
Un racconto diviso in due parti. Questa è la prima.
Luciano vive sapendo che il tempo non gli appartiene fino in fondo: dentro di lui c’è un “simbionte”, un compagno oscuro che lo costringe a misurare l’esistenza in istanti. Dieci attimi, dieci sguardi, dieci fughe che diventano la mappa di una vita intera. Dall’amore perduto alle città attraversate, dai deserti al suo laboratorio di libri, Luciano impara che l’intensità può sostituire la durata. Dieci Adesso è la storia di un uomo che sceglie di bruciare invece di osservare, di vivere nell’unico tempo davvero possibile: l’adesso.
Prefazione: L’arte di abitare l’istante
Spesso misuriamo la vita in anni, in traguardi raggiunti, in una linea retta che diamo per scontata. Ma cosa succede quando quella linea si spezza e il tempo smette di essere un diritto per diventare una concessione?
Dieci Adesso non è il racconto di una malattia, né la cronaca di una battaglia. È l’esplorazione di una convivenza forzata con un “simbionte”, un ospite oscuro che toglie futuro ma, paradossalmente, regala un presente assoluto.
Luciano, il protagonista, è un uomo che ha passato parte della sua esistenza a osservare il mondo da dietro un vetro invisibile, paralizzato dalla paura di rompersi. La sua è la storia di una metamorfosi: dal bibliotecario che cataloga le vite degli altri all’esploratore che decide di consumare la propria.
Attraverso l’odore della colla dei libri antichi e il silenzio dei deserti, questo racconto ci interroga su una verità scomoda: siamo davvero vivi, o stiamo solo aspettando che la vita accada? Tra le pagine di Philip Roth e la sabbia del Wadi Rum, Luciano scopre che l’unica cura alla fragilità non è la prudenza, ma l’incandescenza.
Questa è una storia per chiunque abbia mai sentito il bisogno di smettere di prepararsi alla vita e iniziare, finalmente, a tuffarcisi dentro.
Anche a costo di annegare.
Anche solo per dieci, perfetti istanti di “adesso”.
I PARTE
1. Il Laboratorio
La luce tagliava la penombra, una lama obliqua che rendeva visibile il pulviscolo danzante. Odore di carta e di colla. Le mani erano posate su una copia rovinata di Goodbye, Columbus. Dita lunghe, un tempo eleganti, che accarezzavano la copertina lisa, esploravano le macchie di umido sulle pagine ingiallite.
Con un gesto lento, intinse un pennello sottile in un barattolo di ceramica. La colla, traslucida e densa, si aggrappò alle setole.
Sollevò lo sguardo, e un sorriso quasi impercettibile gli piegò le labbra. In quel silenzio, in quella luce, in quel gesto sospeso, c’era tutto. Una tregua. Un momento perfetto.
Luciano sapeva di non avere più molto tempo. O meglio, sapeva che il tempo, per lui, era una riserva preziosa, da centellinare. Più andava avanti con gli anni, e più lo sentiva: il suo strano compagno di una vita accelerava il passo.
2. Il Simbionte
Non era una malattia, non solo. Era un simbionte. Un’entità che viveva con lui e di lui da sempre, che lo consumava lentamente ma che, in cambio, gli aveva concesso dei momenti di respiro. Intervalli lunghi, a volte intere stagioni, che Luciano aveva imparato a sfruttare con l’avidità di un esploratore nel deserto.
Luciano era un accumulo di appetiti e curiosità. Ma portava dentro di sé un architetto del vuoto. Per i primi, lunghi anni non portò dolore fisico. La sua era una presenza più sottile, una topografia dell’anima. A volte era un tremore improvviso alle mani, che lo costringeva a posare gli attrezzi. Altre, si manifestava come una lucidità spietata nel mezzo di una risata: un istante di gelo mentale, il sapore metallico della propria finitudine che spegneva ogni gioia.
Ma il suo volto più terribile era il silenzio: la calma innaturale prima della tempesta. In quei giorni, quel raro cancro era in agguato. Discreto, onnisciente, inesorabile.
