


L’abbigliamento maschile classico non è nostalgia né ostentazione, ma linguaggio delle circostanze. Tra tradizione inglese, gusto italiano, raffinatezza francese e rispetto formale americano e giapponese, l’eleganza resta una forma di misura: scegliere l’abito giusto significa capire il momento che si sta vivendo.
Torno a parlare di abbigliamento maschile classico perché un amico, non proprio di primo pelo, sta per avere una ricaduta: si risposa a settembre e mi ha chiesto un consiglio su quale mise sia più adatta alla circostanza.
La sua richiesta mi ha costretto a riflettere sull’argomento e, quasi senza accorgermene, mi sono ritrovato a meditare sul significato stesso dell’abbigliamento classico in un tempo che sembra aver smarrito ogni regola condivisa, dove tutto è consentito e il contrario di tutto viene accolto con la stessa disinvoltura.
La prima conclusione alla quale sono giunto è stata che, se dovessi indicare gli uomini che ancora oggi sanno interpretare con maggiore naturalezza ed eleganza il guardaroba tradizionale, direi senza esitazione gli inglesi e gli italiani, seguiti, a una certa distanza, dai francesi, senza per questo sottovalutare americani e giapponesi.
Mi rendo conto che si tratta di un’affermazione apodittica, ma non mi sottraggo al dovere di spiegarne le ragioni.
La prima osservazione riguarda la storia. Fatta eccezione per gli Stati Uniti, tutti i Paesi citati hanno conosciuto per secoli la presenza di monarchie che hanno raccolto intorno alla corte sarti, camiciai, calzolai, cappellai e artigiani d’ogni genere, chiamati a realizzare i sontuosi guardaroba richiesti dal rango e dall’immagine pubblica dei sovrani.
Da quella esigenza di rappresentanza nacque una tradizione sartoriale e manifatturiera che difficilmente trova riscontro altrove e che, col tempo, è uscita dai palazzi reali per diffondersi nella società civile.
Per gli americani il discorso è diverso. All’origine, fra i WASP, vi fu una naturale ammirazione nostalgica, se non persino un complesso d’inferiorità, nei confronti dei costumi eleganti dell’ex madrepatria. Poi, a metà del Novecento, Ralph Lauren seppe trasformare quello stile equestre e di country house inglese in un linguaggio autenticamente americano, esportandolo nel mondo. Non è casuale che abbia scelto come marchio il nome Polo, lo sport che più di ogni altro richiama l’aristocrazia anglosassone.
Del resto, se ci si riflette, è difficile immaginare che i sarti napoletani o quelli londinesi di Savile Row sarebbero diventati i maestri universalmente riconosciuti che sono senza la committenza delle corti, delle grandi famiglie aristocratiche e, successivamente, dell’alta borghesia. L’eleganza classica non nasce infatti dal caso o dal capriccio della moda, ma da una tradizione secolare fatta di gusto, cultura, artigianato e continua ricerca della perfezione.
Vale forse la pena ricordare che gran parte del guardaroba maschile moderno deriva da capi di origine militare, marinaresca o sportiva, attività che per secoli furono prerogativa delle classi nobili. Anche questo spiega perché l’abbigliamento classico continui ancora oggi a evocare autorevolezza.
Se gli inglesi continuano a essere il punto di riferimento dell’eleganza maschile è perché, oltre a possedere una tradizione sartoriale di eccellenza, hanno conservato un profondo rispetto per la tradizione. La monarchia continua a scandire la vita pubblica con un fitto calendario di cerimonie e occasioni ufficiali che richiedono codici di abbigliamento precisi. A questo si aggiunge quel sottile snobismo dell’aristocrazia britannica che, nel bene e nel male, ha contribuito a preservare un gusto e uno stile che altrove si sono progressivamente dissolti.
Basta assistere al Royal Ascot, dove il tight con il cilindro continua a essere il dress code, oppure alla premiazione di Wimbledon, con i membri della famiglia reale impeccabilmente vestiti secondo le regole del Royal Box. Sono tradizioni che gli inglesi non considerano folclore, ma parte integrante della loro identità.
I francesi meritano un breve cenno. Pur avendo dato i natali all’alta moda, nell’abbigliamento maschile hanno privilegiato la raffinatezza e il gusto rispetto alla costruzione sartoriale dell’abito. La loro eleganza è spesso più intellettuale che formale, meno rigorosa di quella inglese e meno spontanea di quella italiana.
Noi italiani siamo diversi: il vestire bene è anzitutto un piacere. È il gusto del bello che si manifesta nell’abito come nella cucina, nell’automobile, nell’arredamento o nel design. Ci piace indossare una bella giacca non soltanto perché l’occasione lo richiede, ma perché ci fa stare bene con noi stessi. È un gioco, una forma di educazione estetica, quasi un omaggio alla nostra tradizione artistica.
Naturalmente i tempi sono cambiati e il completo classico non è più la divisa quotidiana della maggioranza degli uomini, ma continua a resistere in alcune professioni dove l’abito rappresenta ancora un linguaggio. Penso ai manager, agli avvocati, ai giornalisti e ai politici: categorie nelle quali la giacca e la cravatta, pur con molte eccezioni, continuano a trasmettere autorevolezza, rispetto dell’interlocutore e attenzione al contesto.
Americani e giapponesi meritano infine un discorso a parte. Pur appartenendo a culture molto diverse, condividono un elemento che in Europa stiamo progressivamente perdendo: il rispetto per le occasioni ufficiali. Se un invito prescrive il black tie, difficilmente si presenteranno con una giacca sportiva e una camicia sbottonata. Indosseranno lo smoking, che gli inglesi chiamano dinner jacket e gli americani tuxedo, senza viverlo come una noiosa imposizione, ma come una forma di riguardo verso gli ospiti e verso la circostanza.
Concludo con un’idea che ho espresso più volte, ma repetita iuvant: l’eleganza non consiste nel possedere molti abiti costosi, ma nel saper scegliere quello giusto per ogni occasione. È una forma di rispetto: per se stessi, per gli altri e per il momento che si sta vivendo. Forse è proprio questo il significato più autentico dell’abbigliamento classico: non ostentare, ma dimostrare di aver compreso il valore delle circostanze.
Come riuscirci è un discorso più lungo, che magari affronteremo in una prossima occasione.

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