

C’è una contraddizione al centro del nostro tempo: vogliamo energia abbondante, benessere diffuso e tutela integrale dell’ambiente, ma senza accettare costi, infrastrutture o sacrifici. La transizione ecologica, se vuole essere adulta, deve uscire dalla retorica dell’innocenza e misurarsi con il prezzo delle scelte.
C’è, nel nostro tempo, una contraddizione che attraversa il discorso pubblico, facilissima da diagnosticare ma molto difficile da esplicitare, dal momento che il desiderio dell’uomo di oggi pretende di essere il centro di una circonferenza di raggio infinito.
La contraddizione è questa: vogliamo un pianeta capace di ospitare anche dieci miliardi di esseri umani, ciascuno dotato di un paniere energetico vasto quanto i propri desideri, e insieme lo vogliamo mite nel clima, intatto nella bellezza, sano nell’ambiente, liberato dagli idrocarburi, sottratto al nucleare, ricco di impianti di energia rinnovabile, purché non disturbino la vista dal nostro terrazzo; e tutto ciò, per giunta, lo vogliamo mentre alcuni di noi predicano al contempo la “decrescita”.
È un programma che, pronunciato con candore, sembra umanissimo; osservato con rigore, rivela invece una somma di attese incompatibili, come se si pretendesse dalla storia una civiltà industriale senza industria, un’abbondanza senza infrastrutture, una purezza senza materia.
La vita che abbiamo oggi, con smartphone, mobilità, vacanze, comfort vari, perlopiù allargata a ogni essere umano, ma senza pagare un prezzo. Realistico?
Non si tratta, beninteso, di irridere l’ansia ecologica, né di prendersela con chi domanda aria respirabile, città abitabili, mari meno offesi, campagne meno violentate e paesaggi non consegnati alla brutale indifferenza del profitto. Sarebbe ingiusto, oltre che sterile.
Il desiderio di custodire la Terra è non solo legittimo, ma necessario; e tuttavia, proprio perché è necessario, merita di essere sottratto alla retorica dell’impossibile. Ogni scelta reca un costo, ogni tecnologia un’impronta, ogni forma di benessere una base materiale che qualcuno deve costruire, mantenere, finanziare, sopportare.
La politica, quando è adulta, non promette l’abolizione dei costi: decide piuttosto quali costi accettare, dove collocarli, come distribuirli, e secondo quale criterio di giustizia renderli sostenibili. Ma, a furia di allevare baby elettori, si è incatenata alla schiavitù delle promesse infinite per esigenze infinite.
Vi è poi, sotto questa contraddizione energetica e ambientale, una radice più profonda, culturale. Se non si accetta di guardare con qualche severità all’esito di quell’antica alleanza fra impulso libertario e promessa socialista — quella che nel Sessantotto trovò la sua stagione simbolica — non se ne esce davvero.
Da quell’incontro, che avrebbe potuto generare un socialismo liberale, capace di tenere insieme giustizia e limite, emancipazione e responsabilità, libertà individuale e disciplina del comune, è spesso scaturito invece un utopismo un po’ adolescenziale: assoluto nelle pretese, insofferente verso ogni vincolo, persuaso che il desiderio, una volta proclamato innocente, debba anche essere reso possibile dalla collettività, dalla tecnica o dallo Stato.
Così l’individuo rivendica l’ampiezza illimitata delle proprie aspirazioni, mentre la società viene incaricata di garantirne le condizioni materiali senza turbare né la coscienza né il paesaggio. Si vuole essere liberi come consumatori, protetti come assistiti, puri come asceti e innocenti come bambini.
Ma una politica degna di questo nome dovrebbe ricordare che non esiste diritto senza onere, abbondanza senza infrastruttura, emancipazione senza disciplina, transizione senza sacrificio. Anche l’energia pulita esige miniere, reti, accumuli, elettrodotti, fabbriche, competenze, capitali, territori.
Anche il sole e il vento, quando diventano sistema, cessano di essere immagini poetiche e assumono la prosa pesante delle opere umane.
Il punto, dunque, non è scegliere tra cinismo e sogno. Il cinismo accetta il degrado come destino; il sogno, quando rifiuta il limite, prepara delusioni e ipocrisie.
Tra l’uno e l’altro resta lo spazio difficile della responsabilità, dove si riconosce che la bellezza ha un costo, la giustizia ha un costo, la libertà ha un costo e perfino la salvezza del pianeta ha un costo.
La questione decisiva non è se pagare, perché pagheremo comunque; è sapere quale prezzo vogliamo pagare, chi dovrà sostenerlo, per quali beni comuni e con quale coraggio morale avremo finalmente smesso di chiamare innocenza la nostra paura di scegliere.
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Ho dimenticato di firmare. Sono Nadia Mai
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Articolo superlativo. Grazie Alfonso. Può mandarmelo su wapp al 371 190 0603? Grazie davvero.
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Bellissimo! Condivido completamente. Mi ricorda quel sindaco, proclamato eroe ex-post con tanto di statua, che fece erigere bruttissime barriere anti tsunami in una baia del nord del Giappone. La statua l’hanno eretta dopo Fukushima però. Ci vuole responsabilità, e autorevolezza per imporre scelte di saggezza ad un platea di bambini viziati. Soprattutto in Italia. Dubito seriamente che questo possa avvenire.