


La politica internazionale è tornata al centro del dibattito pubblico, ma spesso viene raccontata con strumenti inadeguati: troppa velocità, troppi frame emotivi, troppi esperti improvvisati e pochi strumenti per comprendere davvero i processi globali.
Ormai la politica internazionale è diventata uno dei temi più presenti nel dibattito pubblico italiano. Un bene, sicuramente, rispetto ad alcuni anni fa, quando nessuno se ne interessava. Un male, invece, per il modo in cui l’opinione pubblica se ne sta interessando.
Gli strumenti narrativi con cui il giornalismo affronta la politica internazionale sono stati costruiti per un mondo che funzionava diversamente. Si racconta per eventi: vertici, dichiarazioni, crisi, accordi. È una scelta che ha una sua logica, perché gli eventi hanno un momento identificabile, sono verificabili, producono reazioni.
Il problema è che i processi che contano davvero raramente hanno un momento identificabile. La linea mediana dello Stretto di Taiwan non è scomparsa in un giorno: si è erosa in vent’anni di esercitazioni militari, normalizzazioni progressive, silenzi diplomatici calcolati.
Quando l’erosione è diventata visibile, era già strutturale. Nessun evento ne aveva segnalato il punto di svolta perché quel punto non esiste: è una trasformazione che si è prodotta sotto gli occhi di tutti senza che nessuno potesse indicare il momento preciso in cui è accaduta.
Il racconto per eventi descrive la superficie dei fenomeni e lascia intatta la struttura che li produce.
La velocità come nemico della comprensione
Il ciclo mediatico contemporaneo impone una velocità di reazione che è strutturalmente incompatibile con la comprensione della politica internazionale. Quando scoppia una crisi, il sistema dell’informazione richiede una lettura immediata: cosa è successo, chi ha torto, chi ha ragione, cosa succederà.
Queste domande vengono poste nell’arco di ore su fenomeni che richiederebbero settimane di analisi per essere compresi anche parzialmente.
Il conflitto USA-Iran del 2026 è un caso esemplare. Il sistema dell’informazione aveva costruito nelle prime ore uno scenario di regime change rapido, di una risposta militare americana schiacciante e definitiva.
Quello scenario si è dissolto progressivamente, e con esso il frame che lo sosteneva: quasi nessuno aveva previsto la resilienza iraniana, la tenuta del sistema di potere di Teheran, il ribaltamento di un frame che sembrava consolidato.
Trump stesso, a conflitto concluso, ha dichiarato al Wall Street Journal di non aver mai creduto nel regime change, ritrattando pubblicamente la narrazione con cui aveva aperto il conflitto.
Su queste pagine avevo già segnalato alcune delle inaccuratezze nell’analisi dominante, quando ancora il mainstream le ignorava. Non per veggenza: perché ragionare per scenari invece che per previsioni puntuali, e dichiarare le condizioni sotto cui ciascuno scenario diventa più o meno probabile, produce letture più accurate di qualsiasi previsione episodica.
La velocità non produce informazione: produce frame che si sgretolano sotto i fatti senza che nessuno ne paghi il costo epistemico, e che vengono semplicemente sostituiti dal frame successivo.
Il rumore come sostituto dell’analisi
Semplificare la complessità per renderla accessibile è un esercizio legittimo e necessario. Sostituire la complessità con uno schema emotivo semplice è qualcosa di strutturalmente diverso: non rende accessibile la realtà, la sostituisce con una versione emotivamente soddisfacente di essa.
Il caso più clamoroso degli ultimi anni è il conflitto israelo-palestinese, diventato il terreno privilegiato di una narrazione emotiva che ha quasi completamente sostituito l’analisi.
