


Italia e Regno Unito sono diventati due laboratori della destra post-sovranista. Restore Britain di Rupert Lowe e Futuro Nazionale di Roberto Vannacci nascono a pochi giorni di distanza, da fronti diversi ma con la stessa grammatica: restaurazione, identità, remigrazione, attacco al liberalismo. Non devono vincere per cambiare il sistema: basta spostarne il confine.
Nel mio pezzo “L’Italia, il Regno Unito e la nuova linea di frattura dell’Occidente” ho descritto i due Paesi come terreni di un’offensiva contro l’ordine liberale occidentale. Nel Regno Unito la pressione arriva soprattutto dal mondo MAGA, dalle reti tecnologiche e finanziarie che gli ruotano attorno; in Italia dalla Russia, attraverso alleati interni, talvolta ideologicamente motivati, con una forte presa sul sistema mediatico.
Se il Regno Unito post-Brexit è il Paese che Washington cerca di attrarre stabilmente nella propria orbita, l’Italia è invece uno dei principali punti attraverso cui l’influenza russa può incidere sugli equilibri europei. Le pressioni arrivano da direzioni opposte, ma convergono sullo stesso obiettivo: sottrarre Londra al baricentro continentale e compromettere dall’interno uno degli Stati chiave dell’Unione.
In questo pezzo mostreremo come questa convergenza sia esplicitata dalla nascita, a pochi giorni di distanza, di Restore Britain di Rupert Lowe e Futuro Nazionale di Roberto Vannacci: due realtà distinte, la prima gravitante attorno al mondo MAGA e la seconda su posizioni marcatamente filorusse, ma accomunate da un impianto ideologico sorprendentemente simile e da una stessa funzione politica: spingere ulteriormente a destra i rispettivi sistemi, erodendo dall’interno il perimetro liberale su cui si regge l’Europa.
Due ribelli contro i ribelli
Roberto Vannacci e Rupert Lowe arrivano a questa operazione seguendo traiettorie simili. Il 3 febbraio Vannacci lascia la Lega e il 6 febbraio annuncia la nascita di Futuro Nazionale, dopo essere stato eletto al Parlamento europeo proprio nelle liste del partito di Matteo Salvini. Una settimana dopo, il 13 febbraio, Restore Britain – gruppo nato nel giugno 2025 – viene trasformato da Lowe in un partito politico. Anche Lowe proviene dalla formazione che ora intende sfidare: era stato eletto deputato con Reform UK prima della rottura con Nigel Farage. In breve, entrambi compiono la stessa operazione: escono dalla formazione più estrema e accusano una destra nata come forza antisistema di essere diventata parte del sistema. La Lega salviniana aveva costruito la propria ascesa presentandosi come alternativa alla destra moderata; Reform aveva fatto lo stesso nei confronti dei Conservatori. Ora Vannacci contesta alla Lega di essersi moderata, mentre Lowe sostiene che persino Reform non sia più sufficientemente radicale.
Lo schema è un classico: la protesta genera un partito; la nuova formazione cresce e, per trasformare il consenso in potere, cerca legittimazione istituzionale. Per ottenerla, è costretta a compromessi, i quali vengono poi denunciati come tradimento degli ideali originari. A quel punto si apre spazio per un nuovo soggetto, più radicale.
La destra della destra
Le analogie tra Futuro Nazionale e Restore Britain non si fermano alla genesi: sono programmatiche e ideologiche. Entrambe le formazioni costruiscono il proprio messaggio attorno all’idea di un declino nazionale provocato da élite ostili, dall’immigrazione, identificata come minaccia identitaria, dalla perdita delle tradizioni e dall’avanzata della deriva woke. A questo si affiancano la centralità della famiglia tradizionale, il richiamo alla sovranità, la continuità culturale e la promessa di restituire la nazione ai suoi cittadini.
Sebbene si tratti di temi tipitci della destra sovranista, FN e Restore hanno qualcosa che li distingue da questi modelli e che li accomuna: vanno oltre. Non si limitano a chiedere politiche migratorie più restrittive: mettono in discussione alcuni dei principi liberali che stabiliscono i limiti entro cui lo Stato può esercitare il proprio potere sull’individuo. “Remigrazione” non è soltanto una parola inserita nel lessico di questi partiti, è un bulldozer sullo stato di diritto.
Tra rimpatrio e remigrazione la differenza è fondamentale. Nel primo caso lo Stato espelle una persona perché non ha il diritto legale di restare: per esempio perché è entrata illegalmente, perché il visto è scaduto o la domanda d’asilo è stata respinta. Nel secondo, invece, può diventare irrilevante che quella persona viva legalmente nel Paese, vi sia nata o ne possieda perfino la cittadinanza: ciò che conta è se venga considerata parte della comunità nazionale per origine, cultura o etnia. È qui che si supera il confine dello Stato liberale, nel quale l’appartenenza alla comunità politica è definita dalla legge e dalla cittadinanza, indipendentemente da sesso, religione o origine etnica. Con la remigrazione il rapporto si rovescia: non è più l’identità a dover restare entro i limiti della legge, ma la legge a essere subordinata a una definizione identitaria della nazione.
