

Nathan Gill, ex leader di Reform UK in Galles ed eurodeputato dal 2014 al 2019, è stato appena condannato a dieci anni e mezzo di reclusione per aver accettato circa 40.000 sterline in cambio di dichiarazioni pubbliche favorevoli a Mosca. Tra dicembre 2018 e luglio 2019, Gill pronunciò discorsi in plenaria, rilasciò interviste, partecipò a panel internazionali portando avanti una narrativa esplicitamente allineata alle posizioni del Cremlino. Molti interventi erano copiati dai testi che Oleg Voloshyn, ex parlamentare ucraino, oggi sanzionato dal Regno Unito e accusato di tradimento a Kiyv, gli forniva.
È un caso esemplare perché non racconta solo la parabola di un politico marginale, né l’ennesimo scandalo di corruzione: mostra come opera la Russia quando decide di costruire influenza politica all’interno delle istituzioni occidentali. E, soprattutto, come i varchi attraverso cui riesce a penetrare non siano frutto di ingegnose operazioni di intelligence, ma di fragilità sistemiche.
Voloshyn non si limitava a suggerire la linea politica: forniva testi già pronti, monitorava le apparizioni mediatiche del politico britannico, verificava che il messaggio arrivasse testuale. E Gill, lontano dall’essere una vittima ingenua, tentò addirittura di reclutare altri politici britannici ed europei potenzialmente disponibili a operazioni simili. Non si è trattato di un incidente, ma di un sistema.
La vicenda era esplosa nel 2021, quando Gill era stato fermato all’aeroporto di Manchester mentre stava per imbarcarsi per la Russia in qualità di “osservatore elettorale”. La perquisizione della sua casa aveva portato alla scoperta di migliaia di euro e di dollari in contanti. In breve: un eurodeputato che vendeva la propria voce parlamentare a interessi russi.
Eppure, al di là della condanna morale, resta una domanda politica: come è possibile che una democrazia europea permetta che una tale operazione passi quasi inosservata fino all’intervento della magistratura? E cosa ci dice questo episodio sul terreno fertile che la Russia trova in alcune aree della politica occidentale?
Gill non era un outsider. Proveniva dalla costellazione politica di Nigel Farage, che per anni ha collaborato con il canale Russia Today e che oggi guida un partito – Reform UK – in testa ai sondaggi britannici. Un partito che ha costruito la sua narrazione su un sentimento di affinità ideologica con il sovranismo russo e che oggi domina il dibattito pubblico in uno dei paesi chiave per la Nato e per l’architettura della difesa europea. È qui che il caso Gill diventa una lente d’ingrandimento: non riguarda solo un politico caduto in disgrazia, ma un ecosistema politico che per anni ha flirtato con l’idea di un Occidente indebolito, incapace di leggere le minacce ibride.
Lo schema, del resto, è sempre lo stesso: nel caso Gill vediamo il “copia e incolla” letterale di testi dettati da un intermediario vicino ai servizi russi; oggi, sul fronte ucraino, riemerge in scala molto più alta con il piano in 28 punti promosso da Donald Trump, che lo stesso segretario di Stato Marco Rubio ha ammesso non essere un piano americano ma la copia del piano russo. La differenza non sta nella tecnica – l’allineamento testuale è quasi identico – ma nella scala e nel fatto che, in pochi anni, l’influenza russa è riuscita a spostarsi dal livello di un eurodeputato marginale fino al cuore dell’amministrazione della prima potenza mondiale.
In entrambi i casi, il cuore del problema è identico: la politica occidentale che abdica la propria autonomia strategica, fino a veicolare l’agenda di un attore ostile.
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Purtroppo la base di tutto ciò sono le aspettative troppo elevate dell’elettorato nei confronti dei programmi dei partiti, quindi in una certa misura la scarsa conoscenza dei temi politici e il loro impatto nella società. L’elettorato vuole che i problemi siano facilmente risolvibili, minimizzando i possibili costi di eventuali decisioni e azioni.
Per questo in quest’epoca di crisi fiscali evidenti di costi e spese elevate da parte degli Stati occidentali, emergono soggetti partitici spregiudicati e malleabili pronti ad esaudire sulla parola i desideri dell’elettorato. Il populismo che solletica le pance degli elettori. Un’emersione dove attori stranieri ostili si insinuano o li promuovono direttamente, li manovrano e li manipolano essendo disposti a tutto o essendo sotto ricatto economico e sociale per ottenere una posizione di potere e di prestigio.
In sintesi è l’elettorato che alimenta queste situazioni e solo loro possono cambiare le cose. A meno di imporre severe restrizioni e misure di spionaggio ad hoc nei confronti degli eletti, ma che non impedirebbe del tutto forse una continuazione di intrusioni e manipolazioni esteri nella politica nazionale e locale.
magari mi sbaglio ma, semplicisticamente, credo che dipenda dai soldi o meglio dalla volontà di vendersi per soldi, alla faccia del paese e degli elettori.
Certamente, ma se l’elettorato non cadesse nella trappola dei facili proclami e nelle promesse improbabili di candidati spregiudicati e disposti a tutto pur di emergere, certi problemi di corruzione e connivenza con apparati criminali e/o esteri potrebbero essere limitati se non esclusi a priori nel caso di non elezione di questi personaggi.
Poi chiaramente certi casi potrebbero riguardare anche agli apparentemente più seri candidati e relativi partiti, per questo ho scritto che servirebbero maggiori misure di controllo e migliore trasparenza per i candidati all’elezione e gli eletti. Ma questo alla fine dovrebbero approvarlo quest’ultimi e che probabilmente non permetteranno mai, quindi sono proposte che rimarranno vane.