

Dal referendum sulla giustizia alla politica internazionale, il filo conduttore è una cultura del conflitto che trasforma l’avversario in nemico e l’aggressività in metodo. Ma proprio l’eccesso di rumore, forse, comincia a produrre stanchezza, rigetto e una nuova domanda di ordine e stabilità.
Esiste almeno un punto sul quale il fronte del no e quello del sì concordano: per toni e contenuti, il livello delle campagne ha raggiunto livelli infimi. Dalla parata di VIP dello spettacolo fino agli esperti convocati non per illuminare ma per abbagliare, ciascuno ha recitato la sua parte in una messinscena in cui l’argomento contava meno del costume di scena.
Tra le vette del delirio: le intimidazioni al Foglio firmate Gratteri, e l’inquietante teologia giudiziaria di Woodcock, secondo il quale il processo servirebbe a dimostrare l’innocenza, capovolgendo con un sol colpo secoli di civiltà giuridica e consegnandoci tutti, in attesa di giudizio, alla categoria dei colpevoli fino a prova contraria. Una specie di peccato originale con cui nasci in quanto cittadino-suddito, roba degna del più lugubre assolutismo dell’Europa d’antico regime. O, se si preferisce una lettura confessionale, di matrice luterana: nel cattolicesimo, almeno, il battesimo qualcosa lava via. Una visione, consentitemi, piuttosto terrorizzante: prego Iddio di non dovermi mai trovare davanti a una toga che la condivida.
Ma nessuno di questi fuoriclasse della delegittimazione ha remato contro il proprio fronte con l’efficacia e la dedizione di colei che si è guadagnata il titolo di eroina assoluta dell’autodistruzione: Giusi Bartolozzi, volto del sì, premio honoris causa — categoria avversaria — indiscusso e meritatissimo di questa campagna referendaria. Parole scagliate e sputate con una veemenza da iena, e toni da stato d’assedio. Ma il tocco di grazia lo ha dato evocando i giudici come un plotone d’esecuzione. Un capolavoro di autolesionismo che nemmeno un sabotatore professionista avrebbe saputo orchestrare con tanta naturalezza. (Nel pomeriggio di ieri la notizia delle sue dimissioni n.d.r.)
Dopo quell’intervento, che trasformava il referendum in un assedio contro la giustizia, non è più esistito alcun argomento razionale possibile in merito alla riforma. Il dibattito è morto lì, sul colpo, colpito da fuoco amico.
Eppure quell’autogol era inevitabile. Bartolozzi è figlia legittima di una cultura politica che ha progressivamente sdoganato l’aggressività come forma di comunicazione, fino a elevarla a stile. Un processo lungo, bipartisan: dalle invettive di Bossi al vaffanculo di Grillo, fino alle urla di Meloni a Vox contro lobby, complotti e nemici identificati in ogni dissenziente. Si può crescere, certo. Ci si può calmare, riciclarsi, indossare i panni della statista moderata. Ma certe cose restano sedimentate nella cultura di cui ti sei nutrita, ed erano tutte lì, nell’autogol della Bartolozzi: il boomerang dell’invettiva che, dopo averti portato al potere, ti torna indietro, preciso e implacabile, e ti schianta a terra.
Decenni di escalation in cui ogni soglia abbassata è diventata il nuovo standard. L’arena politica si è così trasformata in un campo di battaglia senza regole, dove l’obiettivo non è più convincere l’avversario, ma annientarlo: verbalmente, mediaticamente, moralmente.
La destra, per anni, è stata maestra in questo campo: un assalto alla decenza di proporzioni epiche. Ma se c’è una cosa che va detta, è che la sinistra si è rivelata un’ottima discepola, capace, in questo referendum, di battere i maestri nel loro stesso campo. Uno scontro combattuto a colpi di nulla, soubrette e saltimbanchi, attacchi frontali, minacce, fino all’episodio che più di ogni altro racconta lo stato del campo largo: la richiesta di epurazione, di sapore staliniano, dell’eurodeputata Pina Picierno, rea di avere sostenuto il sì contro il diktat della nuova nomenclatura dell’agitprop pentastellato.
Se il termometro della democrazia è questo, il paziente ha la febbre alta.
Questo fenomeno della decerebralizzazione della politica non è naturalmente un’esclusiva italiana, né europea. Ha una traiettoria oltranzista che trova la sua rappresentazione più compiuta — il suo capolavoro, si potrebbe dire — in Donald Trump e nel trumpismo. Trump ha portato il metodo alle sue conseguenze logiche: la politica ridotta a tweet, il tweet ridotto a insulto, l’insulto elevato a visione del mondo.
