

Comincia con questo articolo la collaborazione con InOltre di Giovanni Savastano, psicoterapeuta e scrittore, nonché appassionato e cultore di cinema e musica. Benvenuto Giovanni.
Nel 1944, quando la grande attrice svedese Ingrid Bergman vinse l’Oscar per la sua interpretazione nella pellicola Gaslight di George Cukor (in Italia Angoscia), mai avrebbe pensato che titolo e trama di quel film sarebbero diventati, di lì a poco, sinonimi di uno dei più diffusi e gravi comportamenti disfunzionali di manipolazione emotiva.
Nel plot, il marito della protagonista cerca di farla sembrare pazza per appropriarsi dei suoi tesori di famiglia, dandole continui input delegittimanti che, in breve tempo, la posizionano in una situazione di inferiorità psicologica: «Sei troppo sensibile», «stai per caso cominciando ad immaginare cose?», «mi sembri confusa, sei stanca, non sei lucida», «non ti ricordi bene, sei sconvolta dai tuoi drammi familiari»; sono soltanto alcune delle frasi di lui, apparentemente innocue e persino accudenti, che preparano il terreno alla squalificazione emotiva e al crollo psicologico di lei.
Sullo sfondo di questo scenario, il consorte inizia, in particolare, a mettere in atto un peculiare stratagemma: manomettere di nascosto le lampade a gas che illuminano la casa, provocando oscillazioni continue della luce da lui poi intenzionalmente negate come fatti oggettivi e attribuite invece a un’allucinazione della moglie.
A distanza di venticinque anni, nel 1969, gli psichiatri britannici Russell Barton e J.A. Whitehead, ripescando quel vecchio film, pubblicano un articolo sulla rivista medica The Lancet dal titolo The Gas-light phenomenon: da quel momento, le scienze psichiatriche e psicologiche si impossesseranno di quel termine, “gaslighting” appunto, per descrivere una sottile e perniciosa distorsione manipolatoria con cui un individuo, mettendosi in una posizione di potere, cerca di far dubitare un altro della propria percezione della realtà, mettendone in discussione memoria, lucidità e capacità di giudizio.
Il “gaslighting”, in genere attuato in cornici interpersonali familiari o lavorative, può avere una sua estensione, tuttavia, anche a livello mediatico. E, quindi, politico.
Ne è un esempio la dinamica comunicativa messa in atto, recentemente, da Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, in più di un’occasione. In primis, nei riguardi della senatrice Liliana Segre, poi nei confronti del sindaco di Reggio Emilia Marco Massari e, infine, verso la categoria dei giornalisti, a seguito del recente attacco alla redazione de La Stampa ad opera di una trentina di attivisti radicali di sinistra propal del centro sociale Askatasuna di Torino. Con modalità diverse, ma attraverso lo stesso filo conduttore comunicativo, la relatrice ha svalutato, colpevolizzato o delegittimato gli interessati per essersi comportati in maniera “dissonante” rispetto alle aspettative dell’etichettatore.
Alla Segre, trovatasi suo malgrado al centro di un dibattito sul termine “genocidio”, è toccata la definizione più pesante umanamente: «il suo dolore non la rende lucida», ha dichiarato l’Albanese, «c’è chiaramente un condizionamento emotivo che non la rende imparziale e lucida davanti a questa cosa» [la possibilità di parlare di “genocidio”, n.d.a.]. Una simile attribuzione paternalistica di significati emotivi è inquadrabile in una forma di gaslighting a distanza, parafrasabile in questi termini: io affermo che tu, a causa del tuo vissuto emotivo in quanto sopravvissuta allo sterminio, non sei in condizioni di parlare dell’argomento “genocidio”. Chissà cosa ne avrebbe pensato Primo Levi.
Poco tempo prima, era stato il sindaco Massari a dover recepire dalla Albanese una pubblica “reprimenda” per aver nominato gli ostaggi israeliani, in quel momento ancora in mano ad Hamas: sarebbe stato “perdonato” dalla relatrice per quella esternazione soltanto se “non lo avesse fatto mai più”. La squalifica pubblica ruotava, quella volta, su un gaslighting che potremmo definire “infantilizzante”, con cui la relatrice, autoattribuitasi un ruolo “up”, procedeva a redarguire il primo cittadino come fosse un monello colto nell’atto di una marachella.
