

Il Partito liberale di Mark Carney ha vinto le elezioni in Canada. Un duro colpo per Donald Trump e una buona notizia per i liberali di questa parte del mondo (esistono ancora). Il termine “liberales” è ottocentesco. Entra nel linguaggio politico con le Cortes di Cadice nel 1812, in cui designava il partito che si opponeva alla conquista napoleonica e al partito “servil”, fedele al vecchio ordine assolutistico.
Nel Novecento i partiti che si richiamavano al liberalismo hanno occupato negli schieramenti parlamentari posizioni assai diverse: conservatrici, centriste, moderate, progressiste. Secondo Benedetto Coce, tuttavia, il vero liberalismo non aveva bisogno di aggettivi per definire la sua dottrina. Il suo nome bastava a se stesso “perché i liberali non potevano dividersi in conservatori o democratici, moderati o progressisti, essendo, per vocazione e per coerenza intellettuale, accomunati dalla missione comune di stabilire e far rispettare la libertà” (“Taccuini di guerra. 1943-1945”, Adelphi, 2004).
Nella dizione “libéraux”, il termine comincia a circolare in Francia un decina d’anni più tardi, ma in odore di sospetto, perché associato ai ribelli spagnoli. Assume infine un significato più rispettabile in Inghilterra, tradotto come “liberal”, dove però vi arriva solo alla metà dell’Ottocento. E la parola liberalismo appare ancora più in là, durante la rivoluzione industriale.
Oggi sappiamo che nessuna rivoluzione industriale è mai avvenuta senza un alto costo umano, senza urbanizzazione selvaggia, senza sfruttamento del proletariato delle fabbriche e senza compressione dei consumi. Resta il fatto che la trasformazione industriale dell’Occidente sarebbe stata impossibile senza il vangelo liberistico della scuola di Manchester.
Come ha scritto Giovanni Sartori in una delle sue memorabili “trenta lezioni sulla democrazia” (Mondadori, 2008), la conseguenza fu che il liberalismo acquisì un’accezione più economica che politica. Venne quindi bollato come borghese e capitalistico, guadagnandosi così l’imperitura ostilità della sinistra marxista e poi della sinistra “francofortese”. In realtà, Locke e Blackstone, Montesquieu e Constant, non furono in alcun modo i teorici del “lasciar fare”, anche perché nulla sapevano di economia. Furono invece i teorici del costituzionalismo, e la libertà di cui si sono occupati era la libertà politica.
La parola liberalismo fu sfortunata anche per un altro motivo: apparve in alcuni paesi quando era già in disgrazia, come in Germania e in Italia, fino a non arrivare addirittura mai negli Stati Uniti. Gli americani “percepirono il loro sistema prima come una repubblica e dopo come una democrazia” (Sartori). La Costituzione americana è, di fatto, il prototipo delle Costituzioni liberali nel senso proprio del termine, ma molti americani non la vedono come tale. Accade così che i “liberals” statunitensi dibattono la nozione di liberalismo in un pressoché totale vuoto storico. Un vuoto storico oggi riempito dai deliri di onnipotenza di un tycoon newyorkese.
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