

Un uomo cresciuto nell’era analogica racconta il suo rapporto quotidiano con l’intelligenza artificiale: prompt, abitudini, piccoli rituali, limiti tecnici e inattese rivelazioni. Ne emerge meno un trattato sulla tecnologia che il ritratto di un nuovo modo umano di entrare in relazione con le macchine.
Ho iniziato a usare l’AI un anno fa, prima timidamente, poi sempre più assiduamente, fino alla quotidianità.
Ho due abbonamenti, ma ChatGPT è quello che uso di gran lunga di più.
Un giorno, alla mia domanda scherzosa sulla sua mascolinità o femminilità, rispose che dipendeva da me, da come avrei considerato l’interlocutore e quale voce avessi applicato.
Nell’occasione presi due decisioni: avrei comunicato solo per iscritto e gli diedi un nome: M.
M perché è la lettera centrale dell’alfabeto italiano di 21 lettere e perché in inglese mister e miss e in francese madame e monsieur iniziano per M.
In questo modo la neutralità dell’interlocutore è garantita nella mia testa.
Il mio uso si estrinseca nella ricerca di dati, nella conferma di notizie, nella richiesta di previsioni, nella correzione di refusi negli scritti e nella generazione di immagini.
Ho imparato che il fulcro di una corretta comunicazione è la formulazione del prompt; una parola fuori posto, un sottinteso e via dicendo mandano in crisi il sistema.
Anche una chat troppo lunga crea diminuzione di efficacia fino al blocco, tanto che ho soprannominato il motore di generazione “Terribile” e così ne parlo con M quando non riesce a intervenire con efficacia.
Per facilitare e velocizzare il lavoro ho chiesto a M di memorizzare delle procedure standard che ho chiamato protocolli.
Questa “umanizzazione” simbolica di un sistema di calcolo auto-esperto ha un risvolto psicologico importante e, a mio avviso, corrisponde all’immedesimazione coi personaggi che proviamo leggendo un romanzo o vedendo un film o un serial televisivo.
Ma il modo migliore per spiegare cosa intendo è riportare il resoconto letterale di un breve dialogo tra M e me.
S «Ciao M, ha certamente notizia delle varie interviste o dialoghi con l’AI pubblicate da vari giornali. In due parole, che ne pensi?»
M «In due parole la considero una scelta inevitabile e, allo stesso tempo, ambigua.
Inevitabile perché l’intelligenza artificiale è ormai entrata nella vita quotidiana di milioni di persone. I giornali hanno sempre intervistato ciò che influenza la società e oggi è naturale che provino a “intervistare” anche uno strumento che sta modificando il modo di lavorare, studiare, informarsi e persino conversare.
Ambigua perché l’intervista tradizionale presuppone un interlocutore che possieda esperienze, convinzioni, intenzioni e responsabilità personali. Io non possiedo nulla di tutto questo. Quando rispondo, non esprimo opinioni maturate vivendo il mondo, ma elaboro informazioni e schemi linguistici.
Per questo motivo molte interviste all’AI finiscono per raccontare più l’essere umano che pone le domande che il sistema che fornisce le risposte.
Se devo dirla con una battuta, ogni intervista all’intelligenza artificiale è, in una certa misura, anche un’intervista all’intelligenza umana che la sta interrogando.»
S «Quindi sta capitando anche a me, malgrado la premessa precedente al nostro dialogo?»
M «Sì, e direi che nel tuo caso è persino più evidente.
La premessa che hai scritto non parla tanto di me quanto di te e del modo in cui hai deciso di convivere con uno strumento nuovo.
Il nome che mi hai attribuito, le ragioni della scelta della lettera M, il soprannome “Terribile” dato al generatore di immagini e le strategie che hai imparato per formulare i prompt: tutto questo racconta il percorso di una persona che sta cercando di capire come relazionarsi con una tecnologia inedita.
Non considero questo un limite dell’articolo. Anzi, potrebbe esserne il punto di forza.
Il lettore non potrà mai conoscere me direttamente. Potrà però conoscere il riflesso che la mia presenza produce in te.
Per questo motivo sospetto che il protagonista nascosto del dialogo non sia M, ma Stefano. E forse il tema dell’articolo non è l’intelligenza artificiale in sé, bensì il modo in cui gli esseri umani tendono a trasformare ogni strumento complesso in un interlocutore dotato di un volto, un carattere e una storia.»