La prima volta può essere un caso; la seconda, una coincidenza; ma la terza fa pensare decisamente a una metodologia. Nell’evento specifico dell’attacco squadrista nei confronti de La Stampa, l’operazione di gaslighting da parte della Albanese appare ancora più marcata in quanto l’atto di quei propal, in sé oggettivamente violento, ha avuto una valenza metacomunicativa particolarmente inquietante poiché rivolto evidentemente alla libertà di stampa in toto, minacciata aggressivamente con slogan («giornalista, sei il primo della lista») che si davano per archiviati, erroneamente, nella cantina del Novecento. «Condanno la violenza», ha dichiarato quindi l’Albanese, «però condanno anche voi giornalisti».
«Le parole sono cose e le cose sono parole», scriveva la poetessa argentina Alejandra Pizarnik: e allora che “cosa” è il verbo “condannare”, di forte caratura giudicante ed emotiva, pronunciato nel giro di due frasi contigue, nel momento in cui mette sullo stesso piano un attacco squadrista violento e la sua vittima? Proviamo a visualizzare: esso è un “nodo”, un vincolo, per rifarsi alla definizione di Robert Laing, psichiatra scozzese, fautore di una psichiatria sociale innovativa, nonché rappresentante della New Left, la sinistra radicale emersa nella controcultura degli anni Sessanta.
Il “knot”, il nodo-vincolo morale, in questo caso, che “annoda” l’oggetto della violenza, è una empatia a scadenza, da verificare, “a patto che”: sono solidale con te per ciò che hai subìto, ma sappi che anche tu hai le tue colpe. «La stampa come la politica si è scollata dal basso… le persone sono arrabbiate», ha completato l’Albanese. «[Voi giornalisti] dovete tornare a fare informazione, occuparvi dei fatti e lasciare da parte l’ideologia, servire gli interessi dei cittadini e non quelli economici di chi ha acquistato le vostre testate».
Siamo nel pieno di ciò che Laing, sull’onda della Scuola di Palo Alto di Paul Watzlawick, definisce “doppio legame” e “doppio messaggio”: una comunicazione paradossale in cui il soggetto viene annodato da contenuti contraddittori ma apparentemente inoppugnabili. «Il doppio legame», scrive infatti Watzlawick, «è un dilemma comunicativo in cui una persona è confrontata con due messaggi in conflitto fra loro, uno negante l’altro, e non sa o non può replicare alla contraddizione». Nel caso in questione, la parafrasi interpretativa potrebbe essere la seguente: “giornalista, ti riconosco, in teoria, la libertà di stampa: quindi sii spontaneo, sii te stesso, ma non devi fare errori. Informa pure liberamente, ma non sbagliare facendo arrabbiare il lettore. E, se lo hai fatto, non lo devi fare più”.
In un primo momento, quindi, il meta-messaggio della relatrice si è posizionato su binari già dalla stessa rivelati nello stile paternalistico che le è proprio e che pare tipico di chi si sente investito da una missione più che ideologica, quasi religiosa, comunque non laica, che annoda spesso l’interlocutore in una posizione “down”. Pur riconoscendo che la stampa è libera, l’Albanese si è autorizzata a prescrivere ai giornalisti cosa e come dovrebbero scrivere, sottraendo loro così, nel giro di poche dichiarazioni, quella apparente libertà appena pronunciata a parole.
Se, fino a questo punto, questa breve analisi fenomenologica si è potuta limitare al campo psico-relazionale-comunicativo, l’ulteriore dichiarazione della protagonista, emersa nelle ore seguenti in un audio tratto da una conferenza alla Università di Roma Tre nell’ambito dell’iniziativa “Rebuild Justice”, fa fare un salto di qualità nettamente politico alla questione. Ribadendo comunque la propria condanna all’accaduto, l’Albanese ha però aggiunto: «al tempo stesso, questo [l’episodio squadrista al quotidiano torinese, n.d.a.] sia anche un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro, per riportare i fatti al centro del loro lavoro e, se riuscissero a permetterselo, anche un minimo di analisi e contestualizzazione».
