
Mi sto sempre più convincendo che la sinistra sia morta e sepolta. È un’utopia sbiadita. I valori, quelli restano, come vecchie reliquie in un museo. Ma la “sinistra” come forza politica resta un reperto archeologico.
Un mio amico artista l’ha messa giù così: “La sinistra è defunta. Il suo erede? Il Movimento 5 Stelle – manco a dirlo – che ha resuscitato la “dittatura del proletariato” in versione 2.0, con tanto di definitiva cancellazione del merito, nobilitato il parassitismo, fantasmagorizzato l’assistenzialismo, restaurato il veterocomunismo da naftalina, esaltato il pauperismo strisciante”.
Scriveva con ottimismo Filippo Piperno in un tweet del 2024: “Il Movimento 5 stelle rappresenta […] lo sberleffo autocompiaciuto, il moralismo ipocrita, l’insulto qualunquista elevato a piattaforma politica, la gogna squadrista, l’invidia di classe, il dileggio anarcoide delle istituzioni, lo sperpero di denaro pubblico, l’odio per l’Occidente.” E concludeva: “l’inglorioso crepuscolo di questo incubo orwelliano non ci porti a dimenticare cos’è stato e cosa ha rappresentato il Movimento 5 stelle.”
Mi consenta Filippo – sempre lui, il direttore – una correzione tanto doverosa quanto immodesta: non c’è qui alcun crepuscolo. Quelle stelle, al contrario, sono nel pieno del loro fulgore, e la sinistra – colpevole anche più della destra, già di per sé disperatamente insipiente – in un atto di prodigiosa incosciente alchimia, trasforma la loro luce in energia pura. Roba da far impallidire le centrali nucleari.
Autopsia della sinistra
Anni fa il giovane politologo e filosofo Mazzolini, fuoriuscito dal giogo bertinottiano, sosteneva in un’amara, e oggi profetica, lucida analisi sulla deriva della sinistra: ”lo spettacolo che abbiamo davanti è deprimente”. Un ex che tuonava contro l’élite politica autoreferenziale, quella che si rinchiudeva nella torre d’avorio dell’ideologia, disprezzando “l’ignoranza” del volgo. La ricetta di Mazzolini? “Sporcarsi le mani con la realtà, parlando la lingua della gente comune”. Un invito al realismo, all’umiltà, all’abbandono dei bizantinismi ideologici.
Dieci anni dopo, il quadro è cambiato. Anzi, è stato ribaltato, stravolto, violentato. E Mazzolini, da fine analista, si è trasformato in involontario Cassandra di una distopia politica. L’infatuazione di una certa sinistra per il populismo, visto come strumento di emancipazione, è un fenomeno che merita un’analisi particolare come in effetti ha fatto successivamente Mazzolini, che osserva come da un lato c’è chi mette in guardia contro la pericolosa tentazione di “appropriarsi delle maschere altrui per tentare di sfondare con l’ossimoro di un populismo rosso”, una strategia che rischia di snaturare l’identità stessa della sinistra, riducendola a una mera imitazione delle forze populiste.
Dall’altro lato, si invoca Gramsci per nobilitare il populismo, dipingendolo come una sorta di “rivoluzione passiva”, un “processo controllato dall’alto” in cui “la modificazione del sistema di dominio non si traduce in un cambiamento nella composizione del blocco dominante”. In altre parole, un cambiamento superficiale che lascia intatti i rapporti di potere.
Ma la sinistra odierna, nel suo disperato bisogno di consenso, sembra aver abbracciato acriticamente questo populismo, aderendo a un paradigma in cui i contenuti sono dettati dal “popolo”, inteso come un’entità monolitica e infallibile. Un’operazione che sa tanto di abdicazione alla propria funzione di guida e di elaborazione critica, e che rischia di consegnare il futuro nelle mani di chi soffia sul fuoco delle paure e delle frustrazioni, senza offrire una visione autenticamente progressista e inclusiva.
