Donald Trump è un grande leader e tutti gli altri sono figuranti, ha scritto il direttore del Riformista, Claudio Velardi, in un editoriale venato di sottile ironia. È così? L’affermazione richiede qualche approfondimento. Il termine leadership deriva dal verbo inglese “to lead”, che è stato comunemente usato per tradurre il latino “ducere”. Il termine leader ha ovviamente la stessa radice. Nelle scienze sociali le definizioni compiute di leadership si sono moltiplicate nel corso del tempo, ma -come hanno osservato i più attenti studiosi dell’argomento- essa è eminentemente caratterizzata dall’invenzione creativa che sorregge sia la volontà di determinare le scelte collettive, sia l’azione esercitata a questo fine. Ovviamente, l’autorità e il potere del leader non possono basarsi su un credito di fiducia illimitato, ma devono produrre benefici e risultati positivi per i seguaci; né può essere esente da verifiche periodiche, come le elezioni o le “primarie” di partito.
Storicamente, è stato forse Platone il primo ad affermare il principio della leadership. Nelle “Leggi”, il filosofo greco afferma che vi è chi -essendo nato e educato per questa funzione- deve “comandare, guidare e governare” gli altri perseguendo il bene della polis. Nella cultura ellenica e latina l’interesse per i grandi leader politici e militari è costante. Ma solo nel 69 d.C. la “Lexde imperio Vespasiani”legittima il potere personale assoluto dell’imperatore romano, da cui trae origine la categoria politica del cesarismo. Se cavalieri e re rappresentano i leader più rilevanti del Medioevo, la “Great Rebellion” inglese del Seicento apre la via al primo episodio cesaristico moderno, la dittatura personale di Oliviero Cromwell. Con la “GloriusRevolution”di fine secolocomincia invece l’era della monarchia costituzionale, che culminerà nella creazione del Gabinetto di governo e dell’istituto del premier. Per altro verso, dalla Rivoluzione americana e dalla Convenzione che ne sancisce la vittoria (1787) nasce la repubblica presidenziale. Le due democrazie anglosassoni si sono così assicurate una leadership personale forte attraverso la sua progressiva istituzionalizzazione.
I principali Stati europei svilupperanno il modello della democrazia parlamentare, ma la Francia ha vissuto con i due Bonaparte esperienze illiberali, che hanno ispirato una nuova categoria della politica: il bonapartismo (in verità coincidente con il cesarismo per l’essenziale, ossia il potere personale appoggiato dall’esercito e dal popolo tramite l’istituto del plebiscito). Da ultimo, in pieno ventesimo secolo Italia, Germania e Russia sono state soggette a regimi totalitari. Nella “Führerprinzip”teorizzata da Hitler in “Mein Kampf”(1925-1927), il leader espresso dalla lotta rivoluzionaria, e perciò “selezionato dalla Natura”, nomina i capi di tutte le istanze dello Stato e del partito unico, costruendo dal vertice la piramide del potere.
La riflessione scientifica sulla leadership matura tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo scorso, con i contributi di Gaetano Mosca sulla classe politica e di Vilfredo Pareto sulle élite, di Roberto Michels sui partiti e sui sindacati operai e poi sul fascismo. Ma è stato soprattutto Max Weber a lasciare l’impronta più profonda con l’elaborazione del concetto di carisma. La psicologia ha a sua volta offerto contributi importanti, con lo studio del rapporto tra leader e folla da parte di Gustave Le Bon e di Sigmund Freud. Mentre il confronto tra totalitarismo e democrazia ha ispirato, negli anni Trenta e Quaranta, le ricerche di Theodor W. Adorno e Mark Horkeimer sulla celebre e controversa “personalità autoritaria”. Dopo il conflitto mondiale, il metodo della psicobiografia è stato applicato da A.L e J.L George al presidente Wilson (1956), da E. Erikson a Lutero (1958) e a Gandhi (1969). Le scuole germogliate dai semi del pensiero freudiano, come la “psicologia del narcisismo”, hanno dato luogo sia a riflessioni teoriche di ampio raggio sia a studi penetranti su singoli leader. Questi approcci “sono stati affiancati da molti altri più propriamente politologici e sociologici quasi tutti debitori -in varia misura- dell’elaborazione weberiana” (Luciano Cavalli, “Leadership”, Treccani, 1996).
Nel secolare dibattito sulla leadership non sono mancate impostazioni poco precise e partigiane, in particolare del rapporto tra leader e società. Secondo gli studiosi più avvertiti si tratta di un rapporto di interazione, che va esaminato nel suo concreto equilibrio in ciascun caso storico. Cogliendo questo aspetto del problema, Machiavelli scrive nel “Principe” che per conoscere la “virtù” di Mosè, la “grandezza d’animo” di Ciro e la “eccellenzia” di Teseo erano necessarie le condizioni -rispettivamente- di schiavitù, oppressione e dispersione dei loro popoli; e che quelle tre condizioni si trovavano unitamente presenti nella nostra penisola, ma esasperate, forse proprio per mettere alla prova “la virtù di uno spirito italico”.
