

By and large, jazz has always been like the kind of a man you wouldn’t want your daughter to associate with.
My attitude is never to be satisfied, never enough, never.
Duke Ellington

Ci sono musicisti che cambiano la storia della musica e altri che la progettano, come un architetto progetta una città invisibile in cui tutti continueremo a camminare. Duke Ellington appartiene a questa seconda specie: più che un innovatore, è stato un creatore di mondi sonori. Pianista, compositore, direttore d’orchestra, ma soprattutto costruttore di stile, Ellington ha trasformato il jazz in una forma d’arte totale, dove la grazia convive con l’intelligenza e l’improvvisazione diventa linguaggio universale ed estremamente elegante.
Un mito della musica moderna. A volte vi confesso che guardo a tutti i musicisti con cui potrei aprire un nuovo post facendo la stessa affermazione e di cui non ho ancora parlato e penso tra me e me: farò in tempo a parlarne? La risposta la sappiamo tutti: no. (((RadioPianPiano))) è una sfida imperfetta, tramonterà lasciando le cose a metà, dimenticando pietre miliari, cancellando intere pagine memorabili, ma in fondo l’incompletezza è anche la sua forza. Uno spazio disordinato e capriccioso. Un capriccio condiviso per raccontare e scoprire, scavare, scovare e ascoltare da un punto di vista totalmente soggettivo la musica che amo.
Siamo in compagnia dell’uomo a cui hanno sicuramente guardato George Gershwin e Leonard Bernstein per i loro capolavori: Duke Ellington. Il musicista stimato da Coltrane, con cui incise un disco ed a cui Miles Davis dedicò un brano. Un punto di riferimento non solo del jazz, ma della musica classica moderna del secolo scorso. A giant.
I suoi arrangiamenti e le composizioni originali sono di una modernità disarmante e per bellezza potrebbero essere suonate in apertura di un dj set, in un teatro insieme a Mozart e Haydin o in un jazz club tra fumo e belle gambe di donna e travolgerci anche oggi. Duke Ellington ha dimostrato con l’arte che la cultura afroamericana ed il jazz erano e sanno essere cultura alta e non robetta da localucci malfamati, secondo i peggiori stereotipi razzisti a cui tutta la black music è stata costretta da una segregazione e una cattiveria mai del tutto estirpata, anzi che purtroppo anche oggi riempie le cronache dagli Stati Uniti.
Nato a Washington nel 1899, in una famiglia borghese e attenta alla cultura, Ellington cresce con l’idea che la bellezza non sia un lusso, ma una necessità. Da bambino impara il pianoforte più per galanteria che per ambizione, ma presto capisce che la musica è la sua vera maniera di esistere. Negli anni Venti si trasferisce a New York, nel cuore pulsante di Harlem, e lì il jazz sta nascendo come rito collettivo: club, danze, brass band, e quella fame di futuro che si respira solo nei momenti in cui tutto deve ancora accadere.
La musica di Duke Ellington è di un’agilità artistica impressionante, canzoni, arrangiamenti di musica classica e nuove composizioni che tra ritmiche dispari, cambi e scritture di fiati originali sono da studiare ed insegnare nei conservatori. Per farvi assaporare la sua tavolozza ho assemblato una playlist enorme, magari la ascolterete a puntate come una serie TV ed ho pensato di accompagnare i brani strumentali con le voci di Frank Sinatra ed Ella Fitzgerald, come in un dialogo ideale tra la musica leggera, il jazz ed i brani per orchestra. Un interprete bianchi come Frank che canta sulle musiche di un nero e voci magnifiche come quella di Ella a ribadire un’arte che fa a pezzi gli steccati dell’idiozia razzista e dei generi, della musica colta e pop, dell’intrattenimento e della cultura alta. Oro puro per (((RadioPianPiano))) da sempre insofferente ai generi e agli steccati.
