di Piero Calamai
Bottom line up front (BLUF): il numero di reduci e di feriti difficilmente assistibili che la guerra sta creando in Russia è una bomba a orologeria che ha la potenzialità di far cambiare gli equilibri di potere imposti da Putin. Al termine del conflitto potremmo trovare uno scenario modello 1919-1921, con dei gruppi simili ai freikorps che questa volta avranno la forza di spazzare via l’attuale classe dirigente, che è in continuità con quella dell’Unione Sovietica, ponendo così, davanti all’occidente, un nemico totalmente nuovo e ugualmente pericoloso.
Il 9 luglio 2024 su “War on the Rocks” è apparso un articolo molto interessante dal titolo: “Wounded Veterans, Wounded Economy: The Personnel Costs of Russia’s War” (https://warontherocks.com/2024/07/wounded-veterans-wounded-economy-the-personnel-costs-of-russias-war/).
Il pezzo cerca di delineare il sistema di assistenza russo alle famiglie dei caduti e a coloro i quali, avendo ricevuto ferite inabilitanti sia fisiche che psicologiche, non potranno più rientrare nel mondo del lavoro e dovranno quindi ricevere un sussidio permanente dallo Stato. Tra i dati più interessanti ci sono le stime delle perdite russe (caduti più feriti), il costo dell’assistenza alle famiglie di coloro i quali non sono tornati e quanto tutto questo pesa sul bilancio dello Stato. L’articolo conclude che la Russia non è preparata (né dal punto di vista fiscale, né da quello culturale) a fronteggiare un costo tanto alto e quindi dovrà compiere scelte difficili nel prossimo futuro. Personalmente non penso che la Federazione Russa verrà messa in grande difficolta da questo aspetto, nel senso che il livello di supporto sarà comunque sotto gli standard occidentali, ma il grosso delle famiglie si adatterà a ciò che otterrà. Ciò che trovo interessante riguarda il futuro della società russa. Un grande numero di reduci con lesioni inabilitanti è una sfida per qualsiasi società e, questa guerra, ha delle proporzioni che non si vedevano dai tempi della Grande Guerra Patriottica, dove però il dramma era nazionale. I reduci di questa guerra avranno delle istanze che saranno raccolte al livello politico da qualcuno, molto probabilmente non un personaggio che è nell’attuale classe dirigente.
Penso che la guerra in Afghanistan sia un buon termine di paragone, diciamo un’operazione militare speciale che ha più di qualche punto in comune con l’attuale invasione dell’Ucraina, per questo credo che confrontare i numeri della guerra in Afghanistan possa aiutare a comprendere meglio il fenomeno. Tra il dicembre del 1979 e il febbraio del 1989 l’Unione Sovietica ha impiegato in Afghanistan 620.000 soldati, con un forza di combattimento rischierata che ha oscillato tra gli 85.000 e i 111.000 uomini su base annua. Quindi il numero di soldati impiegati rappresenta tutte quelle persone che hanno fatto almeno un turno in Afghanistan in quei dieci anni, turno che durava 18 mesi per i soldati e due anni per gli ufficiali e i sottufficiali ( G.F. Krivosheev “Soviet Casualties and Combat Losses in the Twentieth Century”, Greenhill Books, Londra 1997). All’epoca l’Unione Sovietica contava circa 286 milioni di persone e molti dei soldati inviati in Afghanistan, soprattutto nelle prime fasi del conflitto, provenivano dall’allora Distretto Militare del Turkestan dove erano arruolati soldati delle etnie dell’Asia centrale sia per formare i c.d. “muslim battalions” sia per via della vicinanza dei loro dialetti a una delle lingue parlate in Afghanistan, il Dari (https://www.npr.org/2021/09/30/1040536017/afghanistan-withdrawal-russia-soviet-afghan-war-veterans). In 10 anni i sovietici persero 484.138 uomini (14.453 morti e 469.685 feriti) sempre secondo il testo di Krivosheev. Secondo l’articolo citato all’inizio, in due anni e mezzo di guerra in Ucraina i russi hanno perso circa 400.00 uomini di cui 100.000 di questi sono morti, attualmente la Federazione Russa è abitata da 144 milioni di persone, a oggi non sappiamo il numero totale di soldati impiegati nell’Operazione Militare Speciale, ma abbiamo un’idea del numero di uomini rischierati in Ucraina o a diretto supporto delle operazioni di combattimento: circa 600.000 (https://www.themoscowtimes.com/2023/12/14/putin-says-over-600k-russian-servicemen-in-ukraine-a83429). La sproporzione è evidente, la Russia sta sostenendo un costo, in termini di perdite umane, molto maggiore di quello che sostenne la più grande e popolosa Unione Sovietica; vale la pena sottolineare che tre anni dopo il ritiro in buon ordine dall’Afghanistan (militarmente molto meglio condotto di quello statunitense del 2021), lo Stato del socialismo reale cessò di esistere.
