
Che poi, diciamocelo, Elonio certamente può dire quello che vuole, però quando sei l’uomo più potente del mondo e hai messo le mani sul paese più potente del mondo, le tue parole hanno un peso specifico. Allora c’è poco da sbandierare costituzioni e libertà di parola, perché l’intento di interferire sulla politica di altri paesi è ovvia. Come diceva Totò “‘cca nisciuno è fesso!”.
Certo, c’è a chi le interferenze di Musk possono anche piacere, infatti se c’è chi apprezza Putin, Xi Jinping, Khamenei e Ciccio Bello, figuriamoci se non abbiamo interi stuoli di fan dell’uomo forte che apprezzano l’oligarca d’Occidente per eccellenza, il sudafricano che in maniera addirittura “sublime” ha preso il controllo della più grande democrazia del mondo senza neanche presentarsi alle elezioni (non è meraviglioso?).
Però, a destra continuiamo a raccontarci tante belle storie sul come va tutto bene ed è tutto regolare. E a sinistra continuiamo a starnazzare e dargli al fascista presagendo apocalissi imminenti, senza mai una volta (ma che fosse una) farsi un paio di domande sulle proprie responsabilità verso una deriva progressista talmente irrazionale (e ai più inaccettabile) da avere innescato una reazione così potente da aver trovato il suo catalizzatore perfetto in Elon Musk, il quale non è certo un genio del male, ma uno che il vento sa leggerlo, eccome. Lui non inventa la marea, la cavalca.
E mentre noi ci dividiamo in tifoserie – Musk santo subito, Musk Satana reincarnato – lui gioca a Risiko con i satelliti, i razzi e le fabbriche di batterie. Un uomo che decide chi deve avere internet in una zona di guerra e chi no.
La verità è che Musk è la cartina tornasole del nostro tempo. Un’epoca in cui i confini tra politica, economia e spettacolo si sono completamente dissolti, lasciandoci una miscela inebriante di potere travestito da genialità. E guai a criticarlo troppo forte, perché c’è sempre il rischio che qualcuno risponda: “Beh, almeno lui qualcosa lo fa”. Come se il semplice “fare” bastasse a giustificare tutto, a prescindere da cosa.
Sembra di essere finiti in un fumetto della Marvel, con il megalomane che domina la città dal suo grattacielo hi-tech, circondato da droni e un esercito di cyborg pronti a difendere il padrone. Solo che questa volta niente Iron Man o Captain America a combattere il signore dell’iperconnessione: oggi i supereroi sono i tastieristi da divano, armati non di scudi o martelli, ma di meme, hashtag e post indignati; marionette folkloristiche, ognuna col suo logo di battaglia – bandiere arcobaleno, croci celtiche o gattini arrabbiati – pronte a digitare furiosamente indignazioni che non spostano una virgola ma fanno tanto, tantissimo rumore.
Il paradosso? Questi paladini digitali si servono proprio della piattaforma del megalomane che vorrebbero combattere, alimentando con ogni loro clic, condivisione la macchina che lui guida. Musk, con la calma sorniona del villain consumato, li osserva dallo schermo gigante della sua sala comandi, un bicchiere di vino in mano e un sorriso a metà tra l’ironico e il compiaciuto. “Bravi ragazzi, continuate così”, sembra pensare. Ogni invettiva, ogni tweet tagliente che passa su quella piattaforma diventa carburante per la sua macchina, ogni utopia digitale urlata contro il sistema è un altro mattoncino nella sua Torre di Babele 4.0.
E per carità, il giocattolo era nostro. Noi stavamo lì prima di lui, è lui che ce l’ha soffiato sotto il naso. Allora eccoci in trappola: se ce ne andiamo perdiamo voce, se restiamo diventiamo ingranaggi del suo piano. Perché il bello – o il tragico, dipende dai punti di vista – è che non possiamo smettere di usarlo. Ogni post che scriviamo, ogni like che mettiamo è una moneta che finisce nella cassa del “villain”. E lo sappiamo, eccome se lo sappiamo. Ma dove andiamo, se non qui? Dove altro troviamo un megafono così potente? Bluesky, forse, ma ci vorranno anni e poi il travaso rischia di essere parziale. E vantiamoci pure di avere sminuito il giocattolo di Musk, ma lui ha vinto comunque perché ci ha decentralizzati, frammezzati, scagliati ai quattro angoli della rete.
Così restiamo, oppure stiamo un po’ qui e un po’ là, annaspando, indignati ma dipendenti, schiavi consapevoli di un meccanismo che si alimenta di noi. Una prigione che ci siamo costruiti da soli e di cui ora Elonio tiene le chiavi.
E Musk non ha nemmeno bisogno di tendere trappole. I suoi “nemici” si battono da soli, persi in una ridda di proclami che sembrano usciti da un’assemblea studentesca degli anni ’70, ma con più emoji e meno concretezza. La sinistra, che dovrebbe essere il contrappeso razionale ai deliri di potere, appare smarrita in un labirinto di ideologie. Si discute animatamente del sesso degli angeli e della pace universale, dimenticando che mentre si analizzano i dettagli, qualcuno si è già preso il quadro intero.
Ogni battaglia, ogni manifesto morale lanciato in rete diventa un colpo sparato a vuoto, un rumore che non arriva mai al bersaglio. Perché nel frattempo Musk, con la calma sorniona del villain consumato, osserva il caos e lo lascia fare. Sa benissimo che le divisioni, le polemiche, gli scontri interni sono la vera arma di distrazione di massa. Non c’è bisogno di complotti o di censura, basta lasciare che i “nemici” si perdano nei loro dibattiti, mentre lui continua a scrivere la storia.
E così, mentre ci si accapiglia sui massimi sistemi e si litiga su definizioni e simboli, la macchina va avanti. Perché la forza di Musk non è solo il suo potere economico, ma la nostra incapacità di costruire un’alternativa solida, concreta e condivisa. E in questa distopia da fumetto, noi restiamo comparse, divisi, impotenti, incapaci di capire che il vero superpotere non è nelle mani di chi grida più forte, ma di chi muove i fili.
E poi litighiamo su chi ha ragione. Come se fosse davvero importante. Come se fosse Musk il problema e non il sistema che gli permette di essere Musk. Tanto che quasi parrebbe di sentirlo Totò adesso dire che qua siamo tutti ‘nu poco fessi.
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