
Paulo Freire, educatore e filosofo brasiliano, ha avuto un impatto profondo sul sistema educativo statunitense, trasformando il modo in cui l’istruzione viene intesa e praticata. La sua pedagogia, incentrata sulla “coscienza critica”, ha trovato una risonanza particolare nei movimenti per i diritti civili e nelle pratiche educative, influenzando intere generazioni di educatori e diventando un punto di riferimento teorico per il movimento woke.
Freire ha definito l’educazione tradizionale come un sistema “bancario”, in cui l’insegnante deposita nozioni negli studenti, considerandoli contenitori vuoti. Questo modello, a suo avviso, limita la capacità di riflettere sulla realtà e perpetua le disuguaglianze. La sua alternativa è l’educazione basata sull’interazione e la comunicazione per sviluppare una consapevolezza critica che permette agli individui di riconoscere le radici delle ingiustizie sociali e agire per trasformarle. Una pratica che Freire chiama “coscientizzazione”.
L’approccio freiriano vede dunque l’educazione come uno strumento di liberazione. Non si tratta solo di acquisire competenze tecniche, ma di comprendere il mondo e sviluppare il potere di cambiarlo. Così, per il movimento woke, la “coscientizzazione” è divenuta una lente per analizzare le disuguaglianze sistemiche, stimolando un “risveglio collettivo”.
Negli Stati Uniti, le idee di Freire furono introdotte da figure accademiche come Richard Shaull, che favorì la diffusione del suo pensiero e la traduzione di opere, tra cui Pedagogy of the Oppressed. Questo libro, pubblicato in inglese nel 1970, rappresentò un punto di svolta, influenzando movimenti per i diritti civili e programmi educativi. Negli anni successivi, università e educatori come Henry Giroux e Peter McLaren svilupparono ulteriormente la pedagogia critica, integrandola con teorie marxiste, femministe e sulla razza.
Negli anni ’90, Ladson-Billings ha portato la Critical Race Theory (Crt) nell’ambito educativo, collegandola alle idee di Freire. Il concetto di Critical Consciousness è stato trasformato in uno strumento per interpretare la realtà attraverso la lente marxista di oppressore contro oppresso. Questo ha trovato riscontro nella promozione della Culturally Responsive Pedagogy da parte dell’Istituto delle Scienze dell’Educazione (IES), un organo del Dipartimento dell’Educazione degli Stati Uniti.
All’integrazione dei principi di Freire nell’educazione, favorita dai democratici a partire dal 2009, in campo repubblicano si è opposto il rifiuto a un approccio percepito come una trasformazione dell’insegnamento in un mezzo di indottrinamento ideologico e militanza. Coinvolgendo milioni di genitori americani, è uno dei contenziosi che ha favorito il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Enti come i Regional Educational Laboratories (REL) e programmi come la White House Initiative on Educational Excellence for Hispanics, per esempio, promuovono questa pedagogia con l’obiettivo di evidenziare l’oppressione sistemica, soprattutto tra le minoranze – un approccio all’educazione vista come progetto ideologico mirato a creare attivisti piuttosto che cittadini. Quanto è avvenuto a Harvard e alla Columbia all’indomani del pogrom del 7 ottobre, per molti, è stata una cartina di tornasole.
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Premetto che non sono né sociologo né pedagogista, ma; ammesso e non concesso che le idee innovative del Freire fossero a fin di bene; ovvero di migliorare la formazione e l’educazione dell’essere umano, sembra proprio un altro caso di come un’innovazione possa essere usata anche per secondi fini (negativi) diventando, suo malgrado, il grimaldello di una nuova corrente anti-occidentale.