
È stata una giornata destinata a entrare nei libri di storia della finanza globale. Il clamoroso rally di mercoledì 9 aprile, innescato dall’inversione di rotta di Trump sui dazi, ha mandato in orbita i mercati di tutto il mondo.
Wall Street ha registrato numeri da record: l’S&P 500 è balzato del 9,52%. Il Dow Jones ha guadagnato il 7,87%. Il Nasdaq ha segnato un impressionante +12,16%. Anche l’Asia ha risposto con entusiasmo, sospinta dalla sospensione di 90 giorni dei dazi reciproci (Cina esclusa). L’effetto domino si è esteso all’Europa, con Milano, Parigi e Londra in rialzo, spinte dall’onda di Wall Street.
C’è chi sarà tentato di pensare che Donald Trump sia stato un genio, che fosse tutto parte di un disegno calcolato. Dopotutto, aveva promesso un’età dell’oro. Ma quello a cui abbiamo assistito è stato insider trading istituzionalizzato, una truffa ai danni degli investitori comuni.
Ci sarà anche un momento, e per alcuni è già arrivato, in cui la cronologia degli eventi sarà solo un ricordo sbiadito, se non addirittura cancellata o riscritta. Ma è scorrendo le fasi di questa vicenda che si intravede il furto compiuto ai danni dei piccoli investitori. Lunedì 7 aprile, alla riapertura dei mercati, era stato uno shock. Non c’erano stati ripensamenti sui dazi indiscriminati e irrazionali, costruiti su calcoli da azzeccagarbugli. I listini proseguivano la discesa libera iniziata la settimana precedente.
Martedì 8, mentre i piccoli investitori, presi dal panico, vendevano e chi si avvicinava alla pensione osservava i propri fondi assottigliarsi, l’isteria dilagava. Anche i magnati della Silicon Valley tremavano. Lo scontro tra Musk e Navarro aveva reso evidente la frattura interna, dopo che Trump aveva già attaccato Musk per le sue promesse sui dazi verso l’Unione Europea. Anche fedelissimi come Ted Cruz e Rand Paul prendevano le distanze.
Poi era stata Wall Street a rompere il silenzio. La frustrazione era esplosa nella lettera aperta a Trump di Shay Boloor, guru degli investimenti e voce influente del podcast Pounding the Table. Boloor aveva espresso il suo disappunto, spiegando che, pur avendo inizialmente sostenuto l’idea di un reset e di una politica America-first più dura, vedeva in quel piano un tentativo di distruggere il sistema esistente senza offrire alcuna alternativa.
Anche Bill Ackman, di Pershing Square e OpenAI, era intervenuto. Aveva definito i dazi generalizzati un errore catastrofico e chiesto una pausa di 90 giorni. Nel corso della giornata di lunedì, i suoi messaggi erano diventati contraddittori, tra accuse, ritrattazioni e nuovi affondi. Aveva attaccato il Segretario al Commercio Lutnick, accusandolo di conflitto d’interessi, salvo poi correggere il tiro. Pur mantenendo il sostegno a Trump, continuava a insistere sulla necessità di una pausa di 90 giorni.
Poi alle 9:37 di Washington, le 15:37 in Italia, Trump scriveva su Truth Social: “È UN OTTIMO MOMENTO PER COMPRARE!!! DJT”. Nulla di ufficiale. Solo un post. È chiaro che Trump ha già deciso qualcosa e molti lo prendono come un segnale. Ma per i più non ci sono certezze.

Nello stesso momento, le azioni della Trump Media & Technology Group iniziavano a salire, insieme al resto del mercato. Il problema? L’annuncio ufficiale della sospensione di 90 giorni dei dazi verso il resto del mondo, Cina esclusa, arrivava solo quasi quattro ore dopo, sempre su Truth Social, alle 13:18 di Washington, le 19:18 in Italia.


Nel frattempo, le azioni della Trump Media & Technology Group erano passate da 16,60 a 19,40 dollari, con un guadagno del 14%. Chiuderanno la giornata a 20,27 dollari, con un incremento finale del 21,67%.

Resta da chiedersi quanti, prima dell’annuncio formale, fossero già al corrente della decisione e quanti avessero colto il “segnale” lanciato da Trump con il suo primo post. Sorprende come una manovra speculativa di tale portata sia avvenuta alla luce del sole. Ma, del resto, chi indagherà sulle posizioni short e sulle ricoperture delle società legate all’entourage della Casa Bianca, e forse anche ai suoi alleati? La stessa sera, il Senato confermava Paul Atkins alla guida della Securities and Exchange Commission (SEC). Ex commissario repubblicano della SEC e consulente di Wall Street, Atkins era stato nominato da Trump, che lo aveva definito “un leader comprovato per una regolamentazione di buon senso”.
La dinamica di questa manovra ha rappresentato, di fatto, un gigantesco trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto. Chi non era a conoscenza in anticipo dell’inversione di rotta di Trump — in altre parole, piccoli risparmiatori, gestori di fondi pensione, investitori ordinari — aveva venduto nel panico, cercando di contenere le perdite nel crollo dei mercati.
Quando, la mattina del 9 aprile, Trump ha pubblicato quel messaggio su Truth Social, chi era “dentro” ha colto immediatamente il segnale, acquistando titoli in forte sconto prima dell’annuncio ufficiale della sospensione dei dazi. In poche ore, il valore di quelle azioni è schizzato, garantendo profitti straordinari a chi aveva la tempistica perfetta per rientrare sul mercato.
Per contro, chi aveva venduto il giorno prima ha subito una duplice penalizzazione: ha perso nel crollo e non ha potuto beneficiare del rimbalzo, non avendo più la liquidità o l’informazione per ricomprare in tempo utile. Così, la manovra ha svuotato ulteriormente le tasche della classe media, dei risparmiatori e dei fondi pensione, e ha rimpinguato quelle degli hedge fund, degli insider e delle cerchie più vicine alla Casa Bianca.
Non è stato un semplice rimbalzo di mercato: è stato un furto, realizzato con la precisione di una rapina in pieno giorno, davanti agli occhi di tutti.
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