
Un racconto diviso in due parti. Questa è la seconda. Qui la prima.
Luciano vive sapendo che il tempo non gli appartiene fino in fondo: dentro di lui c’è un “simbionte”, un compagno oscuro che lo costringe a misurare l’esistenza in istanti. Dieci attimi, dieci sguardi, dieci fughe che diventano la mappa di una vita intera. Dall’amore perduto alle città attraversate, dai deserti al suo laboratorio di libri, Luciano impara che l’intensità può sostituire la durata. Dieci Adesso è la storia di un uomo che sceglie di bruciare invece di osservare, di vivere nell’unico tempo davvero possibile: l’adesso.
II PARTE
6. IL PRIMO RESTAURO
Ma Luciano non viveva prigioniero nel suo universo interiore. La sua vita era un’alternanza di fasi, dettata dai silenzi del suo corpo. C’erano periodi, intere stagioni, in cui sentiva che il suo cancro si addormentava. Dieci giorni, a volte dieci mesi. In quei momenti era finalmente libero di correre senza il peso della sua ombra.
In queste tregue visse davvero. Imparò a rilegare e restaurare libri, un lavoro intenso e di precisione. Era uno studioso, viveva di parole incise nella carta. Nella sua solitudine stava magnificamente, in compagnia dei suoi libri e del suo cancro, che cresceva insieme a lui, ma sempre più velocemente.
Il primo libro che restaurò per mestiere fu un’edizione del 1887 de I Malavoglia. Glielo aveva portato una signora anziana. «Era di mio padre,» disse. «L’unica cosa che gli importava davvero.»
Luciano lo aprì con cautela. Le pagine erano fragili come ali di farfalla. Qualcosa si mosse dentro di lui, una forma di pace che non aveva mai provato. Era un lavoro che richiedeva tempo, precisione, pazienza. Era un antidoto al tremore, un gesto che domava l’inquilino. Tutto ciò che la sua vita frenetica rifiutava, qui diventava virtù.
Quando la signora tornò a ritirare il libro, pianse. Luciano non le disse che quel libro aveva salvato anche lui. Che restaurare quelle pagine gli aveva insegnato che anche le cose rotte potevano tornare intere. Anche se solo per un po’.
Nel retro della sua casa allestì un santuario dove ridava vita alla carta fragile. Quei lavori particolari gli portavano guadagni eccezionali, abbastanza per barattare il tempo che gli restava con l’intensità di un altrove.
7. LA LEZIONE
A diciassette anni, Roth era diventato la sua ossessione: Goodbye, Columbus prima, poi tutto il resto. Ritrovava in quei personaggi la stessa ferocia che stava scoprendo in sé: uomini divorati dai propri desideri, incapaci di stare fermi, sempre in fuga da qualcosa che portavano dentro.
L’aveva letto la prima volta quell’estate, quella prima di Chiara. Ricordava Neil Klugman, il bibliotecario che guardava la vita degli altri senza entrarci davvero. Ci si era riconosciuto subito. Neil che passava le giornate tra gli scaffali mentre Brenda viveva nel suo mondo dorato, irraggiungibile. Neil che osservava, catalogava, ma non osava.
Roth gli aveva insegnato che la letteratura non doveva consolare, ma dire la verità: che siamo fragili, contraddittori, spesso ridicoli. E che proprio in questa fragilità c’è qualcosa di magnifico. Che l’unica risposta alla morte è vivere con un’intensità che brucia, anche se ti consuma.
Da lui aveva imparato anche che la fuga non è vigliaccheria, ma a volte l’unico modo per sopravvivere a se stessi.
8. ESSAOUIRA
I suoi amori erano stati come i suoi viaggi: lunghi, intensi, totalizzanti. Non erano avventure fugaci, ma interi capitoli di vita.
Ricordava Marta, una mattina a Essaouira. Lei dormiva ancora, la luce atlantica entrava dalle persiane disegnando strisce d’oro sul pavimento di terracotta. Lui era già vestito, lo zaino pronto vicino alla porta.
La guardò a lungo: il respiro lento, i capelli scuri sparsi sul cuscino bianco, una mano abbandonata sul lenzuolo. Collezionava conchiglie minuscole, forandole per farne collane che regalava «per catturare il suono del mare». Ne indossava sempre una al collo.
Quanto era bella. Quanto l’amava. E proprio per questo doveva andarsene.
Quando la passione si trasformava in abitudine, Luciano sentiva il bisogno di ripartire. L’abitudine era un tempo immobile in cui il suo male prosperava. Aveva un bisogno fisico di stimoli nuovi. Consumava tutto, anche se stesso, lasciando dietro di sé tracce di intensità e rovina. E lo sapeva.
Seppe con assoluta certezza che non poteva restare. Non perché non l’amasse. Proprio perché l’amava, e l’amore stava diventando una routine che il suo simbionte avrebbe divorato. Glielo confermò un brivido freddo lungo la schiena, un segnale d’allarme che aveva imparato a riconoscere. Meglio partire ora, mentre ancora era perfetto, che restare e vederlo marcire.