Le reazioni immediate dei media e dei social hanno fatto catapultare il dibattito pubblico in un clima da anni Settanta. Anche “monito”, difatti, soprattutto associata al giornalismo, è una “parola-cosa”, forse persino più intensa di “condanna”, evocante nell’inconscio collettivo italiano qualcosa di cupo e torbido che, nel decennio appena menzionato, era all’ordine del giorno e si concretizzava, nei casi migliori, in minacce esplicite e, nelle eventualità più tragiche, in atti di violenza, spesso fatali, anche nei confronti di giornalisti. Ma il vocabolario della Albanese (lei stessa, comunque, ha fatto immediatamente autocritica prendendo le distanze da tale terminologia avventata) non nasce dal nulla: è il raccolto di una semina di decenni avvenuta nel terreno della sinistra radicale, sempre più avviata su posizioni totalitarie e, ça va sans dire, nostalgiche, quindi ancorate a un passato.
Una sinistra estremista, massimalista, oggi identificabile nell’area propal (innegabilmente filoputiniana e anti-israeliana) alla quale l’Albanese stessa non ha mai fatto mistero di sentirsi vicina.
Lo stesso mondo giornalistico progressista, e l’intellighenzia di sinistra in generale, nelle ore successive all’invasione della redazione da parte dei propal di Torino, hanno mostrato una certa sudditanza ideologico-psicologica, concretizzatasi in una ritrosia a definire la matrice dell’attacco per ciò che era: un atto violento perpetrato da un gruppo di estrema sinistra radicale di stampo reazionario.
Le definizioni sono cadute invece sui soliti cliché: dall’ovvio “attacco squadrista fascista” (Luca Sofri su X) allo sminuente “un gruppo di ragazzi ignoranti” (Andrea Malaguti, direttore de La Stampa), passando per lo spostamento di accento sull’avventatezza e perniciosità di tale azione (Massimo Giannini su La Repubblica) che rischierebbe di inficiare la buona causa palestinese (sempre il dito e non la luna?); fino alla collusività psicologica (un altro “nodo”) di chi si è sentito quasi in dovere (Annalisa Cuzzocrea) di far presente che quel gruppo violento avrebbe preso di mira, con La Stampa, il target sbagliato in quanto il quotidiano torinese si era persino spinto, primo tra i giornali mainstream, a lanciare a tutta pagina il titolo “Genocidio”, sfidando in tal modo la vulgata comune nella diatriba Israele-Palestina. Un linguaggio riduzionistico e a tratti giustificazionistico che rimanda ancora, in termini magari meno diretti, al “compagni che sbagliano”?
Sembrano davvero lontani i tempi di una Rossana Rossanda, insomma, che richiamava la sinistra a fare i conti con il proprio album di famiglia dalle cui pagine, è inutile nasconderlo, escono inevitabilmente anche le foto di questi “ragazzi” che, nel 2025, assaltano una libera redazione. Perché non chiamarli, allora, con la definizione appropriata? E dire che ce ne sarebbero da scegliere, nel vocabolario politico-ideologico: squadristi di sinistra (non lo erano, illo tempore, anche i bolscevichi?), fasciocomunisti o, financo, semplicemente comunisti.
Perché, in altri termini, non chiedere alle forze di sinistra progressiste di prendere le distanze da tale deriva violenta, a cominciare dalla scelta della terminologia da adottare per definirla, circoscriverla e possibilmente neutralizzarla?
C’è una gran parte di sinistra che, nel radicalizzarsi, sta perdendo di vista l’eredità berlingueriana, per non dire ogni fondamento di stampo laico-razionale-illuministico, ricollegandosi invece incredibilmente al primo Novecento paleo-fascista e paleo-comunista, in cui le ideologie totalitarie in fasce iniziavano a far terra bruciata della giovane e fragile democrazia liberale, interrompendo così anche quella palingenesi liberal-socialista di eredità mazziniana che avrebbe potuto avviare la società italiana verso una maggiore laicizzazione.