Futuro Nazionale inserisce la remigrazione esplicitamente nel proprio orizzonte politico, mentre Restore parla di “reversing mass immigration” e propone deportazioni di massa, ridefinendo ciò che è “britannico” su base etnico-culturale. Una concezione che entra in contraddizione con la stessa storia del Regno Unito: già molto prima della costruzione dell’Impero, le isole britanniche erano il risultato della sovrapposizione e dell’incontro tra britanni, pitti, sassoni, vichinghi, normanni; e dal XVII secolo in poi la società britannica si è formata attraverso successive ondate migratorie, dagli ugonotti agli ebrei dell’Europa orientale, fino alle popolazioni provenienti dall’Impero e poi dal Commonwealth. L’idea di una britannicità etnicamente omogenea da “restaurare” non recupera quindi un’identità storica perduta: ne costruisce una che non è mai esistita. Si tratta di una riscrittura ideologica.
In uno Stato liberale, l’allontanamento di una persona dipende dalla sua posizione giuridica: dal diritto o meno di soggiornare nel Paese, dalla cittadinanza, o da altre condizioni previste dalla legge. Nel significato assunto dalla remigrazione negli ambienti delle nuove destre, invece, il criterio può spostarsi dall’appartenenza giuridica all’appartenenza etnica o culturale: fino a includere persone legalmente residenti e ufficialmente cittadine. È proprio questo slittamento a collocare il concetto fuori dalla tradizione liberal-democratica e in tensione con i principi fondamentali del diritto nazionale e internazionale.
La politica della restaurazione
FN e Restore non si limitano più a contestare le politiche adottate dagli Stati liberali: mettono in discussione il modello di società che quelle politiche presuppongono, fondato sul primato dell’individuo, sulla cittadinanza come appartenenza giuridica e sulla possibilità che comunità diverse convivano all’interno dello stesso spazio nazionale. La politica smette così di essere difesa dei confini e diventa progetto di ricostruzione di un ordine sociale e culturale ritenuto perduto.
È in questa prospettiva che i due partiti non possono essere descritti soltanto come una piattaforme securitarie.
Nel video con cui Lowe presenta il progetto di Restore Britain, la fattoria, la terra, il lavoro, la famiglia, la comunità, la responsabilità e la continuità tra generazioni costruiscono l’immagine di una Gran Bretagna-Arcadia perduta che le élite avrebbero smantellato e che la politica avrebbe ora il compito di restaurare. Il programma è già nel nome “Restore” – restaurare, sì, ma anche ripristinare, ristabilire, restituire.
La politica viene così trasformata in un racconto morale. Da una parte il bene: la comunità organica, il lavoro, la famiglia, la continuità, il senso del dovere, un ordine sociale presentato come naturale; dall’altra il male: il mondo liberale, associato alla dissoluzione dei legami, alla perdita di identità, all’immigrazione, al declino dei servizi, all’insicurezza, alla precarietà e a ogni forma di disagio della Gran Bretagna contemporanea. Problemi di natura diversa vengono ricondotti a un’unica origine e inseriti nella stessa narrazione di decadenza. Restore Britain può così proporsi come il veicolo di una redenzione nazionale: eliminare ciò che avrebbe corrotto il Paese per riportarlo a una precedente versione idealizzata e moralmente ordinata.
Il paradosso è che quella Rural England evocata come modello originario appartiene al mito e non alla storia sociale britannica. Per la maggioranza della popolazione, il mondo rurale tradizionale comincia a dissolversi già con la rivoluzione industriale del XVIII secolo, quando milioni di persone vengono progressivamente assorbite dalle nuove città manifatturiere. La Gran Bretagna che emerge da quella trasformazione è quella delle fabbriche, del carbone e dello smog, dei quartieri operai sovraffollati, della povertà urbana, della malnutrizione e del lavoro infantile: le altre grandi città industriali diventano il volto della modernità britannica molto prima che esista qualunque società multiculturale contemporanea. È quella restituita magistralmente da Charles Dickens, ma anche da gran parte della letteratura sociale dell’Ottocento: scrittori e riformatori, figli dell’Illuminismo, descrivono la miseria, lo sfruttamento, l’infanzia abbandonata, l’insalubrità e le disuguaglianze non per invocare un ritorno a un passato rurale idealizzato, ma per correggere la modernità attraverso più diritti, più istruzione, più tutela sociale e maggiori limiti al potere economico e politico. È anche attraverso quella denuncia che la società britannica cambia, rafforzando progressivamente proprio il modello liberale che oggi viene indicato come la causa del declino.
