

In un articolo dal titolo: “Immagini false di povertà pornografica generate dall’intelligenza artificiale e utilizzate dalle agenzie umanitarie”, il Guardian ha recentemente denunciato l’uso di immagini generate dall’intelligenza artificiale per rappresentare la povertà estrema, la violenza e la sofferenza, una “poverty porn?2.0”.
Le immagini in questione – bambini in lacrime, piatti vuoti, contesti africani o asiatici stereotipati – sono vendute come fotografie reali e poi riutilizzate da ONG e agenzie umanitarie.
Il Guardian cita esperti che avvertono che queste immagini “riproducono la grammatica visiva della povertà” e che tale riproduzione alimenta stereotipi. In breve, si tratta di immagini costruite non tanto per documentare quanto per generare un impatto emotivo, per suscitare sensazione, compassione, sdegno – e quindi donazioni, click, condivisioni. È una riduzione della complessità sociale a un immaginario della miseria che funge da “merce visiva” in un mercato della beneficenza e dell’attenzione.
E qui entra in scena il paradosso: lo stesso Guardian – giornale che denuncia la “pornografia della povertà e della sofferenza” – ha più volte pubblicato reportage, foto e video relativi al conflitto di Gaza che fanno leva sull’immaginario del dolore, della distruzione, del corpo ferito, della sofferenza – molte delle quali si sono rivelate estratte da altri contesti (soprattutto la Siria), frutto di AI oppure realizzate con attori e tanto di sangue finto.
In molti casi queste immagini sono state diffuse con l’intento di denunciare una tragedia umanitaria: la sofferenza dei bambini, la devastazione degli edifici. Ma come non chiederci dove si trovi la linea tra la documentazione necessaria e un uso comunicativo che rischia di cadere nel sensazionalismo visivo e nella mobilitazione emotiva?
L’immagine iconica del bambino tra le macerie, o della madre che piange il figlio, o del quartiere bombardato diventano un linguaggio visivo in grado di raccogliere consenso, indignazione, mobilitazione internazionale. Ma al contempo, possono ridurre la persona ritratta a simbolo, a “massa in lutto”, a spettatore della sua stessa tragedia. Va da sé che se l’immagine è reale può essere vista come documentazione, ma se è frutto di AI, oppure di Photoshop, o ancora di un set il passo dalla documentazione alla manipolazione mediatica è compiuto.
In altre parole: utilizzare immagini di vittime, feriti, distruzioni ha senso se la finalità è informare, documentare, permettere comprensione critica, ma diventa problematico se punta solo a “scatenare” un’emozione forte.
C’è poi un aspetto ancora più insidioso: quello ideologico. Se da un lato l’uso di immagini estreme e manipolate configura una vera e propria commercializzazione del dolore, dall’altro serve anche a veicolare una narrazione politica incentrata sulla colpevolizzazione morale dell’Occidente. In questo schema visivo e narrativo, il mondo occidentale – bianco, ricco, sviluppato, colonialista – viene rappresentato come collettivamente responsabile della sofferenza altrui: sia essa la fame in Africa, sia la distruzione a Gaza.
Le immagini diventano così strumenti non solo per generare empatia o raccogliere fondi, ma per costruire un messaggio ideologico in cui l’Occidente deve espiare, provare vergogna, pagare un prezzo simbolico per il proprio privilegio. È una dinamica che trasforma lo spettatore in un colpevole passivo, facendo leva sul senso di colpa più che su una comprensione reale dei fatti. Il risultato è un’emotività polarizzata, una realtà semplificata in buoni e cattivi, vittime e carnefici, in cui l’analisi critica lascia spazio alla propaganda per immagini.
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Durante la guerra del Libano del 2006 ho documentato nel blog cose come il cadavere di un neonato “appena estratto dalle macerie”, sempre lo stesso, brandito davanti alla fotocamera sempre dallo stesso “soccorritore” per dieci volte in dieci posti diversi in dieci tempi diversi, e sempre con addosso la tutina fresca di bucato e al collo il ciuccio senza un granello di polvere, al pari di bambole bambolotti e peluche fotografati in mezzo alle macerie, sempre senza un granello di polvere. Oppure la donna in preda alla disperazione per la distruzione della propria casa ripresa quattro volte di fronte a macerie diverse. Per non parlare di quella foto spettacolare in cui un uomo indignato inorridito e disperato mostra col braccio la distesa di cadaveri avvolti nel sudario, e nel momento preciso in cui il fotografo scatta uno dei morti, o perché stufo di fare il morto o perché pensava che avessero finito, si tira su a sedere.
Eccola, l’ho trovata:
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/wp-content/uploads/2013/06/miracolo-qana.jpg
Chi colpevolizza sempre l’Occidente sono i soliti noti estremisti ideologizzati e non meriterebbero dopotutto così tanta attenzione.
Il periodo colonialista almeno dalla parte occidentale è finito o perlomeno è molto marginale rispetto a prima e i nefasti eventi che accadono in certe aree sono solo responsabilità di certi governanti criminali senza scrupoli e della schiera di fedeli e servi perlopiù di sesso maschile che li segue ed esegue gli ordini, sostenuti magari da certe potenze o superpotenze dittatoriali ben conosciute.
Chi utilizza immagini e viene verificato da esperti senza ombra di dubbio che è stata usata l’IA è sufficiente colpire costoro pesantemente economicamente, portando in tribunale gli autori e sanzionando le società implicate. Il modo per intervenire ci può e ci deve essere.
Concordo. La schizofrenia provocata dal progresso occidentale e i sensi di colpa per quello che abbiamo raggiunto. Pensa se anche l’Homo Sapiens avesse avuto lo stesso atteggiamento verso i Neanderthal.