Questi dati lanciano un’ombra fosca sul futuro della società russa, comunque finisca la guerra bisognerà fare i conti con queste centinaia di migliaia di persone, che molto probabilmente non saranno assistite nel migliore dei modi. Qualsiasi significato vogliate dare ai termini vittoria e sconfitta (e credetemi c’è un grande dibattito su questo) l’esito del conflitto non influirà sulle esigenze dei reduci che comunque esisteranno e andranno in qualche modo gestite. Dico questo perché storicamente abbiamo avuto già due esempi simili, in Italia tra il 1919 e il 1921 (paese vittorioso) e in Germania nello stesso periodo (paese sconfitto), vi furono grandi scontri animati da gruppi di reduci della Prima Guerra Mondiale, con i Freikorps tedeschi che combattevano in Slesia, Polonia e nei paesi baltici e noi che ci dibattevamo tra il biennio rosso e la Reggenza del Carnaro. Questi gruppi, in entrambi i paesi, ebbero un ruolo nella formazione della classe dirigente politica e quindi nell’istaurazione delle dittature che ne derivarono.
La Federazione Russa è nata dalla crisi dell’Unione Sovietica, ma la classe dirigente di quest’ultima non fu spazzata via, Putin e i suoi uomini più fidati provengono dal meglio che lo stato comunista era riuscito a mettere in campo: gli ufficiali del KGB. Quelli che oggi chiamiamo i siloviki, cioè uomini che lavorano per le organizzazioni statali e che sono autorizzati ad usare la forza contro altri cittadini per far rispettare la legge, l’ordine e l’integrità dello Stato, sono una diretta discendenza di coloro i quali erano al potere durante il comunismo. I siloviki e i loro figli non vengono arruolati in massa, non stanno quindi pagando il prezzo della guerra, ma sono coloro i quali l’hanno pianificata e condotta, probabilmente perché ritengono che tale conflitto sia esiziale per i destini della Federazione Russa. Rappresentanti di questa classe sono uomini come Nikolai Patrushev (https://www.politico.eu/article/russia-putin-ditched-security-chief-nikolai-patrushev-conspiracy/) l’uomo più vicino a Putin. Il mondo dei siloviki è ovviamente complesso, semplificando possiamo dire che esistono almeno due fazioni, quella con approccio diretto (della forza militare), al cui vertice c’è appunto Patrushev e quella con approccio indiretto, cioè che preferisce azioni d’influenza od operazioni militari limitate, dove la Federazione Russa può invocare la c.d. plausible deniability, al cui vertice per un periodo c’è stato Vladislav Surkov che, sebbene non appartenga alla classe dei siloviki, è stato l’architetto del putinismo e del suo sistema di potere (https://www.ft.com/content/1324acbb-f475-47ab-a914-4a96a9d14bac). Tale fazione ebbe i suoi maggiori successi tra il 2008 e il 2020. Adesso la “corrente” di Patrushev sembra dominare incontrastata e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. La classe dirigente russa però non è composta solo da questi personaggi, ce ne sono altri che normalmente sostengono il potere, ma di tanto in tanto, cercano di crearsi dei propri feudi. I più iconici rappresentanti di questo mondo sono Igor Girkin (https://www.agi.it/estero/news/2024-01-25/scheda-russia-girkin-da-eroe-donbass-a-nemico-di-putin-25005373/) e Yevgeny Prigozhin (https://www.penguin.co.uk/books/460781/downfall-by-galeotti-anna-arutunyan-and-mark/9781529927351), il primo condannato a 4 anni di detenzione nel 2023 per aver pubblicamente criticato Putin, il secondo ucciso nell’agosto dello stesso anno, tramite l’abbattimento dell’aereo su cui volava da parte di un missile russo. Sia Girkin che Prigozhin sono reduci e su questi hanno fondato il loro consenso e il loro potere, inoltre, da quando Surkov è sparito dalla scena pubblica, gli scontri tra gli outsider come Prigozhin e i siloviki come Shoigu sono diventati sempre più duri e diretti, fino alla tentata rivoluzione del luglio 2023. Gli eventi dello scorso anno ha ristabilito la situazione, lasciando il potere fermamente nelle mani di Putin, con Patrushev quale suo primo consigliere, ma quanto durerà ancora?
Il grande numero di reduci che si sta creando (con il dramma sociale dell’assistenza ai feriti) porta con se delle istanze che difficilmente potranno essere canalizzate dai siloviki. Abbiamo visto come una parte della società russa, che sta pagando in prima persona la guerra, ha già dato il suo supporto a chi cercava di portare avanti i loro interessi in sfida diretta a Putin. La delusione che avremo come occidentali, sarà forse quella di un mancato risveglio democratico. Attualmente i russi che si oppongono al regime, sono fuori della Russia, quindi non stanno partecipando al dramma comune della guerra, non credo che saranno percepiti come un’alternativa valida, da coloro i quali saranno rimasti nel paese, nel momento in cui ci sarà lo scontro per la successione al putinismo. Reputo molto probabile che al termine della guerra avverrà una resa dei conti tra l’attuale classe dirigente e un nuovo gruppo di potere che baserà il suo consenso e la sua forza sulla difesa dei reduci e delle loro necessità, questi ultimi avranno la meglio, rinnovando totalmente la classe dirigente, ponendoci di fronte uno Stato molto diverso dall’attuale Federazione Russa, una qualcosa più lontano dai modi del KGB e molto più vicino all’afflato Nazionalista e da soldato di ventura tipico di uomini come Igor Girkin.
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