

Cinquant’anni fa, il raid israeliano a Entebbe liberò gli ostaggi del volo Air France e cambiò il modo di affrontare il terrorismo internazionale: rapidità decisionale, intelligence, proiezione militare a lungo raggio e solitudine strategica di Israele si fusero in un’operazione destinata a entrare nella storia.
4 luglio 1976: è il giorno in cui un dirottamento, le trattative per liberare 106 ostaggi, la proiezione militare a lungo raggio e la rapidità decisionale si intrecciano in un’unica operazione destinata a entrare nei manuali militari con il nome di Operazione Thunderbolt, o Operazione Entebbe, poi ribattezzata anche Operazione Yonatan.
A cinquant’anni esatti di distanza, la vicenda resta una delle più complesse e studiate della storia delle operazioni speciali: non solo per l’audacia del raid, ma per la catena di eventi che lo rende necessario e per la precisione con cui viene eseguito a migliaia di chilometri dal territorio israeliano.
Il sequestro: dal Mediterraneo a Entebbe
Tutto comincia il 27 giugno 1976. Il volo Air France 139 decolla da Tel Aviv diretto a Parigi con scalo ad Atene. A bordo dell’Airbus A300 B4-203, registrato come F-BVGG, ci sono 248 passeggeri oltre ai 12 membri dell’equipaggio: in totale 260 persone.
Poco dopo il decollo dalla Grecia, dove sono saliti altri 58 passeggeri, l’aereo viene sequestrato da quattro dirottatori: Jayel al-Arja e Fayez Abdul-Rahim al Jaber, membri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e due militanti tedeschi — Wilfried Böse e Brigitte Kuhlmann — legati a Revolutionäre Zellen, un gruppo terroristico non affiliato ad altre organizzazioni criminali.
L’obiettivo non è immediatamente distruttivo: il piano è trasformare il volo in una leva politica.
L’aereo viene dirottato verso Bengasi, in Libia, dove effettua un rifornimento in cambio della liberazione di alcuni ostaggi, per poi riprendere quota e dirigersi verso l’Africa orientale. La destinazione finale è l’aeroporto di Entebbe, in Uganda, dove il regime di Idi Amin offre supporto logistico e politico ai sequestratori.
All’arrivo, la situazione assume una forma talmente organizzata da risultare inquietante: Amin offre il proprio personale benvenuto ai terroristi, ai quattro dirottatori a bordo si aggiungono almeno altri quattro terroristi a terra, l’aereo viene deviato verso il vecchio terminal passeggeri dell’aeroporto e gli ostaggi concentrati proprio nell’edificio del vecchio terminal, una struttura isolata e facilmente controllabile dall’interno.
Inizia una detenzione che diventa immediatamente politica e selettiva.
I dirottatori separano i passeggeri in base alla nazionalità e all’origine: di qua gli ebrei, di là tutti gli altri.
In questa fase, la cittadina americana Janet Almog, la francese Jocelyne Monier e Jean-Jacques Mimouni, di cittadinanza franco-israeliana, ma che non era stato chiamato a raggiungere il gruppo degli ebrei, decidono di loro libera iniziativa di rinunciare alla salvezza e raggiungere il gruppo di Israele.
Nei due giorni successivi, i cittadini non ebrei vengono progressivamente rilasciati. Restano nelle mani dei terroristi 12 membri dell’equipaggio e 94 ostaggi, quasi tutti israeliani o con doppia cittadinanza. Tutti, comunque, accomunati dal fatto di essere ebrei o amici degli ebrei.
La richiesta è chiara: cinque milioni di dollari e la liberazione di 40 prigionieri palestinesi detenuti in Israele e di altri 13 in Kenya, Francia, Svizzera e Germania. La scadenza è ravvicinata. Le minacce di esecuzione diventano concrete.
Un sopravvissuto all’Olocausto mostra al terrorista Wilfried Böse il numero di registrazione del campo di concentramento di Auschwitz tatuato sul braccio, ma è tutto inutile.
La crisi a Gerusalemme: il tempo come nemico
A Gerusalemme, il governo guidato da Yitzhak Rabin si trova di fronte a una delle decisioni più delicate della sua storia. Il margine politico è stretto: negoziare significa cedere a un precedente pericoloso; intervenire militarmente significa affrontare una distanza operativa senza precedenti.
Il ministero della Difesa, guidato da Shimon Peres, insieme allo Stato maggiore e al Mossad, avvia una doppia linea: da un lato tentativi di mediazione indiretta, dall’altro una raccolta sistematica di intelligence.
Si tenta la carta della solidarietà internazionale, ma nessuno Stato viene seriamente in aiuto per forzare il dittatore Idi Amin a non coprire i terroristi e a contribuire a liberare gli ostaggi. Da Paolo VI a Gerald Ford, tutti auspicano, invitano, condannano. E basta.
Si esplorano trattative, ma rapidamente queste si scontrano con richieste giudicate inaccettabili.
