
Parte prima
Quando si toccano certi temi, come quello delle banche e della moneta, molte sinapsi umane tendono a scattare in modalità esoterico-complottista. Quasi fosse un riflesso pavloviano. È ciò che ho constatato recentemente leggendo, ad esempio, i farneticanti commenti a un post sull’euro digitale.
Il racconto sulla moneta è inestricabilmente legato alla disputa storica per la conquista del potere e il dominio sul mondo. La trama, talvolta segnata da venature gnostiche, è disseminata di teorie cospirative che ammantano di misteriosi malefici questioni quali il signoraggio, la natura delle banche centrali, le funzioni delle banche commerciali, eventi come gli incontri annuali del gruppo Bilderberg, o clamorosi falsi storici come I protocolli degli anziani di Sion – un libro antisemita pensato e usato per promuovere l’odio verso gli ebrei.
In effetti, da quando il denaro, la cui astrazione s’incarna nella moneta a formare un unico ente divenuto quasi mistico, ha fatto irruzione – soprattutto dall’anno Mille – nella storia dell’umanità, si è sempre più insinuato nella vita delle persone, giungendo in molti casi a spazzare via tutto: uomini, cose, speranze e dignità.
È sempre stato così per via della straordinaria fungibilità dello strumento: una merce – nella sua attuale forma di moneta fiduciaria emessa da una banca centrale e dichiarata a corso legale, che circola sotto forma di banconote o di meri segni contabili – eccezionale che, sebbene dotata di puro valore concettuale, è idonea a essere scambiata con qualunque bene o servizio, sia esso mezzo di sussistenza o strumento di puro sollazzo, ma anche buona a corrompere le anime.
Vittorio Mathieu, nella sua Filosofia del denaro, scrive:
“Né sulla Terra né in cielo troviamo un’altra istituzione umana o realtà naturale che si avvicini al modo di essere e di agire del denaro. Esso agisce senza essere una cosa fisica e senza essere neppure legato alla materia se non come simbolo”.
Stando così le cose, era forse inevitabile che il denaro si tramutasse nel vessillifero del più indomito dei vizi capitali: l’avidità. Uno strumento, il denaro, il cui concetto è diventato troppo potente per essere trattato con perizia dalle creature umane, il cui equilibrio è sempre in bilico tra le pulsioni e la ragione.
Per via di ciò, il denaro è stato spesso oggetto di trattazione oltre la materia economica. Se i marxisti l’hanno maledetto perché consentirebbe agli imprenditori di appropriarsi del lavoro altrui, il denaro ha attratto l’attenzione di filosofi, teologi di diverse confessioni, giungendo persino a connotare la letteratura psicoanalitica.
La capacità del denaro di dominio e di possessione dell’animo umano ha spinto Martin Lutero a scrivere:
“Il denaro è parola del diavolo per mezzo della quale egli crea ogni cosa nel mondo, proprio come Dio crea attraverso la parola di verità”.
Il denaro è per Lutero “sterco del demonio”. Sulla stessa scia si muove Freud, che stabilisce un collegamento simbolico tra il denaro e le feci nell’inconscio umano, fondato sulla sua teoria dello sviluppo psicosessuale.
Però il denaro, che per via delle sue intrinseche, prodigiose caratteristiche è entrato a far parte di un ordine quasi metafisico, è un’invenzione umana – “troppo umana”! – con lo scopo di assolvere un semplice ma determinante ruolo ancillare rispetto all’economia.
È stato l’abate Ferdinando Galiani – eclettico personaggio dell’Illuminismo italiano, noto solo nel mondo accademico, che non sfigurava nei dibattiti dei salotti parigini dell’epoca – a cogliere, meglio di altri, tale essenza. Nel suo Trattato sulla moneta scrive:
“La moneta, come il sangue, è il fluido attraverso il quale scorre la ricchezza vera”.
Ecco, per l’appunto, “la ricchezza vera”. Fa specie osservare, oltre due secoli dopo l’Illuminismo, come il dibattito sulla moneta oscilli ancora attorno al fanciullesco equivoco che confonde la “ricchezza monetaria” con la “ricchezza reale”, costituita dal Pil e dal Pil pro capite.
In realtà già Aristotele, nella Politica, rilevava l’estraneità del denaro rispetto alla ricchezza reale, affermando che “… strana davvero sarebbe tale ricchezza che, pur se posseduta in abbondanza, lascia morire di fame, come appunto il mito tramanda di quel famoso Mida”.
Poi c’è chi, nella crociata contro il denaro, come folgorato dalla differenza tra i due aggregati, la vuol spiegare dicendo che se distruggessimo tutto il denaro in circolazione l’umanità andrebbe avanti comunque, perché esso non ha nulla a che fare con la ricchezza e non può in alcun modo aumentarla.
Quest’ultimo è l’errore concettuale tipico non solo di chi non ha letto Galiani – troppa grazia! – ma, più comunemente, di chi, non avendo alcuna base di economia monetaria, si astiene anche dal buon senso. Se è vero che l’umanità sopravvivrebbe in assenza di moneta, è anche vero che mai avremmo sforato la soglia degli otto miliardi di persone e saremmo tutti incommensurabilmente più poveri, nel senso della mancanza materiale di beni e servizi di ogni genere. Per i cultori della decrescita (in)felice si tratterà di un blando effetto collaterale.
Purtroppo, come spesso accade, nello sterminato dibattito sul denaro si assiste al rovesciamento della relazione tra fine e mezzi, fenomeno che si riscontra quando un certo sentire comune si afferma a discapito del libero pensiero individuale. Non è difficile constatare come alcune cose comunemente considerate fini siano, invece, dei semplici mezzi perché nati come tali. Ciò vale per il denaro, per l’esercizio del potere pubblico in generale, per la produzione economica, per lo Stato e altro ancora.
Eloquenti sono, a tal proposito, le parole di Simone Weil:
“Solamente il bene è un fine. Tutto ciò che appartiene all’ambito dei fatti rientra nell’ordine dei mezzi. Ma il pensiero collettivo è incapace di innalzarsi al di sopra dell’ambito dei fatti. È un pensiero animale. Possiede la nozione di bene in quantità appena sufficiente a commettere l’errore di confondere un qualsiasi mezzo con il bene assoluto”.
E il “bene” della moneta è quello esplicato, prosaicamente, nell’assolvimento delle sue tre tradizionali funzioni: mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore.
Solo che, agli albori del terzo millennio, a seguito dei processi di digitalizzazione, le modalità operative attraverso le quali queste funzioni sono assolte stanno strette all’euro, come a ogni altra moneta fiduciaria.
La diffusione dei pagamenti elettronici, a scapito delle banconote, e l’avvento delle criptovalute – monete private non garantite da una banca centrale – hanno spinto le autorità politiche e monetarie europee ad avviare un lungo percorso che dovrebbe concludersi nel 2029 con l’introduzione dell’euro digitale.
Ma questo sarà il tema che tratteremo nella seconda parte.

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