

Il testo dell’intervista condotta da Roberta Jannuzzi per Radio Radicale l’8 maggio 2026, adattato dalla trascrizione audio. Il link al sito di Radio Radicale con l’intervista è in fondo all’articolo.
Alessandra, ieri si sono tenute le elezioni locali nel Regno Unito. Ci si attendeva un risultato non buono per il Labour. Facciamo un quadro dei dati.
Innanzitutto partiamo da una premessa: stiamo parlando di elezioni locali, non di elezioni politiche. In Gran Bretagna — ma direi ovunque — rappresentano un quadro molto diverso dalle politiche, e sono molto più legate alle realtà locali. C’è poi un discorso di affluenza completamente diverso: alle politiche vota intorno al 60% dell’elettorato, mentre alle locali siamo a percentuali bassissime, intorno al 30%. È un dato importantissimo.
Premesso questo, nei giorni precedenti erano usciti dati ultra catastrofici per il Labour, il che era prevedibile: per via dello scontento verso la situazione economica, verso Starmer, per il caso Mandelson, per la grande campagna mediatica. Si era parlato di perdite catastrofiche, si era detto che il Labour avrebbe perso le Redwall, che sarebbe stato spazzato via da Londra, che avrebbe perso intorno ai 1.500 seggi.
Ora, siamo più o meno a un terzo degli scrutini — 45 sezioni su 136 — e stiamo parlando solo dell’Inghilterra, perché non abbiamo ancora i dati di Scozia e Galles, che usciranno più tardi. Il quadro che si presenta è questo: Reform, come ci si aspettava, sta avendo un momento ottimo. Si è aggiudicato 384 seggi, guadagnandone 382 — non era praticamente presente alle precedenti amministrative. Il Labour ne perde 258, i Conservatori 158. I LibDem avanzano di 35, i Verdi di 27, gli indipendenti guadagnano 20 perdendone 16.
Sembra un risultato terribile per i partiti tradizionali. Ma c’è un ma.
Sì. Se guardiamo al dettaglio delle giunte comunali, il quadro è diverso. Il Labour, nei comuni che erano in questa tornata elettorale, resta al comando con 10 comuni, ne perde 8 — ma questi otto persi dal Labour non sono andati a Reform. I Conservatori ne perdono 1, i LibDem ne guadagnano uno, Reform ne guadagna solo due.
Quindi i seggi conquistati da Reform non si sono tradotti in un passaggio di giunte. E quello che è successo agli altri comuni potrebbe essere anche uno specchio del futuro del paese: ingovernabilità. Al momento ci sono 22 comuni britannici che non hanno un controllo di maggioranza, con un incremento di sei rispetto a prima. Stiamo entrando in un clima di instabilità a livello locale.
Con il passaggio da un sistema prevalentemente tripartitico — perché a livello locale i LibDem sono sempre stati molto forti — a uno scenario con Reform in campo, gli equilibri si sono sbilanciati in termini di voti, ma senza tradursi in un controllo dei comuni. Questo, credo, è un dato abbastanza importante.
Quanto pesa questo risultato sulla politica nazionale? Ci sono precedenti?
La storia delle elezioni locali britanniche è piena di disfatte intermedie. Margaret Thatcher nel 1986 perse oltre 300 seggi — fu una disfatta — eppure sopravvisse altri cinque anni e rivinse le elezioni politiche. Ebbe un’altra disfatta nel 1990, poi si dimise nel 1991. Lo stesso Blair, dopo le polemiche sull’Iraq, credo nel 2003 o 2004, subì una disfatta epocale alle locali, però rimase primo ministro fino al 2007.
Il partito laburista ha una maggioranza di oltre 160 seggi a Westminster. Chiunque faccia speculazioni sulla possibilità di elezioni anticipate produce solo rumore mediatico — non succederà.
Ma qualcosa dentro il Labour si muoverà.
Questo sì. I problemi sono interni al Labour. La domanda è se questa disfatta a livello locale possa creare del panico tra i deputati, al punto da temere che, senza fare qualcosa adesso — cambiare addirittura leader o portare Starmer alle dimissioni — si rischi di ripetere lo stesso scenario alle politiche del 2029.
Per capire come si sta muovendo davvero il partito, non bisogna guardare alle fazioni della sinistra interna, che sappiamo sono sempre state critiche con Starmer. Bisogna guardare le persone a lui più vicine, quelle che lo hanno sempre sostenuto. Se loro continuano a farlo, difficilmente Starmer può essere messo in difficoltà. Se invece assistiamo a spostamenti tra chi gli è stato sempre vicino, allora potrebbe esserci del movimento.
Una figura chiave è certamente Angela Rayner. È stata lei a prendere posizione e salvare Starmer quando esplose lo scandalo Mandelson: fu lei a dire «fermi tutti, smettiamola di attaccare, restiamo uniti». Bisognerà vedere come si posizionerà nelle prossime settimane.
