

Parte seconda
Ramificazioni
3. Consigliori
C’è una linea diretta che congiunge Las Vegas in Nevada con Paradise Island nelle Bahamas ed ambedue con Atlantic City nel New Jersey ed è una linea di mondanità esibita, sfarzo di cattivo gusto, intrecci inconfessabili e fiumi di denaro in continuo movimento, in parte convertiti in sfavillanti fiches da casinò ma molto spesso transati in patti ed accordi quasi mai cristallini.
Nei primissimi anni ’80 è lungo questa linea che si muove The Apprentice, in rampa di lancio per diventare tycoon. A partire da un luogo che è stato un po’ un Eldorado di lustrini e malaffare: parliamo del Caesars’ Palace di Las Vegas che negli anni ’70-80 oltre ad una macchina da soldi era diventato una specie di lavanderia per riciclaggio di denaro nonché centro tessitura di intrallazzi e contatti più o meno leciti.
Non è chiaro come sia cominciata l’ossessione di Trump per i casinò, forse considerati una specie di status-symbol ovvero biglietto d’ingresso nel giro delle élites che contano, per lui che rimaneva comunque un parvenû arricchito, figlio del figlio di un immigrato tedesco, che aveva fatto fortuna ma non troppa e comunque non dinastica a differenza delle potenti famiglie wasp che dominavano la scena del potere americano.
Sia come sia, dalla metà degli anni ’70 il giovane Donald comincia a frequentare il Caesars Palace di Las Vegas, nello stesso periodo in cui il rutilante casinò diventa la mecca del jet-set di Hollywood e dintorni ma anche di personaggi legati al crimine organizzato monitorati dalla DEA, impegnati nel riciclaggio di denaro sporco: tra questi Jamiel “Jimmy” Chagra, trafficante di droga e high roller del Caesars dove aveva a disposizione un plafond di 8 milioni di USD, una penthouse di lusso e guardie armate messe a disposizione dal casinò (1).
Trump sarebbe stato spinto a frequentare il Caesars da Roy Cohn il suo avvocato e consigliori di NY, nonché amico d’infanzia della famiglia Pope il cui patriarca, Generoso Pope (1891-1950), era fraterno al boss Frank Costello.
Grazie a questo background, Cohn aveva forti legami con l’ambiente dell’azzardo e soprattutto col Vegas Syndicate, ossia la cupola mafiosa che controllava il malaffare in Nevada e dintorni. Di più, Cohn era in ottimi rapporti con il Teamsters di Las Vegas un fondo pensioni inquinato dalla criminalità che stava investendo fiumi di denaro nell’edificazione dei casinò sulla Strip, tra cui lo stesso Caesars.

Proprio per tali connessioni Cohn era stato inquisito quattro volte negli anni ’60, in un caso assieme a Moe Dalitz faccendiere e socio del gangster Meyer Lansky, uscendone sempre assolto; non solo: Cohn era l’avvocato del rutilante ed equivoco night club newyorkese Studio 54 uno dei cui proprietari, Ian Schrager era a sua volta strettamente collegato a Meyer Lansky.
Il locale, regolarmente frequentato da Trump con sua moglie Ivana e da numerose celebrity, era teatro di festini a base di sesso, droghe ed eccessi di ogni genere.
Cohn era al centro di tutto questo.
Gay dichiarato dalla vita promiscua frenetica (morirà di AIDS il 2/8/86) apre a Trump le porte della New York più glamour, corrotta ed equivoca. Non è esagerato dire che ne fosse il mentore e che grazie ai suoi agganci con le famiglie mafiose fu possibile a Trump realizzare il progetto che gli avrebbe dato la massima notorietà: l’edificazione della Trump Tower a Midtown Manhattan e relativa vendita dei suoi appartamenti ad una consorteria di acquirenti non sempre cristallini, come meglio vedremo nella Parte Terza.
Uno di questi agganci, nonché cliente dello studio di Cohn, è Edward “Biff” Halloran.
Ma chi è esattamente Halloran, l’uomo legato ai Genovese, che aveva ricevuto da Trump l’appalto del cemento per la costruzione dello Hyatt e della Trump Tower, gestendolo in stretto sodalizio con gli autisti di John Cody, boss del sindacato edili (si veda prima parte)?
Halloran è un uomo dai molti misteri e dalle mille ombre, profondamente introdotto in businness collegati al crimine organizzato.
Con la sua prima attività, la Armstrong Corporation di Philadelphia che svolgeva servizio di smaltimento rifiuti industriali, fin dal 1970 era entrato in sodalizio con Bradley Bryant un ex militare che nel 1975 avrebbe messo in piedi la Executive Protection Ltd nota come The Company, una società di vip-security dietro la quale si celava un traffico aereo di stupefacenti ed armi con la Colombia: droga che poi veniva rivenduta a clienti facoltosi di Philadelphia indicati da Halloran, sotto la copertura della protezione-vip.
The Company aveva scelto non a caso il Caesars Palace come centro di riciclaggio del denaro proveniente dai suoi traffici: il cognato di Bryant, Dan Chandler era infatti un dirigente del Caesars nonché l’elemento di connessione tra Halloran e Bryant. Tale era il livello di connivenza del Caesars nei traffici di The Company che sarebbe stata la stessa DEA, in un riservatissimo rapporto interno, ad ammettere di non essere in grado di venirne a capo per via della profondità delle coperture e connessioni.
La sfacciataggine dei traffici di The Company era arrivata al punto che i piccoli aerei in arrivo dal Sudamerica venivano fatti atterrare su una pista privata dove erano in attesa le limousine del Caesars (2).
Ecco dunque l’asse che conduce direttamente a Trump: Bryant, Chandler, Halloran e Cohn, con Trump che circa dal 1976 diviene un habituè del Caesars, sia per la tessitura di contatti, come gli aveva insegnato suo padre, sia come modello di studio per il nuovo progetto che stava maturando nella mente del tycoon.

