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L’Italia è come quel vecchio televisore che tieni in salotto. La polvere si accumula, la qualità dell’immagine è discutibile, ma alla fine nessuno osa spegnerlo. Ci stiamo abituando a guardare uno schermo pieno di staticità politica, mentre i partiti sembrano più impegnati a regolare il volume della propria voce che a cercare un canale con un programma decente. Lo show del giorno? “Decideremo quando saremo al governo”. Un po’ come quei telequiz degli anni ‘90 dove il pubblico non aveva la più pallida idea di cosa si stesse giocando, ma applaudiva comunque.
Intanto, nel Parlamento europeo, i deputati del PD hanno trovato il tempo per un piccolo avvicinamento alla destra sovranista, giusto per non sfigurare nel caos. Hanno votato con i putinisti, ma tranquilli, sono diversi. Come siano diversi rimane un enigma che solo loro potranno svelare. Quando? Ovviamente quando saranno al governo. Nel frattempo, approviamo risoluzioni, ma senza troppo impegno, un po’ come chi firma un contratto senza leggere le clausole, perché tanto si vedrà in seguito.
Il dibattito sull’Ucraina è solo l’ultimo episodio di questa soap opera politica. Sì, i democratici appoggiano la risoluzione europea, ma con la cautela di chi ordina un piatto senza sapere esattamente cosa arriverà. L’uso delle armi per colpire obiettivi in Russia? No, meglio non rischiare di scegliere troppo. Così l’Italia resta sospesa tra due mondi: un piede in Europa e uno nel pantano dell’immobilismo, mentre l’ala riformista del partito osserva impotente il naufragio di ciò che una volta chiamavano visione.
E non si pensi che le altre forze politiche brillino per coerenza o altrettanta visione. Da Fratelli d’Italia alla Lega, da Forza Italia, Verdi e Sinistra, fino al Movimento 5 Stelle, il coro è unanime: cantano tutti insieme allegramente. Apparentemente in disaccordo, ma sempre pronti a ritrovarsi a braccetto alla resa dei conti, quando il sipario cala. Come attori di una compagnia itinerante, cambiano ruoli ma mai trama. Si urlano addosso in pubblico per poi brindare insieme dietro le quinte. È un gioco a incastro dove tutti fanno finta di combattere, e poi fanno tutti la stessa cosa.
Nel mezzo di questo circo, il centro politico italiano, quello atlantico, è scomparso come un miraggio nel deserto. Il grande centro, quel luogo tanto invocato quanto sfuggente, sembra ormai una leggenda. Politici che oscillano da una parte all’altra come trapezisti incerti, senza mai decidere dove posare i piedi. È il regno della vaghezza, dove tutto è promesso e niente è mantenuto. Quel grande, vuoto centro, così difficile da afferrare, è più simile a una nebulosa nello spazio: teoricamente esiste, ma nessuno sa davvero cosa ci sia dentro. Tutti vorrebbero posizionarsi lì, ma poi alla fine fanno scelte così vaghe che nemmeno loro sanno più chi sono. Un’illusione ottica, una fata morgana che promette stabilità ma offre solo ulteriori giravolte.
L’Italia è ormai guidata da sondaggi come se fosse un reality show. La politica ha abbracciato il populismo con l’entusiasmo del turista all-inclusive. Perché fare scelte difficili quando ha già la pappa pronta? E così, si innesca una spirale: i sondaggi dicono che la gente vuole una cosa, la politica la offre, e poi i sondaggi confermano che, sì, la gente voleva proprio quella cosa. Un ciclo infinito come un loop su TikTok.
In questo eterno teatro dell’assurdo, l’Italia sembra destinata a rimanere sospesa in un limbo decisionale, guidata da attori che si scambiano battute già sentite e promesse mai mantenute. La politica si è trasformata in una danza di compromessi, una coreografia che non porta da nessuna parte, mentre il Paese continua a galleggiare, senza direzione e senza vento nelle vele.
E non si salva nessuno.
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