Chi potrebbe rimpiazzare Starmer?
Al momento l’unica persona con una certa credibilità che potrebbe rimpiazzarlo — e in un certo senso, proprio perché è alla sua sinistra, ricucire la spaccatura che si è creata, riportando a casa i voti andati ai Verdi — è il sindaco di Manchester, Andy Burnham. Che non è un deputato.
Per capire se ci sarà una sfida a Starmer, uno dei segnali sarà vedere se Burnham si candiderà come deputato nelle prossime settimane o nei prossimi mesi. Nei giorni scorsi circolavano voci di una sua volontà in tal senso, addirittura con alcuni deputati pronti a dimettersi per consentirgli di andare a elezioni suppletive e portarlo a Westminster.
Chi è Burnham e cosa propone?
È di Bergamo — intendo per origini familiari — ed è un europeista fanatico, tanto per incominciare. Ha sempre dichiarato che se diventasse primo ministro, la prima cosa che farebbe sarebbe tentare di riportare il Regno Unito nell’Unione europea. Questo già risolverebbe una parte della spaccatura con la sinistra.
Starmer, per quanto si stia muovendo molto verso l’Europa — non è un euroscettico, anzi — è sempre stato molto cauto. Non vuole violare le linee rosse della Brexit, non parla di ritorno nell’Unione europea. Questo atteggiamento cauto, politicamente comprensibile, non piace ai giovani, che formano gran parte dell’elettorato dei Verdi, e non piace alla sinistra del Labour.
C’è poi il discorso delle nazionalizzazioni. Le privatizzazioni nel Regno Unito furono fatte in modo abbastanza scellerato, portando non a tagli dei costi per i fruitori, ma addirittura ad aggravarli, con continui interventi statali per salvare compagnie private in difficoltà o in fallimento. Già Sunak aveva cominciato a rinazionalizzare le ferrovie. Starmer si è mosso in quella direzione con il Great British Railways, ma c’è ancora molto da fare: l’energia elettrica, l’acqua, altri servizi. Burnham è molto più deciso su questo fronte.
Il modello italiano delle ferrovie, tra l’altro, è stato guardato in Inghilterra con molto interesse: non viene privatizzato tutto radicalmente, resta un controllo dello Stato con un management che assomiglia almeno in parte al privato. È un modello che si vorrebbe replicare.
C’è poi la tassa sull’eredità, molto invisa alla destra. In Inghilterra è un tema cruciale perché si tratta di una monarchia che ha ereditato un potere feudale: famiglie aristocratiche che detengono gran parte dei terreni, ricchezze che si tramandano da secoli e che raramente vengono tassate in misura adeguata. Starmer è sempre stato molto cauto su questo. Burnham è più netto.
E poi c’è il proporzionale. Burnham è un grande promotore del sistema proporzionale, e questo è un punto molto interessante alla luce di quello che sta succedendo al sistema elettorale britannico.
Perché il proporzionale diventa così rilevante proprio adesso?
Perché il first past the post è un sistema costruito per due, massimo tre partiti. In questo momento nel Regno Unito abbiamo ben sette partiti con percentuali elevate. Le conseguenze sono prevedibili: con due o tre partiti, chi vince un seggio lo fa con il 30, 40, 50% delle preferenze, e il maggioritario secco restituisce un quadro abbastanza fedele della volontà della popolazione. Ma quando i partiti diventano sei o sette — tutti tra il 10 e il 20% — la soglia per vincere un seggio si abbassa drasticamente. Si potrebbe vincere un’elezione con il 20% dei voti e ottenere una maggioranza parlamentare enorme. Oppure, al contrario, nessuno riesce a costruire una maggioranza e si entra in una situazione di ingovernabilità diffusa.
Già a livello locale vediamo questo effetto: 22 comuni senza maggioranza. E il rischio è che si riproduca anche a livello nazionale.
Cosa si aspetta nelle prossime settimane?
Aspettiamo intanto i dati definitivi, inclusi quelli di Scozia e Galles. In Scozia i pronostici parlano di una forte ascesa dello Scottish National Party. In Galles — che è sempre stata una roccaforte laburista — si parla di una possibile perdita del controllo da parte del Labour, il che sarebbe una grossa batosta.
Poi ci saranno un paio di settimane di fuoco all’interno del partito laburista. O arriverà un ricompattamento, oppure emergeranno figure come quella di Burnham in grado di sfidare Starmer.
Io resto dell’idea che questa fuga polarizzante verso Reform e i Verdi si fermerà. Il voto di protesta tende a esaurirsi, e tre anni sono lunghi. Potremmo assistere a un ritorno verso i partiti tradizionali. Non sarà mai totale come prima — il sistema è cambiato — ma il rischio di ingovernabilità è concreto, e prima o poi anche il tema della riforma elettorale dovrà entrare nell’agenda politica britannica.
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