


Dalle giovani atlete raffigurate nei mosaici di Piazza Armerina agli ingombranti abiti balneari dell’Ottocento, fino alla rivoluzione del bikini, del monokini e del tanga: il costume da bagno racconta duemila anni di trasformazioni sociali, estetiche e culturali.
Ogni estate il costume da bagno torna protagonista delle spiagge, delle piscine e delle vacanze. Lo consideriamo un capo moderno, figlio della società contemporanea, della moda e del tempo libero. Eppure, la sua storia affonda le radici molto più lontano di quanto si immagini.
Per scoprirlo basta entrare nella Villa Romana del Casale, a Piazza Armerina, in Sicilia.
Qui, in uno straordinario mosaico del IV secolo d.C., un gruppo di giovani donne è raffigurato mentre pratica attività sportive indossando un indumento sorprendentemente simile al bikini: una fascia che sostiene il seno e uno slip aderente.
Non si tratta di costumi destinati al bagno e al nuoto, bensì di abiti ginnici, ma l’effetto visivo è tale da lasciare senza parole anche l’osservatore moderno.
Già nell’antica Roma il corpo femminile non era sempre nascosto. Nelle ville patrizie e negli impianti termali esisteva un rapporto con il benessere fisico e con lo sport molto più libero di quanto spesso si immagini.
Affreschi, mosaici e sculture testimoniano un’eleganza essenziale, lontana dagli eccessi, nella quale funzionalità ed estetica convivevano armoniosamente.
Con la caduta dell’Impero romano questa naturalezza scomparve.
Per oltre mille anni il corpo femminile venne progressivamente coperto da convenzioni religiose e sociali.
Quando, tra Settecento e Ottocento, nacque il turismo balneare, le donne si immergevano in mare indossando veri e propri abiti di lana o di cotone, completi di maniche lunghe, calze e, talvolta, perfino scarpe. Più che nuotare, si sopportava il peso degli indumenti.
Le sfocate fotografie in bianco e nero della fine dell’Ottocento ci restituiscono l’immagine di intrepide bagnanti avviluppate in quelle pesanti combinazioni che probabilmente rendevano il bagno in mare un’impresa più che un piacere.
L’inizio del Novecento portò le prime trasformazioni. La pratica del nuoto come sport impose capi più pratici e aderenti.
Fu però la nuotatrice australiana Annette Kellerman a sfidare apertamente le convenzioni, proponendo un costume intero che lasciava scoperte braccia e gambe.
Lo scandalo fu enorme, ma il cambiamento era ormai iniziato.
Negli stessi anni la statunitense Jantzen contribuì a rivoluzionare il costume da bagno femminile con modelli sempre più aderenti, funzionali ed eleganti, mentre il cinema ne amplificava il successo.
Esther Williams fu invece testimonial di un altro famoso marchio di costumi: Cole of California.
Campionessa di nuoto e diva di Hollywood, con i suoi spettacolari film acquatici divenne l’emblema della donna sportiva e contribuì a diffondere nel mondo un nuovo ideale di eleganza balneare.
Gli anni Trenta e Quaranta videro costumi sempre più leggeri grazie ai nuovi tessuti elastici.
Alcune fotografie dell’epoca ritraggono Eva Braun e Claretta Petacci, rispettivamente compagne di Hitler e Mussolini, mentre indossano con naturalezza costumi aderenti e sgambati.
La vera rivoluzione arrivò però il 5 luglio 1946, quando il francese Louis Réard presentò a Parigi un costume in due pezzi tanto ridotto da scandalizzare il pubblico.
Lo chiamò “bikini”, ispirandosi all’atollo di Bikini, nel Pacifico, dove pochi giorni prima gli Stati Uniti avevano effettuato test nucleari. L’idea era semplice: l’effetto del nuovo costume sarebbe stato altrettanto esplosivo di una bomba atomica. Aveva ragione.
Per anni il bikini fu vietato o osteggiato in molti paesi e perfino su numerose spiagge italiane.
Ricordo Beppe, un bagnino di Forte dei Marmi negli anni Cinquanta: severissimo, rispediva senza esitazione in cabina le audaci temerarie che osavano presentarsi in spiaggia sfoggiando bikini giudicati troppo succinti.
La definitiva consacrazione del bikini arrivò negli anni Sessanta, grazie al cinema, alle fotografie delle dive e al mutamento del costume sociale.
Da Brigitte Bardot a Ursula Andress, fino alle icone della moda internazionale, il bikini divenne il simbolo di una nuova libertà femminile.
In quello stesso periodo si affermarono anche versioni ancora più audaci: il cosiddetto “monokini”, che lasciava il seno scoperto, segnò un momento di rottura radicale con il passato e divenne una sfida alle convenzioni, simbolo delle battaglie per l’emancipazione e la libertà del corpo femminile.
Negli anni successivi, dalle spiagge di Rio de Janeiro arrivò un’altra rivoluzione: il tanga.
Nato in Brasile e rapidamente esportato in tutto il mondo, questo modello ridusse ulteriormente le dimensioni dello slip, esaltando le forme dei glutei e imponendo un nuovo ideale estetico legato alla cultura balneare sudamericana.
Da lì in poi, il costume da bagno divenne sempre più un terreno di sperimentazione tra moda, sensualità e identità culturale.
Sì, anche identità culturale, perché, ad esempio, il mondo islamico costringe tuttora le donne a celare integralmente il proprio corpo.
Oggi il costume da bagno è molto più di un semplice capo per prendere il sole e nuotare: è moda, tecnologia, design e persino sostenibilità, grazie ai tessuti riciclati e alle fibre innovative.
Ma osservando le ragazze del mosaico di Piazza Armerina si ha la sensazione che, in fondo, la storia abbia semplicemente compiuto un lungo giro.
Dopo sedici secoli, quelle giovani romane sembrano ancora sorprendentemente contemporanee, ricordandoci che l’eleganza essenziale dei corpi giovanili non conosce il passare del tempo.

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Avrei due parole da dire sul tanga: quel tipo di mutanda è nato in Brasile, modellato sulle natiche brasiliane: altissime, che si arrampicano su per la schiena, e su quella mutanda loro, le natiche, dominano sovrane. Noi abbiamo sederi mediterranei, a mio avviso molto più belli, armoniosi, affascinanti, e decisamente più bassi, e da una mutanda brasiliana anche un sedere mediamente alto, se di tipo mediterraneo, di solito spenzola miseramente, con un tragico effetto di gluteo piangente.
Verissimo ?