

Una satira linguistica feroce e divertita propone di colmare una lacuna dell’italiano inventando “vermitudine” e “vermezza”, neologismi utili a descrivere una specifica forma di bassezza morale: servile, viscida, preventiva. Non solo lessico: quasi un piccolo prontuario civile contro la mediocrità che striscia.
La lingua italiana è così ricca, così musicale, così traboccante di sfumature che è quasi impossibile resistere alla tentazione di migliorarla ulteriormente con mirate integrazioni. Il fatto che sia priva di alcuni termini utili per individuare lo spessore morale di un essere umano può offrire a questa tentazione un’occasione propizia. La nostra lingua risulta infatti scandalosamente sprovvista di una parola in grado d’indicare quella particolare inclinazione morale che potremmo chiamare, con una certa spregiudicatezza filologica, “vermitudine” o “vermezza”.
Si tratta, a ben vedere, di una mancanza che può indurre a concepire maliziosi rimedi, perché, pur essendo vero che abbiamo già “verme”, si avverte l’esigenza di un termine che renda anche in astratto il senso del suo uso metaforico, dato che non ce n’è uno che designi lo stato interiore di chi, pur avendo forma umana, sceglie deliberatamente la postura esistenziale del lombrico.
Questa consiste nello strisciare pur di asservirsi a vermi maggiori, nell’evitare la luce della ragione e del cuore, nel prosperare nel concime di situazioni equivoche, nello schierarsi sempre dalla parte del più arrogante e protomafioso assai prima che lui te lo chieda pur di ottenere qualche barlume di successo o di ricchezza, nel trasformarsi alla prima occasione in un caporale o in un capò e finire sempre, nella migliore delle ipotesi, per rivelarsi un ominicchio e un quaquaraquà.
Il fenomeno della “vermitudine”, o “vermezza”, è infatti ampiamente attestato tanto nella vita pubblica quanto in quella privata: nella ruffianeria accademica, durante le riunioni col capoufficio e i sonnacchiosi collegi docenti, nei parlamenti e nei talk show, dove abbondano gli sfoggi di una retorica volta quasi sempre a fare colpo su chi è già d’accordo anche a costo di essere in disaccordo con se stessi oltre che con la verità, nelle arrampicate sugli specchi dei buoni sentimenti, atte a velare ogni bassezza.
In ogni caso, la “vermitudine”, o la “vermezza” che dir si voglia, pur essendo imparentata con molte altre caratteristiche salienti dell’umanità, non coincide con nessun’altra. Non coincide, per esempio, con la semplice codardia, perché il codardo, almeno, ha un sussulto cardiaco, e nemmeno con l’ipocrisia, perché l’ipocrita recita, e la recita implica almeno uno sforzo teatrale.
La “vermitudine” è qualcosa di più raffinato e insieme più molle. È la predisposizione a comprimersi moralmente prima ancora che qualcuno chieda di farlo. È l’arte preventiva dell’abbassamento, è l’arte di accomodarsi in ogni menzogna che possa in qualche modo lusingare la propria vanità.
Il verme non tradisce: si limita a seguire l’umidità. L’uomo affetto da vermitudine non trama: si adegua, con la dolcezza gelatinosa di chi non vuole disturbare l’ordine del compost. Si dirà: ma non basta “servilismo”? No. Il servilismo presuppone un padrone. La vermitudine è autonoma, autosufficiente. Essa prospera anche in assenza di tiranni: li anticipa, li sogna, li prepara, ne auspica l’arrivo per poter dare libero sfogo al proprio desiderio di strisciare.
Quanto a “vermezza”, essa potrebbe indicare non tanto la disposizione, quanto il risultato: il grado di raggiunta inconsistenza morale. Come si dice “bellezza” per la qualità dell’essere bello, così si può dire “vermezza” per significare la qualità dell’essere diventati irrilevanti e meschini, privi di una spina dorsale morale, intellettualmente fluidi e pappagalleschi, solerti soccorritori, come diceva Ennio Flaiano, dei vincitori, nonché affossatori degli sconfitti.
