


Il giornalismo cambia strumenti, tempi e linguaggi, ma perde se dimentica il suo fondamento: il rispetto dei fatti. Tra opinioni travestite da notizie, previsioni spacciate per certezze e verifiche sempre più fragili, resta una domanda decisiva: che cosa distingue ancora il racconto dalla propaganda?
La scorsa settimana mi sono occupato dello stile dei politici. Questa volta vorrei soffermarmi sulla loro controparte naturale: i giornalisti.
L’occasione mi è stata offerta da due vicende sin troppo note che hanno occupato le cronache degli ultimi giorni, acceso polemiche e alimentato discussioni rapidamente estese ben oltre i fatti originari. Non intendo entrare nel merito degli episodi. Mi interessa piuttosto una riflessione più generale: che cosa resta oggi dello stile giornalistico che per decenni ha rappresentato uno dei pilastri della professione?
Non parlo dello stile letterario, che pure ha avuto autentici giganti inventori di linguaggio. Ne cito soltanto due, diversissimi, tra i molti che meriterebbero di essere ricordati: Dino Buzzati e Gianni Brera. Due personalità, due scritture lontanissime, accomunate tuttavia da una straordinaria capacità di fare giornalismo.
Parlo invece di qualcosa di diverso e più importante: di un modo di concepire il mestiere, di quella disciplina professionale che imponeva di distinguere il fatto dall’opinione, la notizia dal commento, l’inchiesta dalla militanza.
Il mondo è cambiato e sarebbe ridicolo ignorarlo. Stanno finendo i giornali cartacei, per effetto della drastica diminuzione dei loro lettori, e sono totalmente mutati i tempi della comunicazione.
Sono arrivati Internet, i social network e le notizie a raffica in tempo reale su smartphone e tablet. Nessuno può pensare di tornare ai tempi delle telescriventi, del piombo tipografico o dei settimanali attesi in edicola come un appuntamento irrinunciabile.
Eppure qualcosa si è perso per strada, senza fare della nostalgia d’accatto.
Non sostengo che il giornalismo di ieri fosse migliore in assoluto. Anche allora esistevano errori, faziosità e campagne discutibili. Basterebbe ricordare la lunga vicenda che vide Camilla Cederna contrapposta a Giovanni Leone, una pagina poi riletta in modo diverso rispetto alle passioni del tempo.
I giornalisti non erano infallibili allora e non lo sono oggi. Ma esisteva una differenza: l’errore era considerato tale, non una semplice variante della notizia.
Esisteva una regola non scritta che appariva largamente condivisa: i fatti venivano prima delle opinioni.
Oggi, troppo spesso, si ha il fondato sospetto che il percorso sia inverso. Prima nasce la tesi, poi si cercano gli elementi utili a sostenerla. Prima arriva la convinzione, poi la verifica, che a volte non c’è, ma l’opinione costruisce il fatto, che infine si perde fra i tanti dell’informazione a getto continuo.
Il giornalismo d’inchiesta, quello vero, era un’altra cosa. Richiedeva tempo, denaro, pazienza e soprattutto il coraggio di seguire una pista senza sapere dove avrebbe portato.
Le grandi inchieste che hanno fatto la storia del giornalismo non nascevano per confermare una verità già scritta. Nascevano da una domanda, da un’ipotesi da verificare, dalla soffiata di un informatore notoriamente ben informato, con la capacità di riconoscere il falso e la calunnia.
Vengono in mente le pagine di Manlio Cancogni sull’Espresso dedicate alla speculazione edilizia nella Roma degli anni Cinquanta.
«Capitale corrotta, nazione infetta» non fu soltanto un titolo destinato a entrare nella storia del giornalismo italiano; fu il risultato di un lavoro di ricerca, documentazione e approfondimento che contribuì a portare alla luce una realtà che alcuni non conoscevano e altri preferivano ignorare.
Era il tempo dei grandi magazine, di Epoca, dell’Europeo, dell’Espresso delle origini, quando l’inchiesta rappresentava spesso il cuore stesso del giornalismo. Settimane di verifiche, documenti, testimonianze e confronti incrociati. Il lettore non acquistava quelle riviste per sapere ciò che era accaduto il giorno prima, ma per capire ciò che gli altri non avevano ancora capito.
In quegli anni Tommaso Besozzi scrisse una delle frasi più celebri del giornalismo italiano a proposito della morte del bandito Giuliano: «Di sicuro c’è solo che è morto». In quelle poche parole vi era una lezione professionale ancora attuale: diffidare delle verità troppo comode o apparecchiate a bella posta, verificare sempre, lasciare che siano i fatti a parlare prima delle conclusioni.
Forse è proprio questa lezione che oggi è stata dimenticata. Volutamente? Non lo so. Ma certamente non sembra più occupare il posto centrale che aveva nella formazione e nella pratica quotidiana del giornalismo.
Accade sempre più spesso che il giornalismo non si limiti a raccontare i fatti, ma pretenda di anticipare il futuro. Lo vediamo ogni giorno parlando di guerre, crisi internazionali, economia e politica.
Opinionisti, esperti, inviati e commentatori spiegano come finirà un conflitto, quale leader vincerà, quale governo cadrà, quale strategia prevarrà.
Il problema è che, molto spesso, nessuno lo sa davvero. Eppure non mancano coloro che ritengono di poter indirizzare fatti e opinioni attraverso previsioni presentate come certezze. Ma i fatti, prima o poi, camminano con le gambe della Storia, che raramente segue i copioni scritti in anticipo.
La Storia è piena di previsioni clamorosamente smentite dagli eventi. Eppure il dubbio, che dovrebbe essere il principale strumento del giornalista, sembra avere lasciato il posto alla sicurezza ostentata.
Talvolta si ha l’impressione che il wishful thinking, il pensiero desiderante, venga presentato come analisi. Si confonde ciò che si spera accada con ciò che probabilmente accadrà. Ma il compito del giornalista non è indovinare il futuro. È raccontare il presente nel modo più onesto e documentato possibile.
Una delle virtù più rare del giornalismo non è prevedere il futuro, ma riconoscere i limiti della propria conoscenza. Dire «non lo so» richiede spesso più serietà professionale che formulare una previsione destinata a essere smentita dai fatti, e della quale quasi nessuno sente poi il dovere di scusarsi con lettori e spettatori, già distratti dalla notizia successiva.
Il buon giornalismo non consiste nell’avere sempre ragione. Consiste nel cercare la verità sapendo che qualche volta ci si può anche sbagliare. E quando accade, avere l’onestà di ammetterlo.
Forse il vero problema non sono la tecnologia, i social o la velocità dell’informazione. Il problema è che la deontologia professionale, che per generazioni è stata considerata il fondamento del mestiere, oggi viene da molti percepita come un fastidio, un ostacolo, una perdita di tempo.
Le tecnologie cambiano. I media sono cambiati. I lettori intervengono sui social in prima persona. Ma una cosa dovrebbe restare immutabile: il rispetto dei fatti. Perché senza i fatti esistono soltanto le opinioni.
E le opinioni, da sole, non hanno mai fatto buon giornalismo. Quando pretendono di sostituirsi ai fatti assumono un altro nome, antico ma sempre attuale: propaganda.
PS
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“Prima nasce la tesi, poi si cercano gli elementi utili a sostenerla” – Con una variante, quando si tratta di Israele: prima nasce la tesi, poi si cercano gli elementi utili a sostenerla, e se non si trovano si fabbricano. Da zero. Di casi del genere, nel quarto di secolo passato a occuparmi di informazione su Israele, ne ho incontrati che a farne anche solo un riassunto ci farei mattina.