell’allora presidente dell’Iraq Jalal Talabani. Subito dopo Fard è tornato negli Stati Uniti, dove nel 2013 ha ottenuto ufficialmente asilo politico.
Già nel 2017, nonostante il suo status, ha avuto problemi con il rinnovo del visto americano, e nel 2018 un giudice ha emesso un ordine per estradarlo verso l’Iran. Nel gennaio 2019, è stato portato a Baku, in Azerbaijan, ma prima del cambio di volo è riuscito a riottenere un passaporto americano, che però al suo rientro negli Stati Uniti gli è stato confiscato dall’ICE. Questa lo ha nuovamente incarcerato, salvo poi rilasciarlo dopo che ha provvisoriamente sistemato i suoi documenti.
Le possibili conseguenze
“Se deportato, rischierei la prigionia, la tortura o l’esecuzione. Il mio unico ‘reato’ è stato quello di parlare apertamente contro la Repubblica islamica, difendere i diritti umani e sostenere Israele”, ha dichiarato Fard nell’articolo apparso su “Arutz Sheva”.
Ha anche spiegato: “Non sono privo di documenti, né un immigrato illegale né un criminale. La mia richiesta è semplice: che gli Stati Uniti, una nazione che difende la libertà e la giustizia, non mi consegnino nelle mani di coloro che vorrebbero mettermi a tacere per sempre”.
Ha concluso il suo messaggio con queste parole: “Ho trascorso 450 di questi 1.450 giorni in isolamento in vere e proprie prigioni in Alabama e Oklahoma (prima di essere riportato a Dallas, ndr). In Alabama, per 185 giorni mi è stata negata anche la luce del sole. […] Ora, dopo altri 200 giorni di rinnovata detenzione e incertezza, ho perso tutto ciò che ho mai costruito in America. Eppure, spero ancora, dal profondo del mio cuore, di poter uscire da questa situazione. E grido con rabbia perché il paese della libertà si rifiuta di comprendere i miei travagli. Per quale peccato, quale crimine, quale colpa devo subire tutto questo? Non ho visto giustizia in questo caso, nessuna imparzialità, nessun valore americano, nessuna umanità, nessuno Stato di diritto. Il sole sorgerà di nuovo su Israele e sull’America, ma questa vicenda amara rimarrà come testimonianza della storia”.
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Una vergogna incredibile come vengono trattare certe persone per il solo fatto di essere immigrati, anche se da anni vivono e lavorano negli Usa e in regola coi documenti.
Consegnarli poi a quei Paesi retti da dittature spietate rimane inspiegabile.
Se vuoi combattere il terrorismo e le organizzazioni criminali non puoi fare un favore a coloro che li finanziano e li appoggiano. Almeno fai degli accordi con altri Paesi alleati per dare a queste persone una possibilità alternativa di ricominciare una vita. Un cortocircuito decisionale che potrebbe rivelarsi dannoso anche agli americani col tempo.