Così, tanto per fare un esempio a cui entrambi questi neologismi affini si addicono, basti qui ricordare alcuni individui che si candidano da tempo a divenire ricettacolo degli appellativi appena escogitati, come quei due che si sono di recente recati a Mosca, e in particolare a pochi metri da dove il criminale del Cremlino spara da tempo missili per massacrare civili ucraini, e lì si sono messi tutti sorridenti e ridanciani a fare foto e filmini commemorativi delle gesta dell’Hinkelino senza baffetti.
Poiché la storia rischierebbe di non avere una memoria adeguata delle imprese di simili protagonisti mediatici, né del loro mentore, in assenza di opportune qualifiche, la loro preziosa testimonianza conferma l’urgenza di introdurre la “vermitudine” e la “vermezza” nel novero delle parole in uso nella nostra amata lingua nazionale.
Immaginiamo dunque l’utilità pubblica di tali termini. Un editoriale potrebbe scrivere: “Il leader del partito Grande, durante la conferenza stampa di oggi, ha toccato il fondo della vermitudine”; oppure, “Il dibattito parlamentare ha raggiunto oggi vertici di sublime vermezza”; o anche, un insegnante potrebbe annotare sul registro: “Compito svolto con impegno, ma con eccessiva vermitudine argomentativa”; o ancora: “Un’epidemia di vermitudine ha di fatto deciso la vittoria elettorale del candidato bullo e golpista”.
Già, perché non bisogna dimenticare che coloro che sono affetti da questa subdola malattia morale sono inclini a praticare forme di bullismo più o meno esplicite, sguazzando incessantemente in una fanghiglia particolare, ovvero in un impasto maleodorante di arroganza e viltà.
La lingua non solo descrive il mondo: lo disciplina performandolo. Dare nome alla “vermitudine” significherebbe privarla dell’alibi dell’ineffabilità. Ora, poiché ogni parola nuova ha bisogno di un’aura antica per essere presa sul serio e nessuno rispetta ciò che non odora almeno un poco di latino, è opportuno soffermarsi sull’etimologia.
“Vermitudine” parrebbe derivare da vermis, verme, con l’aggiunta del suffisso astratto -tudine, nobile e solenne, già impiegato in parole di rispettabilità indiscussa come “altitudine”, “rettitudine”, “gratitudine”. Il suffisso conferisce gravità morale al concetto, quasi a suggerire che non si tratta di un accidente momentaneo ma di una stabile condizione dell’essere.
La costruzione è, sotto il profilo morfologico, perfettamente legittima. Se abbiamo potuto accettare “servitù” da servitus, perché non potremmo ammettere una vermitudo ricostruita, che l’italiano, con la sua generosità fonetica, trasformerebbe naturalmente in vermitudine?
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La variante “vermezza” segue invece un percorso diverso e forse più popolare. Dal sostantivo “verme” si forma, mediante il suffisso -ezza, una qualità astratta, sul modello di “bellezza”, “fierezza”, “debolezza”. Qui l’accento non cade tanto sulla condizione quanto sul risultato: la vermezza è lo stato raggiunto dopo un prolungato esercizio di abbassamento morale, ovvero di vermitudine. Se questa rappresenta una disposizione interiore, la vermezza è la sua fioritura compiuta.
Non si creda, tuttavia, che la questione sia del tutto moderna. In un manoscritto attribuito al poco noto lessicografo padovano Prospero Bislacchi (1812-1883), intitolato “Delle mancanze del Vocabolario e de’ costumi che ne derivano” – opera mai data alle stampe per manifesta inesistenza del suo autore, che ebbe tuttavia cura di spargere in giro la diceria di esistere – si legge quanto segue:
«Fra i difetti più gravi della nostra favella è il non possedere vocabolo atto a designare quella disposizione dell’animo che, senza costrizione, si abbassa più del necessario, e si compiace dell’esser calpestata, credendo con ciò di salvarsi. La quale qualità, frequente nelle corti e ne’ collegi, non è mera viltà, ché la viltà teme, ma questa previene il timore e si distende essa stessa sotto il piede altrui.»
E più oltre: «Sarebbe dunque opportuno introdurre un termine che significhi la volontaria riduzione di sé a cosa strisciante, giacché la lingua che non nomina tali fenomeni li favorisce.»
