
Elia Kazan nasce a Costantinopoli da una famiglia di greci dell’Anatolia. Nel 1913 emigra negli Stati Uniti e si stabilisce a New York. Frequenta il Williams College, poi va a Yale per studiare drammaturgia. Presto si unisce al Group Theatre, una compagnia fortemente di sinistra, punto di riferimento della vita artistica e del pensiero radicale all’epoca della Grande depressione. Il Group Theatre è guidato, tra gli altri, da Lee Strasberg, fondatore dell’Actor’s Studio insieme allo stesso Kazan.
Nel 1934 si iscrive al Partito comunista, che lascia due anni dopo. Nel decennio successivo si afferma come uno dei registi più importanti di Broadway. È lui a mettere in scena per la prima volta “Un tram chiamato desiderio” di Tennessee Williams e “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller. Nel 1947 vince il suo primo premio Oscar col film “Barriera invisibile”. Fino ad allora si era tenuto fuori dalla bufera maccartista, evitando di partecipare alla celebre riunione del sindacato (ottobre 1950) in cui John Ford e Joseph Mankiewicz si erano opposti a Cecil B. De Mille, secondo il quale ogni regista avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione di patriottismo per non rimanere disoccupati.
L’assenza di Kazan viene tacciata di opportunismo, anche perché nel 1947 aveva fatto fallire la trattativa con Bertold Brecht per l’allestimento della “Vita di Galileo”, temendo che la sua fama di comunista avrebbe potuto metterlo in difficoltà. Comunque, fino al 1952 Kazan si rifiuta di partecipare alla caccia alle streghe aperta da Joseph McCarthy. Nel febbraio del 1952 avviene però un fatto che peserà sulle sue scelte future. La Commissione presieduta dal senatore del Wisconsin critica pubblicamente l’industria del cinema per il suo scarso impegno anticomunista. A quel punto, Kazan vacilla. I più potenti produttori di Hollywood pretendono un autodafè.
Washington, 10 aprile 1952: Elia Kazan testimonia davanti alla Commissione per le attività antamericane. Era già stato interrogato il 14 gennaio, ma allora aveva scelto di rispondere solo alle domande sulla sua passata appartenenza al Partito comunista, e di mantenere il silenzio sugli altri militanti. Questa volta, invece, accetta di fare i loro nomi. Una decisione sofferta, ma che getterà un’ombra infausta sulla sua figura. Il regista, quindi, si convince che è giunto il momento di parlare. E fa i nomi degli iscritti alla cellula comunista del Group Theatre, tra cui Clifford Odets, Susan Strasberg, Phoebe Brand e John Garfield, una delle vittime più illustri del maccartismo.


Il gesto provoca un diffuso risentimento nei suoi confronti. Diventa sua acerrima nemica la commediografa Lilian Hellmann, compagna dello scrittore Dashiell Hammet. Walter Bernstein, sceneggiatore del film di Martin Ritt “Il prestanome” (1976), che racconta proprio l’era maccartista, lo incolpa di aver legittimato la caccia alle streghe rinnegando il suo passato. Ben diverso era stato il comportamento degli “Hollywood Men”, ovvero i dieci sceneggiatori e registi che si erano rifiutati di collaborare con la Commissione, e che per questo furono incarcerati per oltraggio alla corte (i più noti erano Dalton Trumbo, Edward Dimytrik, John Lawson). Per la loro liberazione si mobilitarono personalità del cinema come Gregory Pech, William Wyler, Humphrey Bogart, Lauren Bacall, John Huston, Burt Lancaster, Paulette Godard, Frank Sinatra.
Los Angeles, 21 marzo 1999: l’anziano regista, presentato da Martin Scorsese e Robert De Niro, riceve l’Oscar alla carriera. Nella platea dello Shrine Auditorium non tutti si alzano per applaudirlo. Ed Harris e Nick Nolte restano seduti, e non fanno nulla per nascondere il loro disappunto. La cerimonia dimostra che le ferite del maccartismo non si erano ancora rimarginate. Contro i riconoscimento dell’Academy si schierano anche Rod Steiger e Marlon Brando, che avevano lavorato con lui in “Fronte del porto” (1954). Viene invece difeso da Miller, anche se la sua antica amicizia con Kazan si era incrinata da molto tempo.
In un articolo pubblicato il 28 giugno 1953 sul Corriere della Sera, Indro Montanelli si chiedeva come Joseph McCarthy, “politico mediocre e grossolano diffamatore”, avesse potuto tenere sotto scacco una grande democrazia facendo leva sulla paura del pericolo rosso”. Secondo la sua analisi, la caccia alle streghe era una specie di bisogno organico degli americani, che col loro “cupo e fosco fondo puritano non riuscivano a restare fedeli al proprio Dio che in stato di perpetua mobilitazione contro il Diavolo. Un tempo la strega era il fascismo […]. Avantieri era stato l’alcoolismo e la prostituzione. E prima ancora il papismo. E i negri, e gli ebrei. Ognuna di queste streghe ha avuto il suo McCarthy; e ognuno di questi McCarthy ha avuto il suo Ku-Klux-Klan. La legge non li riconosce, anzi severamente li condanna […], ma cosa può la legge contro un’etica e un costume?”.
Secondo Montanelli, quindi, il maccartismo non era soltanto l’espressione di una tendenza autoritaria, ma il riflesso di un ethos nazionalistico, di un conformismo culturale che considerava un tradimento ogni fenomeno ostile all’American way of life. “McCarthy -concludeva- è un uomo che fa molto rumore in un Paese in cui il rumore è una forma di ‘advertising’, cioè di réclame”. Del resto, anche Harry Truman aveva definito la paranoica campagna anticomunista del senatore del Wisconsin come “la corruzione della verità, l’abbandono del nostro attaccamento storico al fair play […], l’uso della menzogna e dell’accusa senza fondamento contro ogni cittadino, l’ascesa al potere del demagogo […]” (discorso radiotelevisivo del 16 novembre 1953).
Era ieri, ma sembra oggi.
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