


Lo scambio di colpi tra Israele e Iran mostra il limite del metodo Trump: una politica fatta di annunci, minacce e telefonate che promette di dominare la realtà, ma finisce per rincorrerla. È il problema più generale del populismo quando passa dalla propaganda al governo.
Ieri la crisi mediorientale ha mostrato con particolare chiarezza la difficoltà degli Stati Uniti nel governare l’escalation regionale. Israele ha colpito la periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, dopo un attacco del movimento sciita contro il nord dello Stato ebraico. L’Iran, che aveva minacciato conseguenze in caso di nuovi raid israeliani sulla capitale libanese, ha risposto lanciando missili contro Israele: il primo attacco diretto iraniano dallo scorso cessate il fuoco di aprile.
A quel punto Donald Trump ha chiamato Benjamin Netanyahu per chiedergli di non reagire all’attacco iraniano. Il presidente americano ha sostenuto che entrambe le parti avevano ormai compiuto il proprio gesto militare e che fosse necessario fermarsi prima di una nuova escalation. Mentre scriviamo non sappiamo ancora cosa deciderà Israele. Ma, reazione israeliana o meno, resta un fatto difficilmente contestabile: gli eventi, una volta ancora, mostrano quanto sia difficile ricondurre una crisi regionale complessa dentro la cornice immaginata dalle caligolesche fantasie di Donald Trump.
Perché il tema non è soltanto la tenuta del negoziato con l’Iran. È tutto il metodo Trump. E, più in generale, il limite strutturale del populismo quando passa dalla propaganda al governo.
Il populismo può vincere le elezioni perché semplifica problemi complessi, promette soluzioni immediate, individua colpevoli riconoscibili, trasforma ogni vincolo in un complotto e ogni mediazione in un cedimento. Funziona perché offre agli elettori una narrazione elementare: basterebbe cacciare i deboli, i tecnici, i corrotti, gli esitanti, e rimettere al comando qualcuno dotato di forza, istinto e volontà.
Ma governare è un’altra cosa. Prima o poi arrivano i bilanci, le alleanze, i mercati, le amministrazioni, i tribunali, i parlamenti, le opinioni pubbliche, gli interessi contrapposti. In politica estera arrivano anche gli altri Stati, che hanno la fastidiosa abitudine di non dipendere dal consenso elettorale di chi governa a Washington. È lì che le fanfaronate propagandistiche mostrano il loro limite: possono costruire consenso, ma non costruiscono automaticamente soluzioni.
Trump aveva promesso di chiudere rapidamente la guerra russo-ucraina. Ma Putin non si è comportato come un interlocutore pronto a farsi disciplinare dalla forza personale del presidente americano. E Zelensky ha ricordato, esplicitamente o implicitamente, che l’Ucraina non è una pratica da archiviare a Washington. Ora la crisi tra Israele e Iran mostra lo stesso scarto: Trump può telefonare a Netanyahu, può minacciare Teheran, può annunciare un accordo imminente, ma non può costringere gli attori in campo a muoversi secondo la sua narrazione.
Il punto non è che gli Stati Uniti siano irrilevanti. Al contrario, restano decisivi. Ma influenza e controllo non coincidono. Washington può esercitare pressioni significative su Israele, può condizionare il margine negoziale dell’Iran, può offrire incentivi o minacciare conseguenze. Non sempre, però, può impedire agli attori regionali di perseguire autonomamente i propri interessi.
Israele continua a muoversi secondo la propria valutazione della minaccia. Netanyahu deve preservare la deterrenza verso Hezbollah e verso l’Iran, mantenere margine d’azione in Libano e rispondere a un’opinione pubblica ancora segnata dalla guerra. Al tempo stesso, non può permettersi una rottura con gli Stati Uniti, da cui dipendono una parte essenziale della sicurezza e della proiezione diplomatica israeliana.
L’Iran, dalla parte opposta, negozia con Washington ma non vuole apparire passivo di fronte agli attacchi israeliani contro la propria rete regionale. Teheran usa il negoziato, la minaccia e la risposta militare come strumenti paralleli: misura la determinazione americana, contiene Israele e preserva la propria credibilità nei confronti degli alleati regionali.
È questo intreccio a ridimensionare la pretesa di Trump di presentarsi come arbitro della crisi. Il presidente americano attribuisce grande importanza al rapporto diretto tra leader, alla forza della minaccia, alla comunicazione pubblica e alla capacità di forzare rapidamente un’intesa. Sono elementi che in politica internazionale possono contare. Ma nei conflitti complessi non bastano a sostituire una strategia coerente, una gestione realistica degli interessi in campo e una valutazione dei vincoli interni di ciascun attore.
In Medio Oriente come in Ucraina, Trump si confronta con lo stesso problema: la distanza tra la retorica del controllo politico e la struttura reale dei conflitti. Le guerre non sono soltanto il prodotto della volontà dei leader. Coinvolgono apparati militari, opinioni pubbliche, alleanze, interessi strategici, equilibri interni, percezioni di minaccia e timori di sopravvivenza politica.
