Di propaganda, falsi miti e teorie campate in aria varie ne abbiamo visti (e ne vediamo) tanti da averli finiti di contare. Sono sempre esistiti da quando è nata l’umanità, ma i social ne hanno fatto dei cancri che hanno finito per penetrare il tessuto sociale e istituzionale. Purtroppo, quando la menzogna trionfa sulla verità e l’ideologia sulla scienza non sono buone notizie per gli esseri umani che – volenti o nolenti – vivono in quel mondo materiale che nessuna costruzione mentale riesce ad intaccare. Così, quando si fa passare per scienza qualcosa che non lo è, la gente ne paga le conseguenze.
Per fortuna, talvolta, il genere umano ritrova il senno e recupera la logica e la fiducia nella scienza. Allora esiste quel momento catartico in cui, messa innanzi a fatti inconfutabili, la società è costretta ad un risveglio brutale e a prendere consapevolezza di quanto è avvenuto: una follia collettiva che, inseguendo gli asini che volano, ha contribuito a distruggere fisicamente e psicologicamente migliaia di bambini e adolescenti. Un conto salato da pagare.
In Inghilterra quel momento catartico è stata la pubblicazione (pochi giorni fa) del rapporto della dottoressa Hilary Cass sui servizi della medicina di genere per bambini e adolescenti della sezione inglese della sanità britannica, NHS England (con la devoluzione, ogni nazione britannica gestisce la sanità separatamente). Qualcuno lo ha già definito lo scandalo del secolo, ma siamo solo al 2024, quindi limitiamoci a dire che si tratta di un terremoto di portata storica che avrà riverberi in tutto il Regno Unito e in molti altri paesi.
Frutto di 4 anni di ricerche, interviste e comparazione di dati, il rapporto è un macigno sull’ideologia gender, quella che per anni ci ha spiegato che gli adolescenti avevano diritto a trovare la loro vera identità di genere ed che era un dovere della società supportare (nella fattispecie, attraverso l’uso di bloccanti della pubertà e cure ormonali) e agevolare nella transizione sessuale; una teoria che, malgrado fosse venduta come “scienza”, non era tale. Per Cass, quasi due decenni di menzogne, in un clima tossico e intimidatorio hanno reso migliaia di minorenni cavie di un esperimento medico/sociale contrario a qualsiasi metodologia scientifica ed etica medica. Grazie a questo rapporto, l’Inghilterra recupera la scienza, riporta le teorie nelle aule di filosofia e le estromette dagli ospedali; vieta la somministrazione dei bloccanti di pubertà ai minori e ne proibisce le cure ormonali.
Vediamo cosa lo ha reso necessario.
È il 2020 quando NHS England commissionano a Cass un’indagine. La sanità inglese è preoccupata dai dati che emergono dai servizi di sviluppo dell’identità di genere (GIDS) di Tavistock e Portman che tra il 2009 e il 2020 hanno offerto trattamento a circa 9.000 bambini e adolescenti, con un’età media all’invio di 14 anni. A preoccupare la direzione sanitaria inglese ci sono alcune cose che non quadrano già dal 2016: innanzitutto, contrariamente alle aspettative, con i bloccanti della pubertà i ragazzi non migliorano psicologicamente, e alcuni addirittura peggiorano; tutti quelli trattati con bloccanti della pubertà passano alle cure ormonali; infine i blockers causano rallentamenti di crescita e problemi ossei.
Perché non quadrano? Perché quella che è stata fatta passare per “scienza” aveva assicurato che i blockers fossero innocui (ma i dati mostrano che danneggiano); che rappresentassero “tempo per pensare” e fossero reversibili (ma se alla fine tutti pensano la stessa cosa, significa che i blockers invece di fornire “tempo per pensare” cementano il desiderio di transizione e sono dunque irreversibili); che offrissero sollievo alla sofferenza dei ragazzi (ma i dati mostrano che solo pochi migliorano).
