


L’elezione del prossimo Presidente della Repubblica potrebbe segnare il vero passaggio alla Seconda Repubblica. Sullo sfondo, la contrapposizione fra conservazione e innovazione istituzionale, la ridefinizione delle alleanze politiche e il ruolo dell’Italia in un’Europa chiamata a conquistare maggiore autonomia.
Da qualche tempo si discute un po’ sottotraccia dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Anche considerando che l’evento avrà luogo nel febbraio del 2029, quindi fra più di due anni, taluni bollano l’interesse verso questo tema come surreale. Altri, in preda a un benaltrismo dal sapore apolitico, indicano i veri temi che dovrebbero essere alla ribalta: le famiglie non arrivano a fine mese, bla bla.
In realtà, si tratta di una partita cruciale ed è normale che si inizi a ragionarci su. Si tratta della partita che più di ogni altra, anche più delle prossime elezioni politiche, potrebbe ridisegnare il quadro politico.
Il ruolo del Presidente della Repubblica fu pensato dai padri costituenti come quello del garante del patto istituzionale fra mondo politico cattolico e mondo politico comunista, patto suggellato in nome di quell’antifascismo che oggi ci appare per quello che davvero fu: un espediente retorico per cementare l’alleanza fra quei due mondi.
Non è di certo un caso se la gran parte dei Presidenti che si sono susseguiti appartenevano all’uno o all’altro mondo e, nei rari casi di Presidenti non democristiani o comunisti, si sia ricorso a figure comunque garanti del patto, non fosse altro che per il loro passato partigiano. È il caso, ad esempio, di Pertini e Ciampi.
Da decenni, il senso di quel patto catto-comunista è venuto meno, ma le istituzioni italiane, così come la politica e la cultura, non hanno saputo evolversi, non hanno saputo immaginare un nuovo impianto costituzionale, coerente col nuovo corso storico.
Si parla di Seconda Repubblica, ma in effetti essa non ha mai visto la luce: la Prima Repubblica versa in stato comatoso, ma la Seconda, ancorché già evocata, ancora deve essere concepita. Si tratta di un tema cruciale, senza affrontare il quale ogni sforzo per invertire il declino che ci affligge da decenni appare vano. In questo quadro si inserisce il tema dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.
L’interrogativo che, di fatto, pone questa scadenza istituzionale è il seguente: procrastinare lo stato comatoso della Prima Repubblica o, finalmente, concepire la Seconda?
Alcuni non hanno dubbi nel proporre un atteggiamento conservativo. Esso è perfettamente espresso da Bersani quando dice che “il presidente della Repubblica dovrà avere un rapporto intimo con la Costituzione antifascista”. Appare chiarissimo l’intento di continuità, volto a perpetrare un sistema istituzionale divenuto nel tempo del tutto antistorico.
D’altronde, lo stesso Giuseppe Conte propone emblematicamente un nome nuovo per il campo largo: Alleanza per la Costituzione. Tutto torna.
Giorgia Meloni sembra accogliere la sfida quando dice che “non è detto che non possa superarsi anche questo altro grande tabù, quello di avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra”. Meloni pone il tema in termini di destra verso sinistra.
A me pare che, pur avendo un senso, questo discrimine non racconti in modo esaustivo la posta in gioco, poiché essa non riguarda la disputa fra destra e sinistra, quanto la scelta fra conservazione e innovazione del sistema istituzionale. Non è così importante che il prossimo presidente sia più o meno di destra o di sinistra, è importante, questo sì, che sia culturalmente estraneo al blocco di garanzia catto-comunista.
In fondo, il prossimo Presidente della Repubblica potrebbe essere il primo Presidente della Seconda Repubblica.
Si tratta di una partita difficile e dall’esito molto incerto, poiché la conservazione dello status quo culturale e istituzionale rappresenta una tentazione fortissima e lo si è misurato in occasione dei referendum costituzionali, tanto quello del 2016 quanto quello della primavera scorsa.
Lungi dall’essere un tema di lana caprina o un capriccio per politicisti, l’alleanza che si può generare intorno all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica potrebbe dunque influire in modo decisivo su un quadro politico già ricco per conto suo di tanti sommovimenti. Vediamoli.
Innanzitutto, il nuovo scenario geopolitico, fondato sulla dinamica fra nuovi paesi imperialisti e nuove colonie, oltre al terzo incomodo di quei paesi o blocchi che ambiscono alla propria indipendenza.
In questo nuovo scenario, la scelta di un paese come l’Italia sembra ricondursi ad accettare il ruolo di colonia o porsi alla guida di un processo politico che renda il blocco europeo meno vulnerabile e più autorevole nel porsi da pari a pari con i paesi imperialisti.
L’indipendenza di un’Europa capace di farsi nazione e la sua difesa dalle insidie e smanie imperialiste rappresenta un tema che attraversa e divide gli schieramenti politici. Questo può favorire nuovi sistemi di alleanze, tanto in vista dell’elezione del Presidente della Repubblica, quanto delle prossime elezioni politiche.
Potranno convivere ancora a lungo nello stesso partito le posizioni di Salvini-Borghi-Bagnai con quelle di Giorgetti-Zaia-Fedriga? Meloni sceglierà di inseguire Vannacci o di smarcarsi in modo netto aderendo a uno stile più “crosettiano”?
I cosiddetti riformisti e addirittura centristi del campo largo, ammesso e non concesso che esistano davvero, possono continuare, in nome della “Costituzione antifascista”, a marciare in mezzo al tripudio di bandiere antioccidentali e antisemite?
Marina Berlusconi potrà continuare ad accettare l’anonimato di un partito, Forza Italia, che ha ormai perduto ogni pulsione innovatrice e può solo interpretare il ruolo di forza sedicente rassicurante?
I terzopolisti continueranno la loro battaglia contro i mulini a vento del bipolarismo o proveranno a interrogarsi sulle nuove contraddizioni che possono determinare un nuovo quadro politico e su come influire concretamente sulla sua evoluzione?
Nei prossimi mesi si intuiranno delle risposte. Da quelle risposte dipenderà molto del nostro futuro.
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Grazie Alessandro Chelo. Ho l\’impressione che Lei prospetti una rivoluzione improbabile. Ci tenga aggiornati per favore. Nadia Mai Ps. Draghi potrebbe essere il primo Presidente della seconda repubblica?
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