Che del Bislacchi si siano ormai perse le tracce e se ne trovi precaria memoria solo nelle pagine consunte e casualmente sopravvissute di qualche suo estinto estimatore poco importa. La sua intuizione – vera o inventata che sia – resta inattaccabile: le parole non sono semplici ornamenti, ma strumenti di igiene morale. Dove manca il nome, prospera la muffa e si profila la truffa.
E poiché l’opera civilizzatrice non può fermarsi al livello del vermiforme, ecco altri neologismi più o meno urgenti da proporre, come i precedenti, financo alla nobile Accademia della Crusca:
Onestalgia: la nostalgia selettiva per un passato che non è mai esistito, ma che viene ricordato con indignazione morale.
Anarcolaido: chi, con la scusa di coltivare i nobili ideali dell’anarchia, si mette a picchiare chi lo tutela, a spaccare vetrine e bruciare cassonetti, convinto di essere stato autorizzato dal più giusto dei mondi possibili in persona.
Argutaggine: la compulsione a fare battute intelligenti anche quando la situazione richiederebbe silenzio e sommessa meditazione.
Competenzaio: individuo che parla con sicurezza su tutto, forte di tre video visti la sera prima.
Equivocrazia: sistema informale in cui nessuno prende decisioni chiare per non scontentare nessuno, generando una nebbia permanente.
Egoeco: la tendenza a circondarsi solo di opinioni identiche alla propria, fino a sentire la propria voce rimbalzare come prova di verità.
Speranzismo: l’atteggiamento per cui basta dichiarare che “andrà tutto bene” perché la realtà si senta obbligata a obbedire.
Giustaismo: la tendenza a dire solo cose giuste, cioè che auspicano o scelgono il giusto contro l’ingiusto e il bene al posto del male, così da disarmare e far sembrare un tipo equivoco chi davvero il giusto e il bene persegue e propugna senza farne un retorico strumento di potere.
Finché non avremo parole come queste, e in particolare fino a quando non potremo chiamare la “vermitudine”, e anche la “vermezza”, con il loro vero nome, continueremo a scambiarle per forme melliflue di prudenza, o di diplomazia.
Ma soprattutto, fino a quando non potremo inquadrare nella giusta categoria i vermi che deambulano ridacchiando per le strade innevate, nei pressi delle basi di lancio di missili assassini e nefasti, non ci sarà una vera speranza di redenzione per chi ne tollera le pubbliche esternazioni.
Per mantenere in vita questa speranza, è necessario chiamare col suo nome ciò che costoro rappresentano, ovvero il tanfo umido che scaturisce da anime in putrefazione, e l’umidità, si sa, è il clima ideale per i vermi, che abbondano nei vasi e nei sottovasi, negli incavi dove ristagna acqua marciscente e dovunque si produca qualche costante melmosa compressione, in attesa dell’arrivo di una gallina golosa.

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Grazie Barbara, vermosita’ mi pare ottimo. Vermezza mi piace per la sua assonanza ossimorica con fermezza. ?
No no, non vermosità: vermINOsità!
Vermezza ha assonanza anche con contentezza compostezza pienezza fierezza timidezza ubriachezza altezza agiatezza acutezza freddezza decrepitezza, che suonano tutte benissimo, ma quella no, mi suona proprio male. Vermità, piuttosto? Come castità pietà santità complicità pluralità molteplicità semplicità stupidità…
Grandioso Gustavo. Ammirazione sconfinata per la prosa e per la proposta dei neologismi. Vermezza ha un senso, ma eufonicamente Vermitudine è imbattibile. Chiedo il permesso di farne uso esagerato. Grazie. Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Grazie Nadia per il bel commento. Naturalmente puoi farne l’uso che preferisci. Un caro saluto e alla prossima.
Vermezza non mi piace, suona male, invece vermitudine mi piace molto (io uso abitualmente cretinitudine). Aggiungerei verminosità, da usare in frasi di tipo diverso: Scuramente si può dire che la vermitudine sia la sua caratteristica più spiccata – Il grado di verminosità di quell’individuo, guarda, mi dà il voltastomaco.