Nel 2021, mentre le ricerche di Cass sono in pieno svolgimento, vengono resi noti dati ancora più preoccupanti: non solo i minorenni sottoposti a bloccanti e cure ormonali non migliorano ma la percentuale di quelli che peggiorano è sostanziale: sono addirittura un terzo. Un altro dato inquietante è che dai circa 50 minori con sospetta disforia di genere seguiti dai GIDS nel 2009 si è passati ai circa 5000 del 2021-2022. È un’epidemia.
Cass sottolinea che le sue scoperte non erano intese a minare la validità delle identità trans o a mettere in discussione il diritto delle persone alla transizione, ma piuttosto a cercare di comprendere cosa avesse causato quella crescita esponenziale di minori passati ai GIDS e valutare l’efficacia del trattamento. In avvio, non si aspettava di trovarsi davanti a quella che conclude essere stata un’azione “coordinata” e “ideologicamente guidata”.
Tra i dati rilevati in merito all’esplosione dei malesseri legati al gender a partire dal 2009, c’è infatti un’inversione di tendenza. Fino a quell’anno la disforia di genere riguardava principalmente i maschi. Su 50 casi, solo 15 erano bambine o adolescenti che affermavano di avere un’identità maschile. Clinicamente non era spiegabile come da quei 15 casi, in pochi anni si fosse passati alle migliaia.
La ricerca, a quel punto, conduce Cass nel mondo dei social dove scopre gruppi coordinati di influencer che svolgono un ruolo chiave nell’alimentare la confusione tra i giovani spronandoli a mettere in discussione la loro identità di genere e offrendo indicazioni su come cambiarla. Una specie di lavaggio del cervello. “Ad alcuni dicevano che i genitori non avrebbero capito, quindi avrebbero dovuto distanziarsi dai genitori o allontanarli. Le prove dimostrano che il sostegno familiare è fondamentale per il benessere delle persone. Quindi era in atto un gioco pericoloso,” afferma Cass.
Inaspettatamente, la pediatra si trova davanti ad una radicalizzazione dove alcuni gruppi agiscono deliberatamente per spingere i giovani ad isolarsi e a credere solo a determinate voci. Per le ragazze, maggiormente proni a scambi interpersonali su questioni intime, basta l’esposizione di alcune ai messaggi online per creare reazioni a catena tra le amicizie. Il numero delle ragazze con problemi di identità di genere cresce di 100 volte in pochissimi anni. La disforia di genere, nelle femmine, era quasi inesistente ma attraverso i social a cui hanno accesso le giovanissime improvvisamente si materializza, fino a diventare addirittura un trend.
Allo stesso tempo, la demonizzazione sistematica delle voci critiche e la reiterata diffusione di false informazioni favoriscono la tossicità del dibattito e impediscono che possano essere presi provvedimenti. Anzi, avviene il contrario: ne diventano tutti complici. Le scuole ora promuovono il gender, creando nei bambini l’idea che sia una questione di scelta, addirittura un diritto; i media intervistano i sostenitori e demonizzano i denigratori; si susseguono i TED Talk; le organizzazioni mediche diffondono pratiche ingannevoli che sostengono la transizione giovanile; tutto senza che nessuno si prenda la briga di andare a cercare quali studi lo provino. Invece di investigare, le autorità mediche scelgono di rimettersi alle linee guida di altri, che si rifanno alle linee guida di altri e ancora di altri e così via. Il problema è che alla base di queste linee guida non esiste alcuna ricerca scientifica. In breve, per 15 anni, alcune organizzazioni giocano nel far credere a studi specifici di medicina di genere sui benefici dei blockers e delle transizioni precoci che in realtà non sono mai stati effettuati.
