

Seconda puntata di una serie di articoli dedicati a Urania, la collana che ha accompagnato l’ingresso della fantascienza nell’immaginario italiano. Un viaggio tra libri, autori e visioni del futuro che, a rileggerle oggi, parlano spesso più del nostro presente che dei mondi lontani da cui sembravano arrivare. Qui il primo articolo.
Dai fumetti del dopoguerra ai primi numeri di Urania, un percorso personale dentro la scoperta della fantascienza: da Leigh Brackett ad Arthur C. Clarke, tra Marte, tecnologia, mito e futuro. Un viaggio di formazione nato in edicola e destinato a proseguire con Isaac Asimov.
Il 31 marzo 1955 Mondadori pubblicò l’ultimo numero del mio adorato Pecos Bill, il biondo cowboy che non usava la pistola. Per molti ragazzi della mia generazione fu la fine di un mito.
Dopo un breve periodo di smarrimento approdai a Nembo Kid – il nome italiano con cui allora era conosciuto Superman – e a Batman. Quei fumetti, apparentemente lontani dalla fantascienza, rappresentarono invece un ponte naturale verso mondi sempre più avventurosi e futuribili.
Il vero approdo alla fantascienza avvenne grazie al consiglio di un amico, che mi mise tra le mani il n. 131 di Urania, uscito il 2 agosto 1956: La spada di Rhiannon di Leigh Brackett. Non potevo immaginare che quel piccolo volume avrebbe acceso una passione destinata ad accompagnarmi per un lungo tratto di vita.
Da quel momento nacque anche una piccola mania. Avendo iniziato dal numero 131, cominciai a frequentare bancarelle e mercatini di libri usati alla ricerca dei numeri precedenti di Urania.
Ogni ritrovamento era una conquista: uno dopo l’altro recuperavo quei volumetti che mi permettevano di ricostruire la storia della collana e di scoprire nuovi autori. Era un collezionismo nato più dalla passione che dal desiderio di possedere.
Tornando a La spada di Rhiannon, la storia è ambientata su un Marte antichissimo, quando il pianeta era ancora ricco di oceani, città e civiltà.
Il protagonista è Matthew Carse, un archeologo dal carattere avventuroso che, dopo aver trovato una misteriosa spada appartenuta al leggendario Rhiannon, viene trasportato nel remoto passato di Marte.
Qui scopre un mondo popolato da regni, guerrieri e magie che, in realtà, nascondono tecnologie dimenticate e antiche civiltà. Carse dovrà affrontare tiranni, tradimenti e battaglie fino a diventare egli stesso protagonista della leggenda che aveva studiato.
Più che un romanzo di fantascienza “scientifica”, è un’opera sospesa tra fantascienza e romanzo epico. Oggi la definiremmo una science fantasy, ma conserva ancora intatto il suo straordinario fascino.
Riletto oggi, quel romanzo continua a sorprendermi per almeno due motivi. Il primo è l’immagine di un Marte ricco di oceani e di un’atmosfera respirabile, un’ipotesi che le moderne esplorazioni del pianeta hanno in parte rivalutato, dimostrando che miliardi di anni fa Marte ospitava realmente grandi quantità d’acqua.
Il secondo è che l’autrice fosse Leigh Brackett (1915-1978), una figura davvero straordinaria.
Fu una delle poche grandi donne della fantascienza classica americana, tanto da essere soprannominata “la Regina della Space Opera”. Ma fu anche una celebre sceneggiatrice di Hollywood: collaborò con Howard Hawks e scrisse, insieme a William Faulkner, la sceneggiatura de Il grande sonno.
Negli ultimi mesi della sua vita lavorò anche alla prima stesura della sceneggiatura de L’Impero colpisce ancora, secondo episodio della saga di Star Wars, che non vide purtroppo completato, essendo scomparsa poco prima dell’inizio delle riprese.
Se Leigh Brackett mi aveva fatto conoscere un Marte romantico, popolato di città perdute e antiche civiltà, Arthur C. Clarke mi avrebbe mostrato di lì a poco un altro universo: quello della fantascienza rigorosamente scientifica, dove l’immaginazione camminava sempre mano nella mano con la scienza.
Con lui la meraviglia non nasceva dalla leggenda, ma dalla plausibilità scientifica, e proprio per questo molte delle sue intuizioni si sarebbero rivelate profetiche.
Nato nel 1917 nel Somerset, in Inghilterra, Clarke fu molto più di uno scrittore. Matematico, divulgatore e studioso di astronautica, apparteneva a quella rara categoria di uomini capaci di immaginare il futuro partendo dalla conoscenza della scienza.
Nel 1945, quando i satelliti artificiali erano ancora un sogno, descrisse per primo l’utilizzo di satelliti geostazionari per le telecomunicazioni. Oggi quel principio è alla base di una parte fondamentale delle comunicazioni mondiali.
