
L’idea di applicare all’Iran il “modello Caracas” — cioè sostituire la leadership senza cambiare davvero il sistema — seduce parte degli ambienti strategici occidentali. Ma la Repubblica islamica non è il Venezuela: storia statuale, struttura del potere, peso geopolitico e ruolo dei Pasdaran rendono l’ipotesi di una transizione rapida molto più illusoria che realistica.
Negli ambienti strategici occidentali, dopo l’eliminazione del vertice politico della Repubblica islamica e l’avvio delle operazioni militari contro Teheran, ha iniziato a circolare una suggestione: applicare all’Iran il “modello Caracas”. L’idea sarebbe quella già sperimentata in Venezuela nel 2026, quando l’arresto di Nicolás Maduro non portò alla distruzione del sistema chavista, ma alla sua riorganizzazione attorno alla vicepresidente Delcy Rodríguez, con la sopravvivenza dell’apparato statale in cambio di un nuovo rapporto con Washington.
Non è un’ipotesi marginale. Donald Trump ha più volte evocato il precedente venezuelano come esempio di come un cambio di vertice all’interno dello stesso regime possa produrre un risultato geopolitico accettabile per gli Stati Uniti. In questo schema, il problema non sarebbe la natura del sistema politico iraniano, ma la leadership che lo guida: eliminato il vertice, si tratterebbe di negoziare con una nuova élite disposta a collaborare.
È una visione seducente nella sua semplicità. Ma è anche un’illusione analitica.
Il fantasma del “modello Caracas”
Per comprendere il fascino esercitato dal precedente venezuelano, bisogna ricordare la logica strategica che lo ha generato. Nel caso di Caracas, l’obiettivo degli Stati Uniti non è stato distruggere lo Stato chavista, ma riconfigurarlo.
L’operazione ha seguito una sequenza relativamente semplice: pressione militare e diplomatica, rimozione del vertice politico più ingombrante, negoziazione con una parte dell’élite al potere e mantenimento dell’architettura statale esistente. Il risultato è stato un sistema che ha cambiato leadership senza cambiare realmente natura.
In termini di teoria delle relazioni internazionali, si tratta di una forma di regime adaptation: il sistema politico sopravvive adattandosi a un nuovo equilibrio di potere.
È questa logica che alcuni osservatori intravedono oggi nel dossier iraniano. Dopo la decapitazione della leadership clericale, Washington potrebbe preferire un compromesso con una nuova figura interna al regime piuttosto che un processo lungo e incerto di trasformazione politica.
Ma il problema è che questo schema presuppone una condizione fondamentale: che il regime sia un sistema politico relativamente flessibile, capace di adattarsi senza implodere.
Ed è qui che il caso iraniano diverge radicalmente.
Perché l’Iran non è il Venezuela
La prima differenza è storica e sociologica.
Il Venezuela è uno Stato moderno la cui architettura istituzionale è stata profondamente segnata dal ciclo politico inaugurato dal chavismo alla fine degli anni Novanta. La configurazione del regime è quindi strettamente legata a una stagione politica recente e a una leadership carismatica specifica.
L’Iran, al contrario, si colloca all’interno di una traiettoria storica radicalmente diversa. È uno dei più antichi spazi di continuità statuale e civile del mondo, con tradizioni politiche che risalgono alle grandi formazioni imperiali persiane. Questa lunga stratificazione storica ha contribuito a costruire un’identità nazionale che precede di molto la nascita della Repubblica islamica.
Ne deriva una conseguenza politica rilevante: il nazionalismo iraniano non nasce con il regime del 1979, ma lo precede e in parte lo trascende. Anche una parte significativa dell’opposizione al sistema teocratico difficilmente accetterebbe una trasformazione percepita come imposta dall’esterno. In Iran la distinzione tra opposizione al regime e difesa della sovranità nazionale è molto più marcata di quanto accada in contesti statuali più recenti.
La seconda differenza è geopolitica.
Il Venezuela rappresenta un teatro strategico relativamente circoscritto, il cui destino dipende soprattutto dal rapporto con Washington e, in misura minore, dal sostegno di attori esterni come Russia e Cina.
L’Iran, invece, è uno dei nodi centrali dell’equilibrio mediorientale. La sua posizione geografica, il peso demografico, la dimensione energetica e la rete di alleanze costruita negli ultimi decenni lo collocano al centro di un sistema regionale estremamente complesso. Un cambiamento di potere a Teheran produrrebbe effetti immediati sugli equilibri strategici di Israele, Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Turchia, Iraq, Siria e Libano, oltre a incidere sulle dinamiche energetiche globali.
In altre parole, una trasformazione del regime iraniano non sarebbe una semplice questione bilaterale tra Washington e Teheran, ma una riconfigurazione sistemica dell’intero equilibrio mediorientale.
Infine esiste una differenza istituzionale, forse la più decisiva.