Le informazioni arrivano lentamente ma con crescente precisione. Si ricostruisce la disposizione del terminal, il numero dei terroristi, la presenza di forze ugandesi a supporto e soprattutto si fanno i conti col fattore decisivo: il tempo. Gli ostaggi sono concentrati in un unico edificio, sorvegliato ma non fortificato come una base militare.
La finestra operativa si restringe. Ogni ora aumenta il rischio di esecuzioni.
Nel frattempo, la diplomazia internazionale continua a inanellare ambiguità e fallimenti. La distanza geografica e politica rende Entebbe un punto cieco delle trattative.
A questo punto, Peres capisce che — ancora una volta — quando si fa sul serio, Israele viene lasciato solo. E deve cavarsela — ancora una volta — da solo.
Alla leadership israeliana non resta che autorizzare la preparazione di un’operazione militare diretta. Il nome in codice iniziale è Thunderbolt. La direzione viene affidata al brigadier-generale Dan Shomron, il comando operativo sul campo viene affidato a unità d’élite, in particolare al Sayeret Matkal.
Il piano è radicale nella sua semplicità: entrare senza preavviso, colpire rapidamente, neutralizzare i sequestratori ed evacuare gli ostaggi prima che la reazione ugandese possa organizzarsi.
La rotta verso Entebbe: la distanza come sfida operativa
La fase di preparazione è tra le più complesse mai affrontate dalle Forze di Difesa Israeliane fino a quel momento.
Entebbe si trova a oltre 4.000 chilometri da Israele. L’operazione richiede quattro aerei da trasporto C-130 Hercules affiancati da altri due per il supporto tattico, modificati per missioni a lungo raggio. Il volo deve avvenire in assoluto silenzio radio e con una pianificazione dettagliata delle rotte, dei rifornimenti e dei tempi di atterraggio.
L’intelligence israeliana costruisce un modello tridimensionale dell’aeroporto. Il terminal degli ostaggi viene studiato nei dettagli. Vengono simulate le possibili reazioni delle forze ugandesi e dei dirottatori.
Un elemento chiave del piano è l’inganno tattico: per ridurre il tempo di reazione nemico, le forze israeliane prevedono l’utilizzo di una grossa Mercedes-Benz nera, una limousine modificata, che riproduce l’aspetto dell’ammiraglia del corteo presidenziale di Idi Amin. L’obiettivo è creare confusione nei primi istanti dell’operazione.
Nel frattempo, i negoziati continuano formalmente, ma senza sbocchi. I dirottatori mantengono la pressione psicologica sugli ostaggi, mentre il tempo diventa un fattore militare più che diplomatico.
Il raid: sette minuti che cambiano la storia
Nella notte tra il 3 e il 4 luglio 1976, i quattro C-130 israeliani, seguiti da due Boeing 707 con compiti di emergenza, decollano da Sharm el-Sheikh, allora in mani israeliane, e volano lungo il Mar Rosso a non più di 30 metri dalla superficie dell’acqua per non essere visti dai radar egiziani, sudanesi e arabi.
Arrivati al termine del Mar Rosso, virano verso sud, entrano in territorio etiopico passando a ovest di Gibuti, poi cambiano rotta e passano a nord-est di Nairobi, Kenya, quindi verso occidente, lungo la Valle del Rift e sopra il Lago Vittoria.
Infine, i quattro C-130 atterrano alle 23:00 all’aeroporto di Entebbe con i grandi portelloni posteriori già spalancati.
La fase iniziale dell’operazione si svolge con precisione assoluta. Dai C-130 scendono 100 commando, una grande Mercedes-Benz 600 nera con la falsa identità presidenziale e diverse Land Rover identiche a quelle della scorta.
Il falso convoglio presidenziale avanza spavaldamente sulla pista. Per pochi secondi, le forze ugandesi, complici dei terroristi, esitano.
È il momento decisivo.
Ma il capo delle oltre cento sentinelle ugandesi sa che Amin ha scambiato da soli pochi giorni la sua Mercedes-Benz 600 nera con una identica, ma bianca. Qualcosa non va. E ordina l’alt al convoglio.
Le unità speciali israeliane non esitano. Scendono dai veicoli e aprono il fuoco con armi silenziate. Poi si dividono in gruppi e si dirigono rapidamente verso il vecchio terminal. L’irruzione è improvvisa e decisiva. I primi spari rompono il silenzio della notte africana.
Lo scontro è breve ma intenso. Dopo la cintura di sentinelle, sono i dirottatori che reagiscono, ma anche questi vengono rapidamente sopraffatti, anche grazie alle preziose indicazioni degli stessi ostaggi. Le altre forze ugandesi presenti nell’area cercano di intervenire, ma vengono neutralizzate o messe in fuga.
All’interno del terminal, gli ostaggi si trovano improvvisamente al centro di un’operazione militare in corso. I soldati israeliani li identificano, li radunano e li guidano verso l’uscita seguendo percorsi già studiati in fase di pianificazione.
Il tempo è il fattore chiave. L’intera fase di assalto al terminal dura pochi minuti, circa sette.
