
Ciò che Roland Barthes chiamava “il piacere del testo” non è un residuo soggettivo in grado di allontanare da una sua vera comprensione, ma un alleato indispensabile per conseguirne l’unica possibile. Se ne potrebbe desumere che il vero motore della critica non dovrebbe tendere principalmente a scoprire i significati nascosti e le caratteristiche narratologiche di un testo letterario, ma ad esaminare i suoi effetti su un lettore che sia in grado d’instaurare con esso un proprio segreto conversare, a sua volta capace di restituire in modo perspicuo il senso della sua esperienza di lettore.
Jean Starobinski, nei suoi studi su Rousseau e Montaigne, proponeva una “critica empatica”, dove comprendere l’opera significa “sentirne” dall’interno la tonalità affettiva. Per Starobinski, la distanza analitica, quando non accompagnata dalla capacità di empatizzare con il mondo del narratore, rischia di rivelarsi sterile, mentre una simile empatia costituisce una porta d’accesso anche a quella radicale esposizione all’altro in cui secondo Maurice Blanchot consiste ogni lettura. Questa sa farsi eco e riverbero del mondo del narratore quando si fa involontariamente complice dello spogliarsi del linguaggio da ogni suo uso strumentale: per chi legge, il linguaggio ad altro non serve che a dire ciò che dice, e in questo suo sottrarsi a ogni asservimento si fonda quell’abbandono che rende possibile l’immersione nella lettura.
Ogni opera letteraria è infatti – scrive Blanchot ne Il libro a venire – un “luogo dove il linguaggio è ancora relazione senza potere, linguaggio del rapporto nudo, estraneo ad ogni padroneggiare e ad ogni servire, linguaggio inoltre che solo parla a chi non parla per avere e per potere, per sapere e per possedere, per diventare padrone e padroneggiarsi”, laddove la distanza analitica cui indulge invece buona parte della critica letteraria dell’ultimo secolo sembra consistere talora proprio nell’esercizio di potere, tipico del linguaggio, di ridurre ogni cosa ad altro, per esempio subordinando ogni piacere a categorie ideologiche e culturali preesistenti e dominanti.
Ogni opera letteraria sa indurre cioè nel lettore una sorta di arrendevolezza, l’abbandono a un tempo narrativo e a un orizzonte di senso, una certa pigra resistenza verso ogni forma d’innecessaria decodifica, tanto che chiunque si proponga di cimentarsi con una simile impresa dovrà pur sempre, se non vuol correre il rischio di parlare a vanvera, prendere le mosse da quanto accade nel lettore.
In questo senso, il ruolo dell’empatia nella critica letteraria non è marginale, ed è stato infatti distintamente avvertito da diversi studiosi, filosofi e scrittori, ma se dovessimo indicare chi ha saputo evidenziarlo nel modo più sintetico e incisivo la scelta ricadrebbe su Roland Barthes, che poi è il primo che abbiamo menzionato. Semiologo, linguista, critico e, sebbene in senso più lato, romanziere e filosofo, Barthes ha saputo trarre dai suoi contemporanei un nutrimento molteplice, forse paragonabile a quello che gli è derivato dalla reiterata lettura di classici antichi e moderni.
In quel panorama culturale tanto ricco e composito è stato un mediatore disincantato, un discente segretamente moderato, un maestro tanto sporadico quanto generoso. Di Roland Barthes oggi si parla poco. Come nel caso di Sartre, Merleau-Ponty e altri pensatori francesi che hanno operato nella seconda metà del ’900 sembra a volte che della sua opera si siano smarrite le tracce, almeno per quanto riguarda il grande pubblico. Eppure, non ha perso nulla della sua attualità e originalità, né della sua finezza intellettuale, della sua eleganza stilistica, della sua leggerezza e della sua profondità.
Un approccio panoramico al suo pensiero come critico e alla sua estetica potrebbe prendere le mosse dalla lettura di una raccolta d’interviste concesse dallo scrittore tra il 1962 e il 1980 (La grana della voce, Einaudi, 1997, che ormai purtroppo si può trovare, e solo a prezzi piuttosto alti, nelle librerie dell’usato) che contribuiscono a rendere più accessibile ed evidente la sua personalità umana e intellettuale.
Legato nella sua adolescenza a Gide, Proust e Brecht, e successivamente a Nietzsche, Sartre e Benveniste; amico di Sollers e attento lettore di Lacan, Barthes ha saputo evitare nei suoi scritti certa voracità intellettualistica e certi vezzi stilistici assai frequenti in alcuni suoi connazionali, pur sapendone assecondare le migliori suggestioni teoriche. Anche quando si è addentrato in modo apparentemente compiacente nei rivoli della moda culturale, lo ha fatto sempre senza compromettere la qualità e la sobrietà del suo stile, spinto da una passione sincera per il dialogo culturale e attratto da “quelle piccole scosse caleidoscopiche” che esso sapeva provocare nell’ordine delle proprie competenze linguistiche.
Il dialogo culturale è d’altra parte, secondo Barthes, una componente essenziale della stessa attività di scrittore. Tale attività, grazie alla quale ogni soggetto “può dissolvere il proprio immaginario”, che è fatalmente anche un immaginario culturale, si fonda nel suo caso su una duplice aspirazione: da un lato realizzare nel testo tutti “quegli straripamenti semantici e simbolici” altrimenti destinati ad una perpetua giacenza inconscia; dall’altro conseguire, mediante tale esercizio, la capacità non solo di “esprimersi semplicemente”, ma anche di “pensare e sentire semplicemente”.
Tali fini, adottati all’unisono, definiscono in maniera abbastanza esauriente il suo modo d’intendere il lavoro del critico. Questi non dovrebbe proporsi di valutare delle opere alla luce di stereotipati paradigmi ermeneutici, quanto piuttosto tentare di riscriverle “affettuosamente”, articolandone e depurandone i sensi che proiettano diffusamente sul lettore. “In fondo – dichiara in un’intervista del 1979 – ho sempre voglia di difendere degli uomini piuttosto che delle idee (…). Ma bisognerebbe andare ancora più in là, e teorizzare quasi l’affetto come motore della critica”.
Roland Barthes, La grana della voce, Torino 1997, Einaudi editore.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