4. Boardwalk Empire
Mentre Trump prendeva appunti a Las Vegas, il 2 novembre 1976 il New Jersey approvava con un referendum la legalizzazione del gioco d’azzardo: una vittoria propiziata dai finanziamenti di Resort International, società piuttosto oscura ed equivoca, che gestiva alle Bahamas il casinò Atlantis di Paradise Island, a tratti collegata agli interessi di Meyer Lansky, trasferitosi a Nassau dopo la caduta di Batista a Cuba ed in rapporti d’affari con Tony Salerno.
Resort si muove in fretta e nel maggio 1978 apre sulla Boardwalk il monumentale Resorts Casino Hotel, ovvero il primo casinò di Atlantic City. Ne seguiranno molti altri che cambieranno il volto alla città.
Trump non vuole essere da meno.
Dopo essersi vista respinta la proposta di dedicare a casinò una parte dello Hyatt in ristrutturazione a NY (1980) afferra l’opportunità offertagli dalla legalizzazione dell’azzardo ad Atlantic City.
Come già accennato nella prima parte, acquisisce tramite contratto di affitto i terreni dalla SSG di Shapiro e Sullivan sui quali farà poi sorgere sulla Boardwalk il Trump Plaza Casino nel maggio 1984. Si presenta però un problema.
Secondo i regolamenti dello stato del New Jersey il rilascio della licenza di gioco d’azzardo da parte della Commissione DGE doveva essere subordinato ad un nulla osta comprovante l’assenza di legami tra la criminalità organizzata ed i proprietari dei terreni del sito di costruzione: cosa che per Sullivan e Shapiro sarebbe stata quasi impossibile da dimostrare, così come per lo stesso Trump, socio di Sullivan nella Circles Industries, società di cartongesso facente parte del “The Club”, vale a dire il consorzio mafioso controllato dalla famiglia Genovese che si stava spartendo gli appalti edilizi a New York.
Per venire a capo della questione, ottenendo il via libera al di sopra dei regolamenti, Trump si muove tra conoscenze e minacce: le prime che lo portano direttamente nell’ufficio del governatore del New Jersey e le seconde, qualora non avesse ottenuto ciò che chiedeva, legate al suo paventato ritiro dal business immobiliare di Atlantic City: città in grave crisi economica che aveva puntato il suo rilancio sulla legalizzazione del gioco d’azzardo. In pratica l’applicazione di quei metodi ricattatori simil-mafiosi che abbiamo visto nuovamente in questi giorni contro Zelensky e l’Ucraina.
Grazie a tali pressioni, volte a nascondere i suoi illeciti trascorsi, Trump ottiene rapidamente ciò che vuole; non solo, senza alcuna spiegazione la Commissione DGE esclude Shapiro da qualsiasi indagine, mentre riguardo a Sullivan Trump fa trapelare agli investigatori DGE il di lui ruolo di informatore FBI, mettendone a rischio la copertura oltre alla stessa indagine federale.
Ecco quindi che emerge il Trump in purezza: spregiudicato, corrotto e totalmente privo di scrupoli, che ottiene infine la licenza DGE per il Trump Plaza Casino poi seguito, circa un anno più tardi, dall’acquisto dell’Atlantic City Hilton in costruzione, che il tycoon completerà come Trump’s Castle Hotel Casino.


È dunque il Trump Plaza Casino che apre la strada di Trump nel sottobosco della politica di Atlantic City consentendogli di muoversi per quello che era il suo vero obiettivo: il maestoso Taj Mahal che la Resorts International stava edificando tra molte difficoltà, legate anche alla morte (aprile 1986) del suo fondatore e presidente, James Crosby, passato a miglior vita lasciando 700m USD di debiti.
È a questo punto che entra in gioco Trump, che nel marzo 1987 assume il controllo della Resorts International, sborsando 96m USD presi a prestito: operazione che tuttavia si chiude due anni più tardi dopo una dura battaglia con il subentrante Merv Griffin, che assume il controllo societario e concorda l’uscita di Trump da Resort International, cedendogli il Taj Mahal, gravato però da un preventivo di spesa di oltre 670m USD legato al suo completamento.
Trump coprirà questi costi con prestiti ad altissimo tasso garantiti da obbligazioni-spazzatura ed il 2/4/90 riuscirà ad inaugurare il Taj Mahal ad un costo finale di quasi un miliardo di USD.
Ma il passo si rivelerà ben presto più lungo della gamba e finirà per costringere Trump ad una bancarotta pilotata (ottobre 1991): ovvero la prima delle quattro che segneranno la vita imprenditoriale di Trump e che lo costringerà, secondo le sue stesse parole, ad andare dalle banche creditrici “con il cappello in mano”.
In quell’aprile 1990 tuttavia, dietro in investimento di quasi un miliardo di USD, il progetto di Trump pareva essersi realizzato con il controllo di ben tre casinò ad Atlantic City: il Trump Plaza Casino, il Trump Marina (già Trump’s Castle Hotel Casino), nonché appunto il Taj Mahal.
Trump aveva fondato il suo Boardwalk Empire.

(1) Il denaro e il potere, Sally Denton & Roger Morris, pag. 326, 328.
(2) ibid, pag. 326-327.
Leggi anche:
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908


Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

la Trump & Putin story: come intendersi tra mafiosi!!
?
Ben fatto
Ottimo articolo, complimenti
Grazie. Continui a seguirci nelle prossime puntate
Grazie! A breve la prossima puntata