Il regime venezuelano è sostanzialmente un sistema politico centrato attorno a una leadership civile e a una coalizione politico-militare relativamente compatta costruita dal chavismo.
La Repubblica islamica iraniana, invece, è una struttura di potere molto più articolata che si regge su tre pilastri interconnessi: l’autorità religiosa della Guida Suprema e dell’establishment clericale, l’apparato statale della Repubblica islamica e, soprattutto, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC).
I Pasdaran non sono soltanto una forza armata. Sono un attore politico, economico e strategico che controlla settori cruciali dell’economia, dispone di una propria infrastruttura militare e gestisce una rete di alleanze regionali.
In un sistema costruito su questa architettura, la sostituzione del vertice politico non implica automaticamente la trasformazione del regime. Finché l’apparato militare-economico che sostiene la Repubblica islamica rimane intatto, un cambio di leadership rischia di produrre non una transizione, ma una riorganizzazione interna dello stesso sistema di potere.
Ed è proprio questa struttura profonda a rendere impraticabile l’idea che la crisi iraniana possa essere risolta con un semplice cambio di vertice sul modello venezuelano.
Il vero nodo: Pasdaran, esercito e successione
Due osservazioni contenute nell’analisi di Luca Longo pubblicata ieri su InOltre aiutano a inquadrare correttamente la crisi iraniana.
La prima riguarda un principio ormai consolidato nella letteratura sulla politica comparata: i regimi autoritari raramente crollano quando appaiono più fragili. Gli studi su authoritarian resilience, durable authoritarianism ed elite cohesion mostrano che sistemi profondamente delegittimati possono continuare a sopravvivere finché restano compatti gli apparati coercitivi e le élite che li sostengono.
La seconda riguarda la dinamica del conflitto internazionale. Quando un regime è sottoposto a pressione esterna può verificarsi il fenomeno del rally around the flag: una parte della società tende temporaneamente a ricompattarsi attorno allo Stato, attenuando il conflitto interno e offrendo al potere un margine di stabilizzazione.
Queste due chiavi interpretative aiutano a comprendere meglio la natura del sistema iraniano. La Repubblica islamica non è soltanto un regime clericale: è anche un sistema di potere militare-economico in cui il ruolo dominante è esercitato dai Pasdaran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione.
Non si tratta di una semplice forza armata, ma di un attore politico ed economico che controlla settori strategici dell’economia e gestisce una rete di milizie regionali.
Accanto a questo apparato esiste però anche un’altra struttura militare: l’Artesh, l’esercito regolare iraniano. Nato prima della rivoluzione del 1979, collabora con i Pasdaran ma non deriva direttamente la propria legittimità dall’autorità teocratica. Proprio per questo, in qualsiasi scenario di crisi o di successione, il comportamento dell’Artesh rappresenterebbe una variabile strategica non secondaria.
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In uno scenario di successione instabile, il rischio non sarebbe una democratizzazione improvvisa, ma piuttosto un rafforzamento del potere militare dei Pasdaran. Il dibattito sul ritorno della monarchia o sulla figura di Reza Pahlavi, molto visibile nella diaspora, resta quindi marginale rispetto al vero nodo della questione.
Il punto decisivo non è infatti chi possa guidare politicamente un eventuale Iran post-islamico, ma chi controlla lo Stato armato iraniano. La storia dei regimi autoritari mostra che questi sistemi non cadono quando la protesta sociale aumenta, ma quando si rompe la coesione delle élite che li sostengono.
Finché l’apparato militare, politico ed economico che sostiene il regime — e che in larga misura coincide con i Pasdaran — rimane compatto, anche un sistema profondamente delegittimato può continuare a sopravvivere. E se quel controllo dovesse restare nelle mani delle Guardie della Rivoluzione, qualsiasi compromesso interno rischierebbe di produrre non la fine del regime, ma una sua nuova versione, ancora più militarizzata e ideologicamente rigida.
L’illusione della transizione facile
La tentazione di applicare all’Iran il modello Caracas nasce da un’esigenza comprensibile: evitare un conflitto lungo e ottenere rapidamente un risultato politico. Ma questa logica rischia di fraintendere la natura della Repubblica islamica. L’Iran non è semplicemente un regime personalistico che può essere modificato sostituendo il leader. È un sistema ideologico e istituzionale nato da una rivoluzione e sostenuto da una struttura militare autonoma.
Per questo parlare oggi di transizione politica è probabilmente prematuro. Prima ancora di immaginare un nuovo assetto istituzionale per Teheran, occorrerebbe chiarire quale sia l’obiettivo militare dell’operazione in corso. Se l’intenzione è davvero ridisegnare gli equilibri regionali, la priorità non può essere la sostituzione di una leadership con un’altra più accomodante, ma la neutralizzazione della capacità del regime di proiettare e allargare il conflitto.