La disinformazione sistematica e l’assenza di strumenti di lettura critica hanno prodotto una generazione completamente permeabile alla narrazione preconfezionata che Hamas ha costruito specificamente per il pubblico occidentale: reel di Instagram, contenuti virali sui social, immagini selezionate e montate per mobilitare l’emotività delle masse universitarie e dei giovani, senza fornire nessun contesto storico, nessuna chiave di lettura, nessuna possibilità di verifica.
La mobilitazione pro-palestinese di massa in Occidente ha prodotto milioni di persone convinte di avere una posizione informata su un conflitto che non conoscono: ignorano la storia dell’OLP, le dinamiche interne a Hamas, la struttura dei rapporti tra Gaza e l’Egitto, il ruolo dell’Iran nel finanziamento delle milizie, la complessità della società israeliana e addirittura lo stato di salute, già precario da anni, dell’ONU.
Sanno che c’è un oppressore e un oppresso perché lo schema binario con cui leggono la politica interna viene applicato, erroneamente, alla politica internazionale. Uno schema emotivo elementare, che si applica comodamente senza richiedere nessuna conoscenza effettiva del contesto e che chi produce una narrazione preconfezionata conosce benissimo.
Ma il danno più profondo riguarda un equivoco che il dibattito pubblico occidentale ha sistematicamente evitato di chiarire: la distinzione tra critica alle politiche del governo israeliano, legittima e praticata anche all’interno della società israeliana, e antisionismo.
Essere antisionisti non significa criticare Israele: significa negare il diritto di Israele a esistere come Stato. Significa sostenere la cancellazione dell’unico Stato ebraico del mondo.
Una parte significativa della mobilitazione pro-palestinese in Occidente si è collocata esplicitamente su questa posizione senza che quasi nessuno glielo facesse notare, perché il sistema dell’informazione aveva già costruito un frame emotivo dentro cui qualsiasi distinzione sembrava una difesa dell’indifendibile.
Il risultato è che si è normalizzata, nelle piazze universitarie occidentali e sui social media, una posizione che nella sua sostanza è la negazione del diritto all’esistenza di un popolo. Non capire questa differenza non è un’opinione: è un’ignoranza che produce conseguenze reali.
Lo stesso vale per la guerra in Ucraina, dove il sostegno a Kyiv si scontra con una narrazione filorussa che trova legittimazione in taluni partiti e in posizioni utilitaristiche, ad esempio sul gas, ignorando come la leva energetica sia stata sempre usata dal presidente russo per mettere con le spalle al muro l’Unione Europea.
Non è una novità: Putin ha trasformato la dipendenza energetica europea in uno strumento di pressione politica sistematica ben prima del febbraio 2022, e chi oggi invoca pragmatismo nei rapporti con Mosca lo fa ignorando, o fingendo di ignorare, questa storia precisa e documentata.
Comprendere le dinamiche legate all’Ucraina significa scontrarsi con bias cognitivi sedimentati nella storia e nella comodità di generazioni di italiani ed europei cresciuti ignorando totalmente ciò che accadeva fuori dalla propria comfort zone.
L’Europa orientale, le sue fragilità, le sue memorie, le sue ragioni sono rimaste per decenni uno spazio invisibile nel dibattito pubblico occidentale. Quando la Russia ha invaso, quel vuoto di conoscenza si è riempito di narrazioni filorusse che trovavano terreno fertile proprio in quell’ignoranza sedimentata: c’era chi giustificava Mosca con argomenti che avrebbero richiesto una confutazione analitica che pochissimi erano attrezzati a produrre.
Il risultato è che il dibattito pubblico sull’Ucraina si è svolto, e continua a svolgersi, con un’abbondanza di gas politico e una scarsità cronica di strumenti per leggere il mondo.
Chi sostiene l’Ucraina spesso non sa rispondere a chi nega i crimini di guerra russi o relativizza l’invasione, non perché abbia torto, ma perché non ha gli argomenti. E chi diffonde la narrazione filorussa lo sa: sa che la disinformazione non deve essere vera per funzionare, deve solo essere abbastanza complessa da sembrare plausibile a chi non ha strumenti per valutarla.