Un uomo che ha trasformato il dibattito democratico in uno show in cui l’avversario non va confutato ma umiliato, soprannominato e ridicolizzato fino alla dissoluzione. Sleepy Joe, Crooked Hillary, Crazy Nancy: un bestiario costruito non per argomentare, ma per annientare, perché nell’arena trumpiana non esistono interlocutori: esistono solo bersagli. Il tutto condito da una certezza granitica e impermeabile a qualsiasi evidenza contraria: la realtà, per Trump, è sempre negoziabile, tranne quando gli dà ragione.
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Perché il trumpismo non è solo un metodo comunicativo: è una dottrina. Una teologia del conflitto permanente in cui l’intolleranza viene elevata a virtù civica, l’odio a motore della partecipazione, la rabbia a unico carburante politico riconosciuto. Chi non è arrabbiato non è autentico; chi non odia non appartiene. Il nemico — interno, esterno, immaginato — è una condizione necessaria, senza la quale la macchina si ferma.
La traiettoria è lineare e inevitabile. Dal comizio all’assalto il passo è breve. Il 6 gennaio 2021 non è stato un’anomalia ma la conseguenza di anni di conflitto verbale, la parola che smette di essere metafora e diventa irruzione, la folla che smette di ascoltare e comincia a sfondare.
E quando quella stessa logica si impossessa della politica estera, le conseguenze non sono più folle nei corridoi del Campidoglio ma missili sulle città, dazi come clava, annessioni rivendicate. Groenlandia, Canada, Panama: nomi che fino a ieri appartenevano alla geografia e oggi galleggiano nel vocabolario del ricatto. Un mondo in cui le frontiere tornano a essere bottino, i trattati carta straccia e il diritto internazionale un optional per sognatori. La dottrina del conflitto verbale perenne ha trovato la sua proiezione naturale in un ordine globale in cui la guerra non è più l’ultima ratio, ma la prima.
Beninteso: non è stato Trump a inaugurare la stagione del Far West globale. Il manuale era già stato scritto altrove. La Russia ha cominciato ad accaparrarsi il territorio georgiano nel 2008, poi ha proseguito con l’annessione della Crimea nel 2014 e del Donbass, fino all’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022. Nel frattempo la Cina costruiva isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale e dichiarava diritti su acque altrui.
L’Iran finanziava proxy e destabilizzava interi quadranti regionali attraverso una rete di milizie che, da Beirut a Sana’a, ridisegnava equilibri senza mai firmare nulla. Il Venezuela di Maduro gli faceva da banca, parcheggio e trampolino di lancio. Un mondo, insomma, in cui le autocrazie avevano già stabilito le nuove regole: espansione come diritto, forza come argomento. E allora, obietteranno alcuni, Trump non avrebbe fatto altro che prendere atto di questa realtà e adattare gli Stati Uniti al modello che altri avevano già imposto: il fai-da-te dell’espansionismo geopolitico come unica lingua. Una lettura cinica, certo. Ma non del tutto priva di una sua brutale coerenza.
Però c’è un però. Nella storia, come in madre natura, esiste un limite a quanto il caos sia sostenibile, una soglia oltre la quale il sistema si ribella alla propria dissoluzione. Non per virtù, ma per sopravvivenza. È la legge della fisica sociale: ogni accelerazione dissipativa produce, prima o poi, un momento di arresto, una ricomposizione, un ritorno alla necessità dell’ordine. Le società più polarizzate, quando il rumore raggiunge il parossismo, iniziano a stancarsi del frastuono e a cercare qualcuno capace di ragionare, di dialogare, di costruire qualcosa che duri più di un ciclo di indignazione. Il caos, insomma, porta in sé il seme del proprio esaurimento. La domanda allora non è “se” avverrà, ma quanto ancora si dovrà precipitare prima che succeda.
E i segnali, almeno in Europa, ci sono. Le ultime tornate elettorali raccontano una storia interessante: i partiti populisti — di destra e di sinistra — cominciano a pagare il conto. La retorica del nemico, l’insulto elevato a programma risultano meno efficaci. L’elettore europeo sembra dare segnali di insofferenza. La stanchezza del conflitto permanente produce prima abitudine e poi rigetto.