Con la sua orchestra — un laboratorio sonoro più che una band — Ellington diventa l’emblema di una nuova modernità afroamericana: orgogliosa, raffinata, capace di parlare al mondo intero. Composizioni come Mood Indigo, Sophisticated Lady, It Don’t Mean a Thing (If It Ain’t Got That Swing) o In a Sentimental Mood sono ormai parte del lessico universale del Novecento. In esse convivono jazz, blues, impressionismo francese e gospel, ma soprattutto una poetica del gesto, dove la musica non è solo ritmo, ma pensiero e sentimento insieme.
Negli anni Quaranta e Cinquanta Ellington esplora forme sempre più complesse, scrivendo suite orchestrali come Black, Brown and Beige o Harlem, opere monumentali in cui il jazz diventa narrazione storica e spirituale. La sua scrittura è architettonica: costruisce ponti tra cultura nera e tradizione sinfonica europea, tra improvvisazione e composizione.
La presunzione di una classicità esclusiva, di un’egemonia della musica colta a cui non è permesso volgersi al jazz viene polverizzata da Ellington, insieme a Gershwin e Bernstein. Ellington con attenzione quasi manageriale plasma un’orchestra sotto la sua direzione per oltre trent’anni, suonando sui palchi più prestigiosi di tutto il mondo. Il classico indubbiamente c’è, ma con “Ellington”the Duke” si allarga, parallelamente a Gershwin a quella visione eclettica che sarà impersonata da Leonard Bernstein, compositore e grande direttore d’orchestra con la capacità di cimentarsi con un repertorio che va da Mozart a Beethoven fino a Wagner con le più grandi orchestre del mondo, senza disdegnare al contempo il musical, la canzone, Gershwin. Il dinamismo della cultura americana, la sua trasversalità capace di rompere in quegli anni la spaccatura tutta europea tra colto e popolare.
Ellington non è mai stato un rivoluzionario urlato: la sua forza è nella discrezione dell’eleganza, nel far sembrare semplice ciò che è immensamente complesso. Come dirà lui stesso: “A problem is a chance for you to do your best.” Ogni difficoltà diventa musica, ogni tensione si trasforma in armonia.
Negli anni Sessanta e Settanta, quando il jazz cambia volto e il mondo sembra correre più veloce della sua orchestra, Duke continua a scrivere con la calma di chi ha già attraversato il tempo.
C’è in Ellington qualcosa di profondamente regale, ma mai distante. La sua musica non comanda, invita. Non stupisce che molti lo abbiano chiamato “The Duke”: un titolo che non rimanda al potere, ma a un certo modo di camminare nel mondo con grazia. Quando lo si ascolta, si ha la sensazione che tutto possa trovare il proprio posto: la malinconia, la gioia, il silenzio.
Duke Ellington ha scritto più di duemila composizioni, ma ciò che resta non sono i numeri: è un’idea di musica come arte dell’equilibrio, del gesto misurato, dell’emozione, dell’eleganza e che non ha bisogno di urlare per essere vera. Come scrisse una volta: “If it sounds good, it IS good.”
Ladies and Gentlemen CLICCATE QUI per una corposa playlista che raccoglie un racconto personale e soggettivo dell’opera di Duke Ellington, tra canzoni e composizioni strumentali un viaggio che nell’amore per la musica parte dal leggendario Cotton Club magnificamente raccontato da Francis Ford Coppola (da rivedere) ed arriva fino agli anni 70: una favola.
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album preferito invece Money Jungle, incontro/scontro di tre personalità al fosforo….uno dei pochissimi terzetti jazz che riesco ad ascoltare per più di tre-quattro brani senza mai annoiarmi (Esbjorn Svensson e Corea-Patitutti-Colaiuta a parte, ovviamente)
grazie, davvero bello
personalmente uno dei brani che più amo di Ellington è What Else Can You Do with a Drum, parte di una suite di per sé tutta meravigliosa….
in quel brano c’è tutto, il velluto dei Caraibi, il vetro dell’ironia, le scintille di puro genio, il tutto servito con la massima sprezzatura, che fa sembrare semplici le architetture più complesse….
Piacere mio nello scoprire altri che amano “The Duke” 🙂
Difficile scegliere tra i molti capolavori che ha scritto….