Ed è proprio ciò che la Repubblica islamica sta tentando di fare. Il lancio di droni Shahed contro obiettivi nella regione — come l’attacco alla base militare di Mala Qara nel Kurdistan iracheno, che ha causato la morte del maresciallo capo francese Arnaud Frion e il ferimento di altri sei militari — indica una strategia chiara: allargare progressivamente il perimetro dello scontro.
Colpendo indirettamente forze occidentali presenti nell’area e coinvolgendo attori regionali diversi, Teheran cerca di trasformare una crisi circoscritta in una dinamica di guerra regionale, moltiplicando i fronti e rendendo sempre più difficile qualsiasi stabilizzazione.
A questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: la cultura strategica maturata dall’Iran negli ultimi quarant’anni osservando il modo di combattere delle potenze occidentali. Consapevole di non poter competere simmetricamente con la superiorità tecnologica americana, Teheran ha sviluppato una dottrina di guerra asimmetrica basata su mine navali, droni, missili costieri e sciami di piccole imbarcazioni veloci capaci di saturare le difese delle grandi unità navali nello spazio ristretto dello Stretto di Hormuz.
Questa strategia non mira a vincere una guerra convenzionale, ma a rendere il conflitto estremamente costoso per l’avversario, trasformando uno dei principali corridoi energetici del mondo in uno strumento permanente di pressione geopolitica.
In un contesto simile, l’idea di un compromesso interno al regime appare ancora più fragile. Un sistema che conserva intatta la propria struttura militare e la propria capacità di destabilizzazione regionale non cambia natura semplicemente sostituendo il vertice politico.
Resta poi una questione raramente esplicitata nel dibattito pubblico: quanto è realistico attendersi una caduta autonoma del regime senza una presenza militare sul terreno? La storia delle crisi mediorientali suggerisce prudenza. Anche attori regionali potenzialmente ostili a Teheran — come le milizie curde — mostrano una comprensibile riluttanza a farsi coinvolgere in uno scontro diretto con uno Stato che conserva ancora rilevanti capacità militari.
Per questo il nodo centrale, oggi, non è la transizione. È la neutralizzazione della capacità strategica della Repubblica islamica.
Solo dopo aver chiarito questo punto sarà possibile discutere seriamente del futuro politico dell’Iran. Fino ad allora, il cosiddetto “modello Caracas” resterà soprattutto una scorciatoia analitica, più vicina al desiderio di una soluzione rapida che alla complessità reale del Medio Oriente.

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La sua analisi è davvero interessante, poiché il cosiddetto “Modello Caracas” del 2026 non appare come un miracolo democratico, quanto piuttosto come una manovra di sopravvivenza pragmatica. Sotto la presidenza ad interim di Delcy Rodríguez, il regime ha dimostrato una grande capacità di adattamento attraverso l’allentamento dei legami con Teheran e Hezbollah. Questa mossa ha permesso di ottenere, in cambio, un progressivo alleggerimento delle sanzioni, nuova liquidità e la lenta riapertura dei mercati. A marzo 2026 gli effetti sono già tangibili: si manifestano nel ritorno dei tecnici da Houston e dei capitali da Madrid, oltre che nel riavvio selettivo della produzione petrolifera. Emergono tuttavia paradossi evidenti, con i prezzi immobiliari alle stelle nei quartieri alti mentre le infrastrutture di base restano disastrate. In sintesi, il potere ha barattato la presenza militare straniera con garanzie minime e una stabilità sufficiente ad attirare i big del greggio. L’Unione Europea gioca in questo scenario un ruolo chiave, passando da una linea di scontro a una politica di incentivi condizionati. Tale strategia prevede la revoca graduale delle sanzioni in cambio di passi concreti, di cui la recente legge di amnistia, pur non ancora totale, rappresenta un esempio. Bruxelles tutela così i propri interessi energetici, favorendo investimenti mirati da parte di realtà come Repsol ed Eni e agevolando al contempo il rientro dei capitali della diaspora. Come lei giustamente sottolinea nell’articolo, però, applicare la stessa flessibilità all’Iran sarebbe un errore prospettico. Se a Caracas il chavismo ha potuto “sgretolarsi” in modo controllato per riposizionarsi, a Teheran i Pasdaran non rappresentano una semplice sovrastruttura politica, bensì l’ossatura stessa dello Stato. Qualsiasi “passo di lato” rischierebbe di provocare un collasso sistemico invece di una transizione gestita. Caracas ha dunque modificato alcuni equilibri per evitare l’implosione totale; Teheran non sembra avere margini analoghi senza giungere alla disintegrazione. Il punto di rottura tra i due modelli risiede proprio nella natura della rendita: in Venezuela è una risorsa da spartire per cooptare nuovi attori, in Iran è il collante ideologico e militare di un intero apparato di sicurezza.