
Lo scorso 16 novembre, a Londra, si è tenuta la cerimonia di consegna dei premi della “Global Magnistky Justice Campaign”, notizia pressoché ignorata in Italia ma che merita di avere di essere raccontata perché dischiude un mondo di storie d’impegno per la lotta alla corruzione e per i diritti umani. Perché in Russia chi combatte la corruzione del regime di Putin, poi muore. Grazie al lavoro di Rossella Zugan, InOltre pubblica a puntate le storie dei vincitori del premio che meritano di essere raccontate.
( la cerimonia della consegna dei premi è disponibile su YouTube in inglese).
Si è chiuso con due storie emblematiche l’ultimo appuntamento dei Premi Magnitsky, dedicati a chi, spesso pagando un prezzo personale altissimo, difende diritti umani, libertà di espressione e giustizia. Le testimonianze raccolte in questa quarta e conclusiva serata hanno restituito il senso profondo dell’iniziativa: dare visibilità a battaglie che rischiano di restare ai margini del dibattito pubblico, ma che parlano direttamente alla coscienza democratica dell’Occidente. pasted
A presentare la vincitrice del Premio Eccezionale Attivista per i Diritti Umani è stata Natalia Kaliada, co-fondatrice e direttrice artistica del Belarus Free Theater, costretta all’esilio per la sua attività politica e oggi rifugiata nel Regno Unito. La premiata è Vanessa Tsehaye, giovane attivista eritrea impegnata nella difesa dei diritti umani nel suo Paese.
La sua militanza nasce da una storia familiare: quella di Seyoum Tsehaye, zio materno, giornalista incarcerato quando Vanessa aveva appena cinque anni e tuttora detenuto, senza notizie. A sedici anni Tsehaye fonda l’organizzazione One Day Seyoum, impegnata nella denuncia delle violazioni in Eritrea e nella tutela dei rifugiati eritrei. Nel suo intervento pubblico, più che la rabbia, emerge la gratitudine verso chi l’ha sostenuta nel tempo e un messaggio centrale: nessuna battaglia per la libertà è “minore” solo perché nasce in una piccola nazione.
L’ultimo riconoscimento della serata, il Premio Coraggio Sotto Fuoco Nemico, è stato assegnato a Alaa Abd El-Fattah e a sua madre Laila Soueif. A presentarlo, Nazanin Zaghari-Ratcliffe, cittadina britannico-iraniana detenuta in Iran per sei anni, insieme al marito Richard Ratcliffe.
Zaghari-Ratcliffe ha ripercorso la vicenda di Abd El-Fattah, attivista, blogger e scrittore britannico-egiziano, incarcerato complessivamente per dieci anni in Egitto a causa del suo impegno nella Primavera Araba e nella difesa della libertà di espressione. Dopo una prima condanna nel 2013, seguita da un’estensione della pena nel 2019, la detenzione è stata ulteriormente prolungata nel settembre 2024. Il rilascio è avvenuto solo nel settembre 2025. Il suo libro You Have Not Yet Been Defeated è diventato il simbolo di una resistenza familiare che non ha mai smesso di credere nella libertà, nonostante anni di carcere e separazioni forzate.
A ritirare il premio è stata Senna Abd El-Fattah, sorella di Alaa, rimasta a lungo in prima linea durante la campagna internazionale per la sua liberazione. Un intervento segnato dall’emozione e dal ringraziamento a chi, in tutto il mondo, ha sostenuto la famiglia. In collegamento video è intervenuta anche la madre, Leila, con parole che hanno spostato lo sguardo dal caso individuale a una domanda universale sulla dignità umana e sul diritto a “una vita che sia una vita”.
La chiusura dell’evento ha riportato l’attenzione sul significato politico dei Premi Magnitsky. Bill Browder ha ricordato come questi riconoscimenti rappresentino un investimento concreto nel rafforzamento di una classe dirigente impegnata nella difesa dello Stato di diritto. Tra gli esempi citati: Jan Lipavský, premiato nel 2022 e oggi ministro degli Esteri ceco; Dominic Raab, passato da semplice parlamentare a capo della diplomazia britannica; Chrystia Freeland, diventata ministra degli Esteri e poi vice-premier in Canada; Pieter Omtzigt, oggi leader di uno dei principali partiti nei Paesi Bassi; e María Corina Machado, figura centrale dell’opposizione venezuelana.
Il messaggio finale è politico e riguarda direttamente l’Italia. La legge Magnitsky, strumento fondamentale per sanzionare violatori dei diritti umani e responsabili di corruzione, è ancora assente dal nostro ordinamento e resta ai margini del dibattito parlamentare. L’auspicio è che raccontare queste storie contribuisca ad accendere attenzione, consapevolezza e pressione pubblica, affinché anche nel nostro Paese una legge Magnitsky possa finalmente vedere la luce.
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