Le caratteristiche ideologiche totalitarie, formatesi allora, si stanno indubbiamente di nuovo ripresentando, seppur con le forme del nuovo millennio, trasversalmente alle diverse posizioni ideologiche: dal filoputinismo all’antisemitismo, i confini tra estrema destra ed estrema sinistra non esistono quasi più; così come, tra il 1919 e il 1921, erano ancora indistinguibili certe sfumature tra il proto-fascismo di sinistra del Programma di San Sepolcro e il proto-comunismo degli albori.
Per questo le parole di Alessandro Baricco, recentemente condivise su La Repubblica («L’addio al Novecento»), enfatizzanti un supposto slancio propulsivo delle nuove generazioni verso l’abbandono di un armamentario lessico-ideologico vetusto, sembrano purtroppo più un auspicio che una constatazione realistica.
Infatti, indossando le lenti dei corsi e ricorsi storici, se per reazionario si intende quel modo di interpretare il nuovo con categorie del passato e quel dare un valore assolutistico, totalitario e dogmatico alle proprie idee, considerando l’altro non un avversario dialettico ma un nemico da abbattere, si può affermare che siamo all’alba di un periodo pre-totalitario corroborato anche da una nuova sinistra populista decisamente reazionaria. Un populismo à la page.
Si attendono smentite.
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Francesca Albanese incarna e offre un manuale pratico del gaslighting. Ci si chiede, con un sorriso amaro: per diventare Relatrice Speciale ONU sui territori palestinesi occupati è forse un requisito imprescindibile un curriculum di paternalismo ideologico, condanne a metà e lezioni di lucidità impartite a sopravvissuti della Shoah? O è solo un bonus per chi aspira a trasformare un mandato internazionale in tribuna personale? Questa non è difesa di una causa, è esercizio di dominio simbolico: l’empatia selettiva, il “nodo” morale che annoda la vittima alle sue presunte colpe, il monito che riecheggia intimidazioni novecentesche. È il ritratto di una radicalità grottesca che, nel nome della giustizia, finisce per somigliare pericolosamente alle derive totalitarie che dice di combattere. Il Novecento non è mai davvero finito; a volte, indossa semplicemente credenziali ONU.
P.S.: Pubblico questo commento consapevole che la “tribù” di sostenitori della relatrice si scatenerà puntuale come una macchina totalitaria. Sarà un esperimento sociologico interessante, se non fosse tragico. ?
Il PM Australiano Albanese pare abbia fatto visita all’ospedale dove sono ricoverati i feriti dell’attentato a Bondi Beach. Le malelingue dicono che si sia soffermato solo presso una ricoverata islamica trascurando del tutto i feriti ebrei.
Albanese: un nome un destino…
(cui spero sfugga il nostro Albanese attore e autore comico).
Grazie a voi di InOltre.
Giovanni
Articolo interessante per il punto di vista che utilizza. Io analizzo quello che accade nel mondo da un presupposto diverso. La stragrande maggioranza degli umani nasce con un cervello con logica mentale conservatrice perché l’evoluzione ha favorito questi umani. Solo una minoranza nasce con un cervello con logica mentale progressista e non sono certamente quelli che definiamo di sinistra. Forse qualcuno, ma la maggioranza sono solo conservatori moderati o estremisti con ideologia di sinistra, che ideologicamente si oppongono a quelli che invece hanno preferito una ideologia o visione di destra. È il gioco delle parti che si snoda così da sempre e che ci ha condotto a quello che oggi è lo stato del pianeta. Quello che ha prodotto i conflitti, i dittatori, le autarchie, le religioni, le mafie, la prepotenza e lo schiavismo. Tutto quello che abbiamo avuto fino ad oggi e che avremo ancora per molte migliaia di anni. I progressisti hanno cercato sempre di fare la loro parte, soprattutto nei settori in cui eccellono e ci hanno permesso di progredire. Chissà se un giorno saranno la maggioranza del pianeta.
Interessante che l’evoluzione favorisca la nascita di cervelli con logica mentale conservatrice. Può avere un senso.
Grazie dell’informazione.
Nadia Mai