Attraverso il tracciamento dei documenti in cui le organizzazioni mediche si citano a vicenda per giustificare una pratica, Cass dimostra di come queste si siano servite di un “riferimento circolare” per ingannare il pubblico. Le linee guida iniziali che raccomandavano la transizione giovanile infatti erano state pubblicate dalla Endocrine Society (ES) nel 2009 e dalla World Professional Association for Transgender Health (WPATH) nel 2012. Entrambe sono state prese come riferimento per tutte le linee guida nazionali e regionali. Ma la referenzialità di WPATH ed ES era inizialmente interconnessa da una reciproca co-sponsorizzazione. Secondo la pediatra dunque, questo sforzo coordinato suggerisce che le organizzazioni erano in collusione per garantire indebita credibilità alle loro linee guida così che una serie di pratiche basate su di esse fossero messe in atto su scala nazionale ingannando gli operatori sanitari e il pubblico, portandoli a credere nella validità e nell’affidabilità delle raccomandazioni là dove dietro la frase “medicina transgender basata sull’evidenza” non esisteva, in effetti, alcuna evidenza.
Purtroppo il dogmatismo ideologico di chi, facendosi forte del ruolo istituzionale o in ambito universitario, ha impedito il dibattito attraverso pratiche di linciaggio mediatico e dimissioni forzate (come avvenne alla docente Kathleen Stock, accusata di transfobia e forzata a dimettersi per avere messo in discussione la teoria gender e cooperato alle indagini su Tavistock) ha a lungo reso impotente quella fetta di corpo medico che trovava le pratiche dubbie ma che temeva di perdere il posto di lavoro o si dimetteva dopo lamentele inascoltate. Chi restava era così spaventato dalla tossicità del clima che passava tutti i pazienti ai GIDS, luoghi nei quali a tutti i bambini venivano poi prescritti bloccanti e infine cure ormonali, fino alla transizione chirurgica.
Cass raccomanda oggi un nuovo approccio che preveda uno screening dei giovani per individuare disturbi dello spettro autistico o ADHD, e una valutazione della loro salute mentale, perché molti di coloro che cercano aiuto con la propria identità di genere soffrono anche di ansia o depressione ed è pertanto fondamentale determinare se la crisi di identità di genere sia una causa o una conseguenza della depressione.
Alla conferenza della Society for Evidence-Based Gender Medicine di New York, la giornalista investigativa Hannah Barnes ha condiviso 7 lezioni per il resto del mondo derivate dall’esperienza britannica. Tra queste quella di evitare la fretta. Invece di aspettare i risultati delle ricerche, le cliniche britanniche hanno iniziato a offrire transizioni di genere a tutti i giovani che lo desideravano. Né ci si fermava per valutare i motivi per cui nel momento in cui le transizioni di genere tra i giovani erano diventate disponibili, il numero di giovani con disagio di genere aveva iniziato a crescere. Inoltre, malgrado il profilo dei pazienti cambiava, includendo un numero crescente di adolescenti con problemi di salute mentale, i medici insistevano che il fatto era irrilevante. Un’altra lezione chiave, secondo Barnes, riguarda i gruppi che esercitano pressioni sulle pratiche cliniche che hanno promosso la transizione giovanile come un diritto civile piuttosto che una questione medica.
Uno dei gruppi che ha fortemente spinto per un’ampia disponibilità di transizioni giovanili in Inghilterra è Mermaids Gender, e qui emerge l’aspetto più surreale di questa storia.
Il suo amministratore delegato, Susie Green, nei primi anni 2000, aveva portato suo figlio sedicenne in Thailandia perché fosse evirato, una pratica illegale in Uk. Dietro la lotta di Green ci sono questioni personali: un marito violento e omofobo che non accetta il figlio che ama vestirsi come una bambina, e la decisione di far cambiare sesso al figlio ad ogni costo, contro il marito e contro la legge. Ecco, si direbbe che Green vuole far cambiare le leggi inglesi per una sua crociata familiare.
D’altra parte la donna sa parlare, cavalca i TED ed è una lobbista nata. Sa come esercitare pressioni sui medici dei GIDS perché i bloccanti di pubertà divengano disponibili per tutti. Nel 2022 ingaggia addirittura una polemica contro le NHS quando rimuovono i bambini con meno di 7 anni dalle liste di attesa delle cliniche gender, sostenendo che tutti hanno diritto di avere accesso alle terapie fin dalla nascita. Fino a quell’anno ai GIDS, su pressione di Mermaids Gender, erano stati trattati 12 bambini di tre anni, 61 di quattro anni, 140 di cinque anni e 169 di sei anni.