Quale che sia il giudizio sulle qualità della leadership, l’evidenza empirica ci dice che essa ha giocato un ruolo cruciale soprattutto nelle situazioni straordinarie, ossia di fondazione o trasformazione di uno Stato. Si è appena detto di Machiavelli, scienziato assai pragmatico della politica. Ma nella filosofia della storia di Hegel l’individuo “cosmico-storico” è pur sempre il protagonista delle grandi crisi di transizione, colui che squarcia l’involucro soffocante del vecchio ordine per farne nascere uno nuovo. Solo che per il grande fiorentino il leader solca un mare dalle rotte sempre ignote, mentre per il filosofo tedesco (e per Marx) il porto in cui approderà è comunque prestabilito.
Dalla metà degli anni Ottanta, i leader politici hanno invaso prima i talk-show e poi le trasmissioni di intrattenimento, per ballare, cantare, cucinare, nel tentativo di apparire più vicini (o più simpatici) ai loro potenziali elettori. Questa mutazione genetica riflette tendenze più ampie, che concorrono a segnare quella che è stata chiamata “era del narcisismo”. Si spettacolarizza la società (come aveva previsto Guy Debord nel 1967) e si spettacolarizza la politica (come aveva previsto Neil Postman nel 1986). La spettacolarizzazione e la personalizzazione della politica hanno investito per primi gli Stati Uniti. L’aveva capito già nel 1966 (prima di Debord) il presidente-attore Ronald Reagan: “La politica è come un’industria dello spettacolo”. Da noi, la spettacolarizzazione della politica ha subito un’improvvisa e irreversibile accelerazione con la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Essa, nel bene e nel male, ha influenzato la politica italiana per un ventennio, riproponendo prepotentemente il tema della leadership personale e del partito personale.
In Europa, solo dopo il secondo conflitto mondiale si afferma un’idea di democrazia vicina a quella elaborata da Joseph Schumpeter. Secondo il grande economista austriaco, il metodo democratico è “lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare” (“Capitalismo, socialismo, democrazia”, Etas, 2001). Non è qui possibile esaminare la letteratura sterminata che attribuisce alle trasformazioni di sistema, consumatesi nei decenni terminali del Novecento, le ragioni del degrado della rappresentanza politica nei regimi democratici.
In un suo fondamentale saggio del 1974, “Il declino dell’uomo pubblico” (Bruno Mondadori, 2006), Richard Sennet poneva all’origine della progressiva erosione della vita pubblica, a cui assistiamo da tempo, una vera e propria apocalisse culturale, segnata dall’emergere di un Io ipertrofico e insieme vuoto, che tende a proiettare sullo spazio pubblico la propria soggettività narcisistica: sentimenti, emozioni, pulsioni, desideri di successo e di visibilità. Lo stesso spazio pubblico viene così invaso da linguaggi e stili narrativi di una soap opera, in un continuo, banale e seriale disvelamento di sé ormai scevro da ogni mistero o pudore. È quanto un altro acuto indagatore della “cultura del narcisismo”, Christopher Lasch, ha sintetizzato nel saggio “La cultura del narcisismo” (Bompiani, 2001) con l’espressione “ribellione delle élite”, attribuendo alle minoranze dominanti gli stessi vizi e le stesse debolezze che nel 1930 un altro interprete della crisi della modernità, Ortega y Gasset, aveva attribuito a quelli che dovrebbero costituire i loro rappresentati (“La ribellione delle masse”, SE Editore, 2001).
Nel passato il messaggio doveva conformarsi, di volta in volta, alle diverse esigenze di gruppi anche assai ristretti. La comunicazione dei nuovi leader, invece, tende a essere universalistica, a concentrarsi su grandi scelte di campo che coinvolgano l’intera platea nazionale. Inoltre, deve riuscire a veicolare queste scelte nel linguaggio più chiaro e rapido possibile. Il politologo americano Jeffrey Tulis già trent’anni fa segnalava che per conquistare la Casa Bianca non bastava avere buoni argomenti: era indispensabile presentarli in modo convincente e affascinante. In Italia, un primo esperimento si ha con l’irruzione sulla scena politica del socialista Bettino Craxi, che cercherà di spostare il dibattito -e lo scontro- tra i partiti dalle segreterie ai loro leader.
Concludo con una nota di pessimismo. Il teatro, la democrazia e le Olimpiadi sono coetanei. Nacquero circa due millenni e mezzo fa in Grecia. All’ombra dell’Acropoli, “si intrecciarono rappresentazione, rappresentanza e competizione: così nacque la politica” (Oliviero Ponte di Pino, “Comico & Politico”, Cortina, 2014). In questo processo il teatro ha avuto un ruolo centrale, perchè fare parte di un pubblico non era soltanto un aspetto della vita sociale della città: era anche un gesto politico fondamentale. Infatti, sedersi come spettatore che valuta e giudica significava partecipare come cittadino, come soggetto politico. Ed è stata in particolare la tragedia a offrire lo strumento cardinale per questa trasformazione, a costituire la specifica forma estetica su cui poggiava la democrazia ateniese. Ebbene, il pericolo che la democrazia americana divenga il teatro di un’altra forma estetica, quella della commedia tragicomica di un tycoon newyorkese che mette in scena il suo atavico istrionismo, c’è e non va sottovalutato.
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