Il suo primo incontro con i lettori italiani coincise anche con la nascita di Urania. Le sabbie di Marte, pubblicato come primo numero della collana, raccontava una colonia umana sul pianeta rosso.
Non era il Marte fantastico di Leigh Brackett, ma un mondo duro, ostile e credibile, dove la sopravvivenza dipendeva dall’ingegno e dalla tecnologia. Già allora Clarke dimostrava che la fantascienza poteva essere una straordinaria palestra per immaginare il domani.
Con La città e le stelle fece un ulteriore salto. In una Terra ormai irriconoscibile, miliardi di anni nel futuro, l’ultima città abitata dall’uomo sembra aver sconfitto la morte e il tempo.
Ma dietro quella perfezione si nasconde una domanda ancora attuale: è preferibile vivere in una sicurezza immutabile oppure affrontare il rischio della scoperta e del cambiamento?
Il romanzo che più mi colpì fu però Incontro con Rama. Un immenso cilindro proveniente dagli spazi interstellari entra nel Sistema Solare. Gli uomini riescono a esplorarlo, ma non a comprenderlo.
Clarke rinuncia volutamente a fornire tutte le risposte e lascia il lettore con la sensazione che l’universo sia immensamente più complesso di quanto possiamo immaginare. È forse il suo libro più affascinante.
Nel 1968 arrivò il capolavoro destinato a renderlo celebre in tutto il mondo: 2001: Odissea nello spazio. Nato parallelamente al film di Stanley Kubrick, il romanzo racconta l’evoluzione dell’uomo, il misterioso monolite e il computer HAL 9000, una delle più memorabili intelligenze non umane della letteratura.
Oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, HAL continua a far riflettere sui rischi e sui limiti delle macchine intelligenti.
Una curiosità ha sempre divertito gli appassionati. Il nome HAL è formato dalle tre lettere che precedono IBM nell’alfabeto. Arthur C. Clarke, forse per timore di azioni legali, spiegò che si trattò di una coincidenza e non di un riferimento voluto al colosso dell’informatica, ma il collegamento è rimasto una delle curiosità più note legate al romanzo.
Non meno profondo è Le guide del tramonto, dove gli alieni non conquistano la Terra con la forza, ma conducono lentamente l’umanità verso una nuova fase della propria evoluzione. Ancora una volta Clarke utilizza la fantascienza non come evasione, ma come strumento per interrogarsi sul destino dell’uomo.
Fra tutte le sue intuizioni, quella che oggi appare più sorprendente riguarda forse proprio la tecnologia. Clarke amava ripetere una frase divenuta celebre: «Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia». È una riflessione che conserva tutta la sua forza anche nel XXI secolo.
Arthur C. Clarke non cercava semplicemente di raccontare storie ambientate nel futuro. Cercava di capire quale futuro l’uomo avrebbe potuto costruire. Ed è questo il motivo per cui i suoi romanzi continuano ancora oggi a essere letti con lo stesso stupore di allora.
Ripensandoci oggi, mi accorgo che quei piccoli volumi acquistati in edicola hanno contribuito, più di molti libri scolastici, a formare la mia curiosità scientifica e il mio modo di guardare al futuro.
E il viaggio era soltanto all’inizio. Il prossimo incontro sarà con Isaac Asimov, l’autore che più di ogni altro ha saputo immaginare il mondo in cui stiamo vivendo.
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Grazie Stefano, davvero interessante. Io ero rimasta a Nembo Kid e a Tex. Non ho mai amato molto la fantascienza e ora capisco cosa mi sono persa. Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Urania ha democratizzato il futuro in Italia, portando la meraviglia e i grandi interrogativi della fantascienza direttamente nelle edicole. Oggi quell’eredità vive ancora al MUFANT di Torino, il Museo del Fantastico e della Fantascienza, nato nel 2009 dalla passione di Silvia Casolari e Davide Monopoli, e trasferitosi nel 2015 nella sede attuale di Piazza Riccardo Valla.
Visitandolo, si possono ammirare le storiche prime edizioni di Urania e le sue illustrazioni originali. È un’esperienza affascinante, che fa toccare con mano quanto quella celebre collana dal cerchio rosso abbia seminato nel nostro immaginario collettivo.
Grazie per questo ricordo così vivo ed elegante. Non vedo l’ora di leggere il suo prossimo articolo su Asimov!
Grazie @PipernoStefano. Incontro con Rama e seguenti sono tra i libri più visionari e incredibili di tutta la SF. Hai mai pensato che è molto più probabile per noi trovare antiche vestigia di civiltà aliene (come Rama), rispetto a trovare civiltà vicine a noi contemporanee?