Il trumpismo ha fatto scuola, certo, ma ha anche accelerato la propria obsolescenza. Nel momento in cui è diventato talmente pervasivo da diventare grottesco, ha perso la sua capacità di sorprendere e di scandalizzare. La ripetizione ha fatto il suo lavoro: l’insulto si è normalizzato, la minaccia si è svuotata, il registro dell’emergenza continua ha finito per anestetizzare invece che mobilitare. Quello che era stato un metodo dirompente si è trasformato in macchietta.
E così le minacce — alcune serie, alcune pericolose, alcune con conseguenze concrete su milioni di persone — hanno cominciato a produrre alzate di spalle, non perché il pericolo sia svanito, ma perché il formato è diventato illeggibile e il mittente così inaffidabile da rendere impossibile distinguere l’emergenza vera dalla scenografia. Un leader che urla ogni giorno finisce per essere ignorato. E questa è forse la sua eredità più pericolosa: non l’eccesso di paura che ha seminato, ma l’indifferenza che ha coltivato.
Quando tutti urlano, il silenzio torna a essere una forma di potere. E l’Europa, lentamente, con la sua consueta goffaggine e i suoi mille passi indietro, parla poco, intanto firma contratti commerciali, sigla alleanze industriali, costruisce accordi di difesa. È lenta, ma logica, razionale.
Non esisteva alcun nesso diretto tra Trump e il referendum italiano sulla giustizia, se non la vicinanza tra Meloni e l’amministrazione americana. Ma è innegabile che il clima abbia pesato. Perché Trump è un’atmosfera tossica, un contagio. E quell’atmosfera, nelle ultime settimane, si è fatta irrespirabile.
La gestione della guerra con l’Iran come fosse un videogame, il narcisismo come bussola, l’umore come dottrina, l’erraticità come metodo: un leader che si sveglia ogni mattina pronto a contraddire se stesso del giorno prima. Lo sdoganamento di Mosca, trattata non come potenza aggressore ma come interlocutore preferenziale. I nuovi ricatti alla UE. La crisi energetica gestita a colpi di insider trading.
Innegabile che tutto questo abbia contribuito a un livello più profondo del merito del referendum o della disinformazione dell’altra sponda. È stato un rigetto viscerale non solo di Trump, ma anche di ciò che incarna e di tutto ciò che gli orbita intorno.
E poi c’è il voto dei giovani, accusati per anni di indifferenza: si sono presentati alle urne e hanno votato no. Sarebbe comodo liquidare quel sessanta per cento come frutto della propaganda, delle piazze movimentiste, o di una presunta propensione generazionale verso la sinistra. Troppo comodo, e probabilmente sbagliato.
I motivi vanno forse cercati altrove, nello stesso luogo in cui, negli anni precedenti, molti di loro si erano avvicinati alla destra: il bisogno di ordine. Non di conservazione, ma di stabilità. Di qualcosa che tenga, in un mondo dove ogni certezza ha una data di scadenza e il futuro si presenta come una sequenza di emergenze. In questo contesto, una riforma — anche quella giusta — porta con sé il peso del pericolo, dell’ignoto. Il no, per molti di loro, non era un giudizio nel merito ma un atto di autodifesa.
I boomer e la generazione X sono cresciuti nell’aria ovattata della pax americana: un Occidente prevedibile, in cui la stabilità era talmente scontata da diventare noia. Le tribune politiche erano soporifere, i toni smorti, i dibattiti ritualizzati: uno spettacolo grigio in cui tutto sembrava cambiare pochissimo e, tutto sommato, non importava granché. Insomma, noi avremmo voluto smuovere, vivacizzare, cambiare, perché sotto c’era una base solida che nessuno metteva in discussione.
I giovani di oggi non hanno mai conosciuto quel pavimento. Sono cresciuti in una politica di insulti, hanno visto il crollo dei mercati, la pandemia, la guerra tornare nel continente europeo, la crisi climatica. Hanno assistito allo sgretolamento di ogni equilibrio: geopolitico, economico, sociale. Per loro il caos non è un’eccezione: è il paesaggio. E allora, forse, il loro no, per certi versi conservatore — “salviamo la Costituzione!”, avranno forse pensato — ha molto poco a che vedere con la riforma e tutto con la visione di un mondo che vorrebbero si fermasse. Una prospettiva dove l’esigenza di stabilità prevale perfino sull’aspirazione di miglioramento.

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