Durante il combattimento perdono la vita tre ostaggi e viene ucciso anche il comandante dell’unità d’élite, il tenente colonnello Yonatan Netanyahu, fratello del futuro primo ministro Benjamin Netanyahu. La sua morte segna uno dei momenti più simbolici dell’intera operazione.
Intanto, dagli altri tre C-130 sono scesi mezzi blindati che creano una linea di difesa lungo la pista e permettono il rifornimento di tutti e quattro gli aerei israeliani. Per scrupolo, e per evitare inseguimenti, vengono fatti saltare gli 11 MiG-15 e MiG-21 ugandesi che si trovano a bordo pista.
Al termine del raid, tutti i dirottatori sono stati eliminati. Anche 45 soldati ugandesi perdono la vita negli scontri.
I 102 ostaggi vengono caricati rapidamente sugli aerei. Le luci dell’aeroporto di Entebbe si allontanano mentre i C-130 decollano uno dopo l’altro, diretti fuori dallo spazio aereo ugandese.
Il ritorno e le conseguenze: una vittoria con ombre lunghe
Il ritorno in Israele avviene senza ulteriori incidenti. Gli ostaggi liberati vengono accolti come sopravvissuti a una crisi che, fino a poche ore prima, sembrava senza soluzione.
La reazione internazionale è immediata quanto ambivalente. Da un lato, l’operazione viene riconosciuta come uno dei più straordinari successi delle forze speciali nella storia moderna: pianificazione, intelligence e velocità esecutiva raggiungono un livello senza precedenti.
Dall’altro, si aprono interrogativi politici e giuridici. L’incursione in territorio ugandese senza alcuna autorizzazione — anzi, con un evidente inganno — solleva questioni di sovranità e diritto internazionale. Il regime di Idi Amin protesta duramente, ma non è in grado di modificare l’esito dell’operazione.
Nei giorni successivi emerge un episodio destinato a pesare sulla memoria della crisi: il centoseiesimo ostaggio, la settantaquattrenne Dora Bloch, ricoverata in un ospedale ugandese prima del raid, viene successivamente uccisa su ordine delle stesse autorità locali.
Conclusione: Entebbe e il nuovo paradigma della crisi globale
A cinquant’anni dall’Operazione Thunderbolt, Entebbe resta un punto di svolta nella storia delle operazioni militari e nella gestione internazionale delle crisi con ostaggi.
Non è soltanto un’operazione riuscita. È la dimostrazione che la distanza geografica non è più un limite assoluto, che la sorpresa può essere trasformata in strumento strategico e che il tempo, nelle crisi moderne, è spesso più decisivo della forza.
Ma Entebbe introduce anche una lezione più complessa. Prima di tutto, diventa evidente che la solidarietà internazionale, almeno per Israele, vale solo a parole. Ma, da quel momento in avanti, il confine tra negoziazione e intervento armato diventa più sottile, e la risposta al terrorismo internazionale entra in una nuova fase, fatta di operazioni chirurgiche, decisioni rapide e rischi politici globali.
Nel silenzio del vecchio terminal di Entebbe, quella notte del 4 luglio 1976, si chiude una crisi di ostaggi. E si apre una nuova era della sicurezza internazionale.
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Me ne sono ripetutamente occupata nel mio blog, e ogni volta che leggo una rievocazione di quella incredibile impresa mi commuovo, e se la musica di Wagner fa venire voglia di invadere la Polonia, l’operazione Entebbe mi fa venire voglia di invadere Israele con una immensa, sconfinata, inesauribile inondazione di amore.
In uno dei post sul tema un lettore mi ha scritto nei commenti:
“E’ importante ricordare che Michel Bacos, il capitano dell’Airbus, si rifiutò di abbandonare gli ostaggi, affermando che tutti i passeggeri erano sotto la sua responsabilità. Con lui restarono anche tutti gli altri 11 componenti dell’equipaggio, rifiutando di salire sull’altro aereo dell’Air France venuto a prendere i passeggeri non israeliani che erano stati lasciati liberi. Voleva restare anche una suora francese, cedendo il suo posto ad un ostaggio, ma fu portata via a forza. Alla fine di tutto il capitano Bacos ricevette una nota di biasimo dai suoi superiori per essere rimasto con gli ostaggi e fu anche sospeso dal servizio.”
Ma se la Francia ha dimenticato il suo eroismo, non lo ha dimenticato Israele:
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Nel ricordarlo in occasione della sua morte nel marzo del 2019, ho scritto:
“Felice il popolo che non ha bisogno di eroi, ma ancora più felice il popolo che, quando ne ha bisogno, ne trova uno. Gli ebrei selezionati a Entebbe per la soluzione finale programmata da terroristi palestinesi e tedeschi hanno trovato Michel Bacos che, potendo scegliere la salvezza, ha scelto di restare con gli ostaggi, di morire con loro se fossero stati uccisi, e pagandone poi un non piccolo prezzo. Oggi se n’è andato, a 95 anni. E non mi si venga dire che la morte è una livella: chi è stato un eroe da vivo, resterà un grande per sempre; chi da vivo è stato una zecca, da morto sarà una zecca morta.”
Neanche a Hollywood. Immensa ammirazione. Nadia Mai
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