

L’imprenditoria è una delle quattro gambe che sostengono il tavolo della società liberale, insieme al suffragio universale, alla libertà di stampa e al mercato. Su queste basi è sorto e si è sviluppato il capitalismo come prassi senza ideologia, una risposta naturale, quasi inconscia e automatica ai bisogni e alle capacità del singolo per trovare un posto nel mondo.
All’interno del sistema convivono altre componenti: il terzo stato e la classe operaia, che hanno conquistato, con battaglie aspre ma necessarie, diritti fondamentali di cittadini lavoratori, rappresentati da sindacati e partiti. L’impresa resta però l’altro elemento dinamico della dialettica capitale-lavoro, inesistente prima della nascita della moderna industria ad alto tasso di manodopera.
È su questo terreno che emerge il tema dello stile imprenditoriale. Non è una questione estetica, ma un insieme di comportamenti: responsabilità, misura, correttezza, capacità di far crescere un’organizzazione senza ricorrere a scorciatoie. Infatti esistono imprenditori corretti e altri meno limpidi; figure che inseguono notorietà per ottenere protezioni e altre che vivono di frodi fiscali, quando non di evasione, o pilotano gestioni fallimentari.
Ma accanto a questi, la maggioranza costruisce imprese solide e capaci di sostenere intere comunità. L’imprenditore, quando interpreta il proprio ruolo con equilibrio, diventa un mediatore del sistema: rispetta norme spesso imperfette, assume rischi e garantisce continuità a strutture che coinvolgono centinaia o migliaia di persone. L’impresa, anche una multinazionale o una public company, è fatta da persone fisiche: dalla presidenza all’ultima leva di apprendisti.
A questo scenario si aggiungono altri attori. Il sindacato è fondamentale quando si concentra su diritti e retribuzioni, nocivo quando si perde in battaglie ideologiche che nulla hanno a che fare col lavoro, ma sono squisitamente politiche. Il lobbismo può correggere inefficienze o amplificarle, ma diventa pernicioso se si trasforma in corporazione compromessa col potere politico che ne accetta i ricatti.
Anche il mercato finanziario è una medaglia con il suo rovescio: permette alle imprese sane di crescere grazie al capitale di rischio sottoscritto dagli azionisti, ma spesso è preda di speculazioni, opacità e bolle — i big data degli anni ’80, i derivati dei ’90, oggi l’AI. Il potere politico dovrebbe agire da regolatore imparziale; in Italia, invece, una legislazione schizofrenica e torrenziale alimenta vincoli burocratici insensati e apre spazi a interventi giudiziari talvolta fondati, talvolta pretestuosi.
Esistono tuttavia economie di mercato molto sviluppate anche al di fuori delle democrazie liberali. La Cina di Xi Jinping ne è l’esempio più evidente: un Paese guidato da un’autocrazia monopartitica, ma capace di generare colossi industriali e commerciali, attrarre investimenti, dominare catene globali e competere sul piano tecnologico. Il mercato può prosperare anche senza libertà politiche, ma l’assenza di pluralismo introduce opacità, corruzione e rischi imprevedibili.
In questo contesto emergono gli imprenditori che operano con continuità di stile, persone che si dedicano al loro lavoro con visione, sobrietà e rispetto delle comunità in cui operano. Propongo alcuni esempi di imprenditori italiani partiti da zero che hanno creato imprese capaci di affermarsi nel mondo, notevoli per essersi tenuti lontani dal chiasso mediatico e per la correttezza delle relazioni industriali.
Michele Ferrero, inventore della Nutella; l’ex orfano martinitt Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, oggi EssilorLuxottica; Emilio Bombassei e Italo Breda, fondatori della Brembo, ora presieduta da Alberto Bombassei; Pietro Salini alla guida di Webuild; Brunello Cucinelli, il re del cachemire a capo di un’impresa ispirata a un ideale umanistico.
Accanto a loro altre storie chiare e riconoscibili: Giovanni Rana, fondatore del Pastificio Rana; Pietro Barilla, artefice della moderna Barilla; Nerio Alessandri, fondatore di Technogym; il GIV, Gruppo Italiano Vini, nato da cooperative territoriali e oggi tra i principali gruppi vitivinicoli con governance stabile. Sono solo alcuni tra mille altri, noti e meno noti, compresi marchi storici che prosperano grazie alle generazioni successive ai fondatori.
Tutte queste realtà mostrano che si può fare impresa senza clamori, in modo corretto, creare valore e contribuire concretamente allo sviluppo della società. È una questione di stile: la qualità con cui ciascuno interpreta il proprio ruolo nella quarta gamba del tavolo delle democrazie a economia di mercato.
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