Oggi, non è più la politica che deve scendere dal piedistallo per parlare al popolo. È il “popolo” (un mostro a più teste fatto di social media, umori popolari, pance e istinti) che comanda, che impone l’agenda, che detta il ritmo. La politica? Una mesta esecutrice, una cortigiana pavida che trema al pensiero di perdere il consenso, quella “rendita di posizione”, quel “mio tesooro” che la fa campare.
Non più classe dirigente, ma classe digerente. I nostri politici non plasmano il pensiero, lo inseguono. Non guidano il cambiamento, lo subiscono. Non educano il pubblico, lo blandiscono. Sono i burattini di un popolo bue, telecomandati dai sondaggi e dai tweet.
Il risultato? Una crisi della leadership senza precedenti. Politici senza visione, capaci solo di galleggiare nel presente, di raccattare voti, di sopravvivere. Il populismo trionfa, ovviamente. In questo teatro dell’assurdo, la demagogia è l’unica lingua franca, e la complessità è bandita.
E la democrazia? Una parola vuota, un simulacro. Le decisioni non sono frutto di un dibattito razionale, ma dell’ultima ondata emotiva, dell’ultimo grido di pancia.
Mazzolini aveva ragione, certo. Ma non immaginava che la cura sarebbe stata peggiore del male. La sinistra (lei affascinante concubina adultera, abusata dai suoi stessi elettori) ha finito per “sporcarsi le mani” così tanto da annegarci dentro. E il popolo, da soggetto da conquistare, si è trasformato in un Moloch da adorare, in un padrone capriccioso e onnipotente.
Politica Necrofila: resuscitare i muri Ideologici nell’Era del Nulla
La politica contemporanea è un obitorio. Un luogo dove l’incapacità di elaborare il lutto per le ideologie defunte si manifesta in macabre riesumazioni. L’incapacità congenita di scrollarsi di dosso il dogmatismo, di abbandonare un linguaggio e schemi mentali che fanno acqua da tutte le parti, si è trasformata in un recupero di quelli che una volta erano muri ideologici ieri abbattuti e oggi recuperati per sostituire una totale mancanza cosmica di idee.
Invece di costruire ponti, si ricostruiscono barricate. Invece di navigare il futuro, si affonda nel passato. La politica, in preda a una crisi d’identità acuta, cerca una “identità più ampia e moderna” capace di rigenerarsi nel nulla, nell’ovvio, nel superficiale, nello slogan, nel “contro tutto e tutti senza sapere come e perché”, scrive Alfonso Raimo su Huffington post. Una ricerca disperata, una fuga in avanti nel vuoto, dove la rabbia cieca sostituisce il pensiero e la demagogia il progetto.
Pollock, con il suo “ottimismo epistemologico”, credeva nella forza intrinseca della verità, nella sua capacità di emergere e prevalere. Ma la politica odierna ha pervertito questa visione. Non è più la fiducia nella verità, ma l’arroganza di chi si autoproclama suo unico depositario: il popolo.
Viviamo in un’epoca in cui la verità è fluida, “liquida” dicono, negoziabile, un’opinione tra le tante.
Un’illusione pericolosa, in un’epoca in cui la verità è un concetto relativo e l’ignoranza è un’arma di distrazione di massa. La politica, in questo scenario, non è più un faro che illumina il cammino, ma un pompiere che getta benzina sul fuoco. L’ignoranza, lungi dall’essere un ostacolo, diventa uno strumento di potere, una clava per manipolare le masse, una cortina fumogena per nascondere il vuoto.
La politica è morta. E il suo fantasma si aggira tra noi recitandole l’epicedio.
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Agghiacciante passeggiata in un cimitero monumentale all’imbrunire, che solo anime forti e tranquille possono permettersi.
Popolo, folla, massa, gente ecc.
Petrolini/Nerone sapeva come appellarlo: “ Ignobile plebaglia!”. E ne otteneva entusiastiche acclamazioni.
Mai detto meglio