L’associazione è stata oggetto di numerose controversie e indagata per mancanza di trasparenza nella gestione e per la diffusione di dati riservati. Nel 2022 Green era stata costretta a dimettersi. L’anno successivo era poi emerso che la donna aveva indirizzato i bambini ai GIDS anche quando i medici di famiglia si erano rifiutati di farlo. Nonostante ciò, il gruppo ha continuato a ricevere i fondi della lotteria nazionale e a lavorare all’interno delle istituzioni.
Dopo la pubblicazione del rapporto di Cass, sul suo sito online, Mermaids Gender (ora guidata dal nuovo CEO, Lauren Stoner) ha applaudito la pediatra nonostante che (sempre sullo stesso sito) continui a promuovere e a garantire la sicurezza dei blockers e affermi di essere contraria alla decisione delle NHS di metterli al bando.

Inoltre, cercando di scaricare le responsabilità, Stoner ha affermato a Sky News “Noi non siamo medici e non interferiamo con le pratiche mediche”. Un’intervista che ha causato una pronta reazione di J.K. Rowling che ha twittato: “Bugie assolute, totali, spudorate. Il tuo ex amministratore delegato (Susie Green) mandava i bambini alla clinica di genere Tavistock. Mermaids ha ripetutamente affermato che i bloccanti della pubertà sono reversibili, ha inviato fasce per il seno a ragazze di appena tredici anni e insistito pubblicamente sul fatto che, a meno che i bambini non venissero affermati nella loro identità trans, si sarebbero uccisi. Le vostre impronte digitali sono ovunque nella catastrofe della transizione infantile, e coloro che vi hanno finanziato, fatto campagne per voi e dato accesso ai sistemi sanitari dovranno risponderne.”
Che le accuse di Rowling siano fondate lo dimostra un fatto inconfutabile: Susie Green figura ufficialmente tra i collaboratori degli “standard di cura” SOC8 della World Professional Association for Transgender Health (WPATH) dalla quale sono partite le false linee guida. In breve: l’amministratore delegato di Mermaids Gender era cofirmataria di quelli che venivano fatti passare per fantomatici studi clinici.
Ma Mermaids non è la sola associazione a tremare in questi giorni. 6 su 7 enti ospedalieri hanno rifiutato di fornire ad Hilary Cass, durante la sua indagine, i dati relativi ai minori trattati. Cos’hanno da nascondere? A chiederselo è soprattutto il ministro ombra della Salute, Wes Streeting, che ha affermato che dopo le elezioni (ormai imminenti) i laburisti costringeranno gli enti “riluttanti” a rendere noti i dati. Il governo gallese (laburista) ha dichiarato che seguirà l’Inghilterra nella proibizione dei blockers, mentre quello scozzese (dello Scottish National Party) ha mostrato più cautela. D’altra parte, si trova in una situazione delicata, avendo fatto del gender una bandiera e avendo da poco fatto passare una legge anti-odio così fallace da essere inapplicabile.
Insomma, il rapporto ha aperto un vaso di Pandora. J.K. Rowling e altri (che per anni hanno combattuto contro il trattamento di minori con blockers e ormoni) sono intenzionati a portare ogni singolo caso in tribunale. In ballo ci sono responsabilità penali e possibili richieste di risarcimenti da parte di migliaia di minorenni danneggiati fisicamente e mentalmente, i cui genitori avevano consentito il trattamento dopo avere ottenuto informazioni false o fuorvianti.
Il Cass Review:
Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Magari si potrebbero mandare in galera i fautori della “follia gender a tutti i costi”!!
Che ci fosse qualcosa che non andava era evidente. È un sollievo apprendere che finalmente almeno per i minorenni no ci sia più nessun automatismo tra (presunta) disforia di genere e trattamento con bloccanti della pubertà e ormoni.
L’unica cosa che un po’ mi dispiace è il fatto che molti personaggi pubblici fautori di quell’anti-woke tossico alla Jordan Peterson, Joe Rogan e persino Elon Musk, né escano ancora più rafforzati