

C’è un equivoco gigantesco che ci portiamo addosso: chiamare “attivismo” il teatrino delle bandierine e dei selfie da corteo. Non è attivismo, è intrattenimento politico.
È la forma più comoda di ribellione: sfilare due ore, farsi riprendere dai giornalisti amici, postare la foto con la didascalia indignata e tornare a casa con la coscienza a posto. Nessun rischio, nessun prezzo da pagare.
Il vero attivista, quello che ha fatto la storia, non l’ha mai fatto per i like. Ha messo in gioco il corpo, la libertà, la vita. Non ha portato cartelli, ma cicatrici. Non ha scelto piazze sicure, ma carceri, confini, esili. Non ha sfilato, ha resistito.
La differenza sta tutta lì. Oggi celebriamo come “eroi” quelli che si infilano nel corteo per la foto di gruppo. Ma la storia ricorda altri nomi:
Vaclav Havel, incarcerato nella Cecoslovacchia comunista, che scriveva manifesti clandestini sapendo che ogni parola poteva costargli anni di prigione.
Nelson Mandela, 27 anni di cella prima di diventare Presidente. Non “piazze colorate”, ma isolamento, gelo, lavori forzati.
Anna Politkovskaja, giornalista russa, che ha continuato a denunciare la guerra in Cecenia finché una pallottola non l’ha messa a tacere nell’ascensore di casa.
Liu Xiaobo, Nobel per la pace, morto in prigione in Cina per aver chiesto libertà.
Questi sono dissidenti. Non hanno mai avuto la protezione della folla. Hanno combattuto da soli, senza scenografie, senza smartphone, senza il salvacondotto della moda del momento.
Il loro attivismo non era un hobby. Era carne bruciata contro il filo spinato del potere. Era corpo offerto come unica arma.
E qui viene il punto: la nostra epoca ha trasformato la parola “dissidente” in un brand. Una posa da esibire. Ma se non c’è sacrificio, se non c’è rischio, se non c’è perdita concreta, non è dissidenza. È turismo politico. È cosplay della ribellione.
Il dissidente vero è colui che si alza quando tutti stanno zitti. Che si fa processare per una frase, che paga col lavoro, con la salute, con la famiglia. Non c’è filtro Instagram per raccontare quella solitudine. Non c’è like che ripaghi quella ferita.
La differenza è brutale, ma va detta chiara: il dissidente vero non è invitato ai talk show, non è applaudito dai salotti, non ha sponsor né fondazioni che lo proteggano. Il dissidente vero muore in carcere, in strada, in esilio. O vive dimenticato, consumato da anni di lotta silenziosa. Eppure, è solo da lì che nasce il cambiamento reale.
Tutto il resto – i cortei brandizzati, gli slogan riciclati, le bandiere usate come sfondo per i selfie – è solo coreografia dell’ego. Una parata utile a chi vuole sentirsi ribelle senza esserlo.
Il prezzo della vera ribellione non si paga con due ore di marcia. Si paga con la pelle. Chi non lo capisce continuerà a confondere attivismo con marketing, dissidenza con spettacolo. Ma la storia è impietosa: non ricorda i carnevali della protesta, ricorda i martiri della libertà.
E in Italia? Non parliamo dei professionisti del corteo, ma di chi ha messo il corpo davanti allo Stato o alle mafie:
Giacomo Matteotti, assassinato nel 1924 dai sicari fascisti dopo aver denunciato le violenze e le elezioni truccate.
Don Giuseppe Diana, prete di Casal di Principe, ammazzato a colpi di pistola in sacrestia per aver detto “la camorra uccide il nostro futuro”.
Peppino Impastato, saltato in aria sui binari a Cinisi dopo anni di denunce pubbliche contro la mafia.
Falcone e Borsellino, magistrati, uomini di Stato, condannati a morte dalla mafia perché la loro vita era diventata un atto di resistenza quotidiana.
Questi sono corpi dati in pegno, non bandierine da sventolare. Dissidenza vera, che non cerca applausi ma paga con la vita.
E allora non resta che una parola: grazie.
Grazie ai veri martiri della libertà, che ci hanno insegnato che la dignità non si sbandiera: si paga col sangue, con il silenzio, con il coraggio di restare uomini quando tutto intorno implora di piegarsi.
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Grazie per ricordare eroi e per affermare la verità.
Grazie anche a te per averceli ricordati
?????
Boualem Sansal, esempio vivente, non ricordato nell’articolo. Persona e pensiero che andrebbe ricordato ogni minuto, di ogni ora, di ogni giornata ai vari ciarlatani delle manifestazioni pro-pal, agli equipaggi farlocchi delle flotille, alle cialtrone con camice da medico che buttano le medicine “sioniste”, ai docenti universitari e ai magnifici rettori che non vedono l’ora di un bel manifesto da firmare per giustificare il loro niente istituzionale, a tutti gli italiani francesi tedeschi inglesi sloveni ecc. che vivono di alibi e di “”buona coscienza”. Boualem Sansal è in galera in Algeria da quasi un anno, condannato a cinque anni “per le sue opinioni”, esplicita critica all’Islam nel più squallido silenzio dei nostri attoroculi e registi firmatari degli appelli VeniceFor, scrittori “impegnati”, e tutta la pletora di smidollati con indignazioni da salotto.
E malato di cancro e non curato.