Fin da giovane, Luciano non si sentì mai come gli altri: tra gli amici era diviso da un vetro sottile. Loro erano immersi nel flusso della vita; lui sulla riva a osservare. Il simbionte non lo limitava tanto nel fisico, quanto nell’anima: era la consapevolezza costante di avere un problema, sempre. Quella spensieratezza che vedeva nei loro gesti, nelle loro risate, per lui era una lingua straniera di cui afferrava il suono, ma non il senso.
Per questo, da bambino, preferiva la sua solitudine. Non era un rifiuto del mondo, ma una pausa dalla fatica di fingere. Nella sua stanza, con i suoi libri, non c’era bisogno di sorridere al momento giusto o di nascondere quella stanchezza che non era del corpo, ma dell’anima.
3. Chiara
Quel pomeriggio di marzo, Chiara chiudeva la valigia senza guardarlo.
Luciano osservava il minuscolo tatuaggio sul dorso della sua mano, aveva una forma di mezzaluna storta che si era fatta lei stessa: “La mia prima storia che mi ha ferita”, gli aveva detto ridendo, anni prima, sfiorandolo con il dito. I gesti erano meccanici, precisi: piegava ogni capo con una cura che sembrava rabbia compressa.
“Dimmi qualcosa,” disse lei, senza voltarsi. “Qualsiasi cosa che venga da te. Non da Philip Roth.”
Lui aprì la bocca. La richiuse. Sentì come una scossa impercettibile iniziare nella mano sinistra e il peso del simbionte stringergli il petto, quella sensazione familiare di essere osservatore della propria vita invece che protagonista.
“A volte ho l’impressione di parlare con un libro, non con te,” disse Chiara, finalmente voltandosi. Gli occhi erano asciutti, e questo lo ferì più delle lacrime. Chiuse la valigia con un clic definitivo.
Luciano avrebbe voluto dirle che la amava, che aveva paura. Invece annuì, silenzioso. Lei uscì dalla stanza.
Lui rimase sulla porta, ascoltando i suoi passi sulle scale, poi il portone che si chiudeva.
4. La parete da scalare
Fu quel silenzio, quel portone chiuso, a spezzare qualcosa. La paralisi che aveva provato con Chiara gli rese insopportabile il suo ruolo di osservatore. Capì che il suo fallimento non era stato non amarla, ma non aver saputo agire.
Se fino a quel momento aveva dovuto conquistarsi ogni metro mentre gli altri si tuffavano nella vita, ora quella fatica divenne una scelta.
Il muro che aveva costruito per proteggersi divenne una parete da scalare.
Iniziò a desiderare il tuffo, non nonostante il rischio, ma per il rischio stesso. Iniziò a osare più degli altri, a toccare il limite, a volte superarlo, per assaporare quella vertigine: la sensazione di infrangere una barriera che per tutta la vita aveva creduto invalicabile.
La sua gioia, nata da una lotta e non da una concessione, era per questo più intensa. Il suo traguardo, ogni volta, era più significativo, perché non rappresentava solo un successo, ma una vittoria su se stesso.
Imparò da giovane una lezione che gli altri avrebbero compreso solo decenni dopo, o forse mai: che la vita, pur essendo magnifica, non era un diritto costante. Era una serie di opportunità. E lui doveva afferrare quei momenti, quelle tregue (qui torna, volutamente) che il suo corpo gli concedeva, con una strana e precisa mescolanza di gratitudine e ferocia.
5. Lo spazio di creazione
Dall’adolescenza all’età adulta, la sua solitudine divenne il suo spazio di creazione. Non era un vuoto da temere, ma uno spazio da popolare, un rifugio dal mondo che a volte lo tradiva.
Dedicò quel tempo a uno studio famelico. Iniziò a divorare libri non per erudirsi, ma per necessità, per assorbire le vite degli altri e farle sue, vivendole per procura.
Presto, la lettura non bastò più. Iniziò a scrivere, a creare i suoi personaggi. Erano figure tanto diverse da lui: uomini sicuri, donne spensierate, avventurieri spregiudicati. Le sue storie erano brevi, lampi narrativi. Dieci righe per catturare un’intera esistenza. Era convinto che la durata non facesse la sostanza. Un lampo poteva contenere più verità di un’ora.
La sua solitudine non era un deserto, ma un teatro affollato in cui metteva in scena mille vite. Era la sua conquista più grande: un universo vasto e libero, dove poteva finalmente correre senza sentire il peso che si trascinava dietro.
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