Lasciò un biglietto sul tavolo della cucina. Dieci parole, forse meno. Non c’era modo di spiegare. Prese lo zaino, aprì la porta con cautela per non svegliarla.
Non si voltò.
Fuori, il vento dall’oceano gli asciugò le lacrime prima ancora che potesse accorgersene di averle.
9. WADI RUM
Nei deserti, ovunque il vuoto fosse assoluto e senza tempo, si sentiva più vivo. Il nulla esterno annullava il nulla che sentiva crescere dentro.
Aveva collezionato vertigini, non luoghi: dieci deserti, dieci orizzonti dove perdersi e ritrovarsi.
Nel Wadi Rum aveva camminato per ore sotto un sole che cancellava i pensieri. Il silenzio così totale da sembrare un suono. Nessun altro essere umano per chilometri. Solo lui, il deserto, e quella presenza dentro di lui che per una volta sembrava piccola, insignificante di fronte all’immensità.
Dopo ore — aveva smesso di guardare l’orologio — era rimasto solo il corpo: il passo successivo, il respiro che bruciava in gola, il sudore che gli colava sulla schiena, le gambe che iniziavano a tremare. Niente pensieri su Chiara, niente ansia sul futuro, niente paura del simbionte. Nemmeno un rigo di Roth a cui aggrapparsi. Solo il movimento. Era la forma più pura di presente che avesse mai sperimentato.
Quella sera, accampato sotto stelle così dense da sembrare una ferita luminosa nel cielo, capì qualcosa di essenziale: non doveva scappare dal vuoto. Doveva abitarlo. Il vuoto non era il nemico, era lo spazio dove finalmente poteva espandersi senza incontrare resistenza. Lì, ridotto all’essenziale, era più intero che mai.
10. L’ADESSO
Quella mattina era nel suo laboratorio. La luce del sole tagliava la penombra, illuminando la polvere che danzava nell’aria.
Tra le mani aveva una copia autografata da Philip Roth di Goodbye, Columbus. La copertina era rovinata, le pagine sapevano d’umido e di abbandono. Era tornato a lui, quel libro. Dopo quasi cinquant’anni, lo teneva di nuovo tra le mani.
Ma ora non era più il ragazzo che osservava la vita dalla riva. Ora era uno che ci si era tuffato, che aveva nuotato fino all’esaurimento, che era più volte annegato. E ne era valsa la pena. Ogni singolo momento ne era valso la pena.
Ricordava Neil Klugman, il bibliotecario che guardava la vita degli altri senza entrarci davvero. Ci si era riconosciuto, allora. Ci si riconosceva ancora, ma ora sapeva di aver fatto la scelta opposta. Aveva scelto di entrare, di bruciare, di consumarsi.
Mentre preparava le colle e sceglieva la carta giapponese per il restauro, Luciano sentì il simbionte muoversi, un leggero, familiare brivido che lo percorreva lungo tutte le ossa. Era diverso, questa volta. Più insistente.
Pensò alla frase che Roth fece dire a Merry, la figlia dello Svedese: La vita è solo un breve periodo di tempo nel quale siamo vivi.
Sorrise.
Per lui quella frase era diventata una mappa del tesoro. Il suo cancro glielo aveva insegnato fin da bambino. E lui, in quegli adesso — in quei dieci, cento, mille adesso — era stato un esploratore insaziabile.
Per un istante pensò ai suoi genitori, ai loro volti preoccupati che aveva imparato a schivare per non dover dare spiegazioni. Alle dieci volte, cento volte che gli avevano chiesto di fermarsi, di curarsi, di rallentare.
Il pennello ancora sospeso sulla pagina. La luce che brillava sulla colla traslucida. Un respiro. Poi un altro.
Non fu un mormorio. Fu un agguato. Una vertigine che risaliva dalle fondamenta del suo essere, un freddo che si irradiava dalle ossa, non come una malattia, ma come un atto di creazione al contrario. Si sentì disfare.
Non ci fu paura. Non ci fu tempo per la paura.
La sua vita intera sembrò collassare in un singolo, incandescente istante. Non una successione di ricordi, ma l’esplosione simultanea di ogni sensazione provata: il tè verde fumante di Marrakech, il sapore di ogni bacio, l’odore di ogni libro aperto, il suono di ogni risata, Chiara che se ne andava, Marta che dormiva, il sole del Wadi Rum, la signora che piangeva per il libro di suo padre.
Tutto compresso in un punto così denso da annullare il pensiero. Il pennello gli scivolò dalle dita, libere da ogni tremore per l’ultima volta. La luce dalla finestra si fece bianca, assoluta. La polvere non danzava più: era un vortice immobile al centro del quale c’era lui. O ciò che ne restava.
Tutto collassò in un punto.
E in quel punto, non c’era più confine tra lui e l’universo.
C’era solo adesso.
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