
Con la scomparsa di Dario Antiseri, nella notte tra il 12 e il 13 febbraio, la filosofia italiana perde una delle figure più rilevanti, vivaci e libere. Un intellettuale che ha saputo abitare con coerenza e tenacia un territorio teorico minoritario rispetto al resto del panorama filosofico italiano, senza mai indulgere né all’isolamento né alla polemica sterile.
Il nostro Paese deve a lui, ad esempio, la traduzione de La società aperta e i suoi nemici di uno dei più importanti pensatori del ’900, vale a dire Karl Popper, apparso nella nostra lingua solo nel 1973, con ben vent’anni di ritardo rispetto all’edizione originale.
Il libro di Popper, che si proponeva di smascherare le radici filosofiche del totalitarismo — individuate nella pretesa, tipica dello storicismo hegeliano e marxista, di cogliere e interpretare le “leggi necessarie” della storia — dovette attendere un po’ per motivi “ambientali”, dal momento che proprio l’idealismo e il marxismo esercitavano una forte egemonia nelle università e nel dibattito intellettuale in generale.
Questa vicenda editoriale è emblematica dell’impegno intellettuale di Antiseri.
Nato a Foligno il 9 gennaio 1940, formatosi tra Perugia e alcuni dei principali centri europei di studio della logica e dell’epistemologia, Antiseri ha introdotto e radicato nel nostro Paese il paradigma del razionalismo critico, divenendo il più autorevole interprete italiano del pensiero di Karl Popper.
In un contesto culturale a lungo segnato, come anticipato, dall’eredità dell’idealismo storicista, dalle declinazioni del marxismo teorico e dalle correnti fenomenologico-ermeneutiche, la sua insistenza sulla fallibilità della conoscenza, sulla natura congetturale delle teorie scientifiche e sulla centralità della confutazione come motore del progresso cognitivo e democratico ha rappresentato una dissonanza feconda, talora guardata con perplessità da certi critici nostrani perennemente sospettosi verso il liberalismo, ma difficilmente eludibile.
Per Antiseri la ragione non coincideva con un sistema chiuso né con un apparato giustificazionista volto a fondare certezze indubitabili e determinismi storici; essa era piuttosto esercizio critico permanente, disponibilità alla revisione, disciplina dell’argomentazione.
Nessuna teoria, scientifica o sociale, può rivendicare immunità dal controllo razionale: essa resta valida sino a prova contraria, esposta alla possibilità dell’errore, che, lungi dall’essere un inciampo contingente, costituisce la condizione stessa dell’avanzamento del sapere.
Tale impostazione, estesa con coerenza alla metodologia delle scienze sociali, lo condusse a diffidare di ogni pretesa totalizzante e a difendere, sul piano politico-istituzionale, l’ideale della società aperta, in dialogo con autori come Friedrich Hayek, nella convinzione che il pluralismo e la libertà individuale trovino il loro fondamento teorico proprio in un’epistemologia anti-dogmatica e conscia della propria finitezza.
Professore anche alla LUISS Guido Carli, dopo aver insegnato a lungo a Padova e in altri atenei, Antiseri non fu soltanto uno specialista di filosofia della scienza, ma anche, in un certo senso, un educatore: il suo fortunato manuale di storia della filosofia per i licei, scritto con Giovanni Reale, ha formato generazioni di studenti, restituendo la pratica filosofica come trama viva di problemi e non come mera sequenza di dottrine.
Tuttavia ridurre Antiseri al ruolo di divulgatore sarebbe ingiusto; la sua riflessione, specie negli ultimi anni, si è progressivamente concentrata sul nesso tra dubbio e speranza, tra esercizio critico e domanda di senso.
Cattolico per scelta meditata e mai esibita in chiave apologetica, egli ha sostenuto che la fede non è alternativa alla ragione, ma può abitare il medesimo spazio critico, riconoscendo i limiti della dimostrazione e insieme la legittimità dell’interrogazione ultima.
La domanda radicale — perché l’essere e non il nulla? — non riceve, in coerenza col suo pensiero, una soluzione deduttiva; essa si configura piuttosto come “invocatio”, come gesto originario con cui l’uomo, consapevole della propria finitezza, si apre a un orizzonte di significato che la ragione può cercare ma non possedere.
In questa tensione si coglie forse la cifra più profonda del suo itinerario: il fallibilismo non conduce al relativismo nichilistico, bensì a una postura esistenziale vigile, capace di coniugare l’umiltà epistemica con la responsabilità morale.
La sua voce ha ricordato al dibattito italiano che la chiarezza argomentativa è un dovere etico prima ancora che stilistico e che la libertà della persona dal dispotismo politico — radicata, nella sua prospettiva, nella tradizione evangelica — non è un presupposto retorico, ma un compito da difendere attraverso istituzioni aperte e spirito critico.
Con la sua morte non si chiude soltanto una biografia accademica di primo piano, ma si consegna alla memoria collettiva l’esempio di un filosofo che ha attraversato il dubbio senza cedere allo scetticismo e ha parlato di speranza senza indulgere alla retorica: una lezione severa e insieme discreta, che invita ancora a pensare senza dogmi e a custodire, nel cuore della ragione, l’inquietudine feconda della domanda sul senso e la sensibilità per il limite che custodisce la libertà dell’individuo concreto.
Una lezione di cui oggi abbiamo ancora più bisogno di ieri.

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