Netanyahu, Putin, Zelensky e l’Iran, ciascuno in modo diverso, ricordano a Trump che la politica internazionale non si riduce a un rapporto bilaterale tra capi. Ogni attore conserva una propria agenda, propri vincoli e proprie linee rosse. Ignorare questa complessità espone qualsiasi iniziativa diplomatica al rischio di essere superata dagli eventi.
La promessa politica di Trump, come quella di molti populisti, è fondata sull’idea che una leadership più forte e più assertiva possa riportare ordine in un sistema instabile. Il mondo sarebbe complicato solo perché governato da persone deboli, compromesse o incapaci. Basterebbe sostituirle con un capo dotato di volontà sufficiente e i problemi comincerebbero a sciogliersi.
Ma una leadership che si dibatte tra continui stop and go sull’uso della forza non è davvero forte. E non lo è nemmeno una leadership che evita di spiegare ai cittadini le ragioni, gli obiettivi e i costi di alcuni sacrifici temporanei. La forza politica non consiste nel promettere che tutto sarà indolore, immediato e risolutivo. Consiste anche nel dire che alcune scelte hanno un prezzo, che quel prezzo va sostenuto per una ragione precisa e che l’alternativa può essere peggiore.
È uno dei danni più profondi prodotti dal metodo populista: non ha indebolito soltanto chi lo pratica apertamente, ma anche molte leadership che si vorrebbero antipopuliste. Per paura di apparire impopolari, tecnocratiche o distanti, anche queste hanno finito spesso per rinunciare al linguaggio della responsabilità. Hanno inseguito la promessa del costo zero, della decisione senza conseguenze, della fermezza senza sacrifici. Così il populismo ha perso talvolta al governo, ma ha vinto nel modo in cui il governo viene raccontato.
Gli sviluppi di queste ore ribadiscono invece che il quadro è sempre più problematico. Anche quando Washington resta il centro diplomatico e militare più importante, gli altri attori non si limitano ad attendere le decisioni americane. Agiscono, reagiscono, negoziano, alzano il prezzo e modificano il contesto.
È in questa distanza tra ambizione e realtà che si misura – ad oggi – il fallimento del metodo Trump. E, più in profondità, il limite del populismo al governo. La propaganda può promettere che tutto sia semplice. La realtà pretende sempre il conto.
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Per un attimo, durante la lettura della prima parte dell’articolo, ho pensato che stava parlndo di Silvio Berlusconi..
;-). 🙂
Nel merito.
La superficialita’ contraddistingue l’atteggiamento di Trump sia verso il Medio Oriente che verso l’Ucraina. Pero’ le radici sono diverse.
L’Ucraina e’ vista come un problema ereditato (se ci fosse stato lui… non ci sarebbe stata la guerra…. Ancora una volta mi viene in mente Silvio…). L’Iran ci si e’ fatto portare, penso piu’ per motivi economici che altro.
Come dice « rolm », e.’ Incredibile non avere previsto Hormuz… come e’ incredibile fare l’offeso con BIBi (che ha dettato le regole dall’inizio).
Molto molto istruttivo (almeno per me che mi sono spesso ritenuto progressista) e’ questo articolo, che consiglio a tutti: https://open.substack.com/pub/lazarusgd/p/la-trappola-della-politica?r=2ao9ta&utm_medium=ios
Cioè il ragionamento sarebbe che se Gigino mi ha tirato un pugno in faccia e allora io ho tirato un pugno in faccia a Gigino e allora Gigetto, cognato di Gigino, mi ha tirato un calcio sugli stinchi, io non devo rispondere perché siamo pari, giusto?
Quando pensi ad un intervento militare senza valutare tutti i rischi connessi ad esso e alle possibilità di reazione del nemico, accadono certe cose ingestibili.
Le sottovalutazioni e gli errori dell’intelligence americana e israeliana (anche sull’attacco palestinese del 7 ottobre 2023 troppe cose non hanno funzionato all’interno degli apparati israeliani dando vantaggio ad Hamas nelle sue azioni) sulle reazioni e i ricatti commerciali tramite lo stretto di Hormuz (che chiunque competente con conoscenza di geografia e storia avrebbe considerato delicata quell’area, ma così accade quando ti circondi di incapaci e arrivisti senza scrupoli che fanno continue lodi al capo per non smentirlo e pur di ottenere una posizione), le narrazioni e le false dichiarazioni di un narcisista patologico sull’aver distrutto definitivamente il programma nucleare iraniano l’anno scorso e la sua capacità di attacco e di difesa quando invece i danni procurati non sono stati decisivi e il non voler andare fino in fondo per poter abbattere il regime, è chiaro che sta dando vantaggio all’Iran che finché potrà continuerà a far valere le proprie ragioni e non cederà su certe condizioni poste dagli americani.
Spiace dirlo ma troppe cose non funzionano nelle leadership americane e israeliane.
E’ il frutto amaro del populismo e con tali attori internazionali feroci, malintenzionati e determinati, la situazione può diventare molto pericolosa per la nostra parte di mondo.