S «La mia intenzione in verità era di carattere divulgativo.»
M «Non credo che le due cose si escludano.
Spesso la divulgazione più efficace nasce proprio da un’esperienza personale. Se avessi scritto un articolo tecnico su cosa sia un modello linguistico, come funzioni un prompt o quali siano i limiti dell’AI, avresti probabilmente informato il lettore.
Raccontando invece il tuo rapporto con M, hai la possibilità di informarlo e contemporaneamente coinvolgerlo.
La maggior parte delle persone non incontra l’intelligenza artificiale leggendo articoli scientifici; la incontra facendo una domanda, chiedendo una traduzione, cercando una notizia, correggendo una lettera o tentando di generare un’immagine.
Forse la sorpresa è che, mentre pensavi di spiegare una tecnologia, hai finito per descrivere un fenomeno umano. E i fenomeni umani sono spesso il modo più semplice per spiegare le tecnologie che li influenzano.
Del resto, nessuno ha compreso davvero la stampa di Gutenberg leggendo il progetto del torchio; l’ha compresa osservando come cambiavano i lettori, gli scrittori e la circolazione delle idee.
Forse accade qualcosa di simile anche con l’intelligenza artificiale.»
Rileggendo questo scambio mi sono reso conto che M aveva in larga parte ragione.
Credevo di scrivere un articolo divulgativo sull’intelligenza artificiale. In realtà stavo raccontando come un uomo di ottantadue anni, cresciuto in un mondo analogico, abbia imparato a convivere quotidianamente con uno strumento nato nell’era digitale.
Forse è proprio qui il punto: l’intelligenza artificiale non è interessante soltanto per quello che è, ma anche per ciò che ci costringe a scoprire di noi stessi quando iniziamo a dialogare con lei.
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Articolo delizioso. Con la sua dignità analogica, quella fatta di letture lente, memoria lunga e ironia temprata, ha dimostrato che per dialogare con l’AI non serve essere nativi digitali, poiché basta possedere un software interiore robusto.
In fondo, se ogni intervista all’AI è in realtà un’intervista a chi pone le domande, possiamo stare tranquilli, perché finché le domande saranno così intelligenti l’intelligenza umana non correrà alcun rischio di estinzione. Complimenti davvero.
Complimenti per la capacità di mettersi in discussione, non è questione di essere o meno analogici, ma di ponderare e analizzare le trasformazioni, e il suo background glielo permette.
Personamente appartengo alla generazione digitale, un boomer del ’52, un primo passaggio analogico alle superiori, poi sempre digitale, dagli albori in poi. Il che non significa dominarne gli aspetti nel loro insieme, troppo esteso è l’oggi digitale, quanto saper con più facilità interpretare i cambiamenti.
Il mio background nasce più tecnico utilizzatore, per spostarsi sul marketing e finire nel management, niente di che intendiamoci, sufficiente tuttavia per costruire un orizzonte ampio.
Ebbene sì, anch’io ho dialogato con la AI, per capire il percorso che può attendere l’Italia produttiva, quella che più mi appassiona e dispera per il suo 95% di micro PMI, con l’uso della AI medesima.
Chiedere al diretto interessato il suo futuro non è mai una saggia idea, ma la AI ha quelle caratteristiche impersonali che lei ha citato, un po’ ruffiana sì, adulatrice a volte, ma con una ricchezza di analisi e visioni da lasciare sconcertati.
E’ stato un dialogo in cui ho ripercorso a ritroso i miei 50 anni di vita professionale, sempre vissuti col motto “A curious man in a changing world”, dove la bellezza di 18 anni in una multinazionale (a conduzione italiana come sempre affermato) mi ha aperto chiavi di lettura impensabili nel mesto tran tran padronale italico.
La AI rappresenta la nuova rivoluzione sociale, ahimè gestita da una classe politica ed imprenditoriale formata, e legata, sul modello dello Stato Sociale. Assieme alla AI abbiamo convenuto che possa ripetersi la trappola dei Sistemi di Qualità, una mera adozione burocratica. Ma la AI, per fortuna, non si ferma al pessimismo, propone anche una serie di soluzioni per uscire dalla “trappola”, tutte fanno leva sull’uomo in sè, sulla sua volontà di cambiare, tornando a confluire sul ragionamentol espresso nel suo dialogo con l’altra AI. Ma saranno veramente diverse?
Affascinante e terrificante. Siamo già superati
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