La campagna idilliaca sopravvive soprattutto come spazio delle classi proprietarie e, più tardi, come immaginario nazionale dei villages dei ricchi pensionati. L’Arcadia che Restore Britain promette di recuperare, dunque, non è tanto un passato perduto quanto una selezione idealizzata e fortemente classista del passato, dalla quale vengono espunte le fratture sociali, economiche e industriali che hanno costruito la Gran Bretagna moderna.
Vannacci costruisce la medesima architettura attraverso un repertorio italiano: tradizione, identità, famiglia, cristianesimo, disciplina, assimilazione, autorità. Anche qui la proposta politica assume innanzitutto la forma di una contrapposizione morale. Da una parte ciò che viene presentato come autentico, naturale e ordinato: la nazione, la famiglia, le radici, il merito, la continuità culturale; dall’altra ciò che avrebbe prodotto disgregazione: il liberalismo, il multiculturalismo, il relativismo dei valori, l’immigrazione, il cosiddetto pensiero unico. Fenomeni diversi vengono ricondotti a una stessa matrice e trasformati nei sintomi di un unico processo di decadenza.
Anche FN può così presentarsi non semplicemente come una forza chiamata a correggere singole politiche, ma come lo strumento attraverso cui ricomporre un ordine perduto. Il futuro evocato nel nome del partito non coincide con la costruzione di qualcosa di nuovo, ma con il recupero di una comunità nazionale idealizzata. È, ancora una volta, una politica della restaurazione: alla complessità del presente viene contrapposto il mito di un passato ordinato, coerente e moralmente leggibile, che la politica promette di rendere nuovamente possibile anche se in realtà non era mai esistito.
Il paradosso storico parla da sé. L’“italianità” viene evocata come un’identità antica e compatta in un Paese unificato da poco più di 160 anni, nel quale fino all’avvento della televisione popolazioni di regioni diverse faticavano perfino a comprendersi e dove, ancora pochi decenni fa, una delle principali forze politiche del Nord rivendicava la secessione. Quanto all’ordine perduto, la storia della penisola dalla caduta dell’Impero romano in poi è stata segnata da frammentazione, invasioni, guerre e divisioni. E l’unica parentesi che abbia imposto un cosiddetto “ordine”, come evocato da Vannacci, è stata il fascismo, conclusasi tra disfatta, bombardamenti e macerie.
Grammatica e ribaltamento
Non sono dunque identici i simboli di FN e Restore. È identica la grammatica della mistificazione e il ribaltamento semantico del liberalismo. Nella tradizione liberale, il termine indica il contrario di ciò che queste narrazioni gli attribuiscono: limite al potere dello Stato, tutela dell’individuo, uguaglianza davanti alla legge, pluralismo, libertà di coscienza, separazione dei poteri. FN e Restore rovesciano questa cornice: il liberalismo viene associato al disordine, alla perdita di identità, all’impotenza dello Stato, alla dissoluzione dei legami sociali ecc. Una volta operato questo scambio di significato, anche il suo opposto cambia segno. È così che l’illiberalismo smette di apparire come una sottrazione di libertà e viene trasformato in una promessa di liberazione: il pubblico viene portato non semplicemente ad accettare un ordine meno liberale, ma ad aspirarvi, fino a percepire come rimedio democratico ciò che, in realtà, erode progressivamente le condizioni stesse della democrazia.
Chi devono far vincere?
La domanda, a questo punto, non è se Vannacci possa diventare presidente del Consiglio o Lowe primo ministro. È quanto debbano essere forti per ottenere ciò che vogliono. Probabilmente molto meno di quanto si pensi.
Un partito può perdere le elezioni e vincere comunque sul piano culturale e politico. Può ottenere pochi seggi e riuscire ugualmente a spostare il linguaggio, irrigidire le politiche sull’immigrazione, rendere il compromesso sinonimo di debolezza e costringere la destra maggiore a inseguirlo. Ma soprattutto può normalizzare parole, categorie e idee che fino a poco tempo prima sarebbero state considerate incompatibili con il lessico di una democrazia liberale: dalla remigrazione alla concezione etnica dell’appartenenza nazionale, fino alla subordinazione dei diritti individuali a una presunta identità collettiva.
Non si vince soltanto andando al governo ma anche modificando il centro di gravità del sistema, fino a trasformare ciò che ieri appariva estremo nell’opzione apparentemente moderata di domani.
È qui che il parallelo tra Italia e Regno Unito diventa più significativo. Nei due Paesi di frontiera, la battaglia non si svolge più soltanto tra destra e sinistra. Si sta spostando nella progressiva frammentazione della destra, in una competizione per stabilire quanto possa arretrare il confine del liberalismo prima che la sua erosione venga percepita non più come una rottura, ma come la nuova normalità.
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Trovo ottimo l’ultimo articolo su Regno Unito e molto credibili le analogie.
Stuart