Il problema degli esperti improvvisati
La domanda crescente di contenuti sulla politica internazionale ha prodotto un’offerta crescente di analisti, commentatori, opinionisti. Non tutti ugualmente attrezzati.
Il sistema dell’informazione tende a premiare la sicurezza più della competenza. Chi parla con certezza, chi ha sempre una risposta netta, chi non si fa scrupolo di semplificare radicalmente viene percepito come più autorevole di chi dichiara l’incertezza, espone le variabili, ragiona per scenari.
La dichiarazione sicura produce più engagement della valutazione prudente. Il risultato è un mercato dell’analisi in cui i profili più visibili tendono a essere quelli più inclini alla semplificazione, alla previsione episodica, allo schema emotivo.
Non perché siano i più competenti: perché sono i più leggibili nel formato che il sistema richiede. E il pubblico che li segue sviluppa progressivamente un’aspettativa di certezza che rende ancora più difficile la comunicazione dell’incertezza reale.
Il frame come prigione
C’è infine un problema che riguarda specificamente la lettura degli attori non occidentali. Il giornalismo italiano tende a leggere la politica internazionale attraverso categorie costruite sull’esperienza occidentale: democrazia contro autoritarismo, diritto internazionale contro forza, multilateralismo contro bilateralismo.
Sono categorie che descrivono male quello che sta accadendo quando si applicano ad attori che non ragionano dentro di esse.
Raccontare la Cina attraverso il frame della democrazia minacciata significa perdere il senso di quello che sta succedendo. La Cina non compete per il frame nell’istante, non governa il presente semantico, non cerca l’approvazione occidentale.
Costruisce le condizioni perché certi esiti diventino inevitabili nel tempo, senza che nessun singolo atto possa essere identificato come la causa.
Raccontare questo con gli strumenti del giornalismo di evento è strutturalmente impossibile: non c’è il momento identificabile, non c’è la dichiarazione citabile, non c’è la crisi narrabile. C’è solo una trasformazione silenziosa che si rivela quando è già irreversibile.
Il problema della previsione
La previsione esiste nella scienza politica e nella geopolitica, ma funziona in modo completamente diverso da come il giornalismo la pratica.
La previsione scientifica ragiona per scenari: identifica le variabili strutturali rilevanti, definisce le condizioni sotto cui ciascuno scenario diventa più o meno probabile, e dichiara esplicitamente cosa dovrebbe accadere perché la previsione si riveli sbagliata.
Il giornalismo pratica quasi sempre la predizione episodica: si sceglie un evento, si costruisce una narrazione su cosa succederà, si presenta come previsione quello che è in realtà una proiezione lineare del presente nel futuro.
Un analista serio che sbaglia le proprie previsioni deve spiegare perché. Il giornalismo che sbaglia le proprie previsioni pubblica semplicemente la prossima.
È un’asimmetria che produce disinformazione sistematica travestita da analisi, e che alimenta la figura dell’esperto improvvisato: quello che ha sempre una risposta certa, che non dichiara mai l’incertezza, che non torna mai sugli errori.
Quel profilo viene premiato dal sistema dell’informazione perché produce engagement, e diventa guru non per la qualità delle proprie analisi ma per la sicurezza con cui le esprime. Il pubblico che lo segue smette progressivamente di chiedersi se abbia ragione, e comincia a chiedersi solo cosa dirà la prossima volta.
Dare gli strumenti, non le risposte
Raccontare bene la politica internazionale non significa renderla semplice. Significa trovare gli esempi giusti, la narrazione giusta, il livello di astrazione giusto per portare il lettore dentro una complessità reale invece di sostituirla con uno schema emotivo soddisfacente.
Significa distinguere tra l’evento e il processo che lo ha reso possibile. Significa ragionare per scenari invece che per previsioni puntuali. Significa avere il coraggio di dichiarare l’incertezza invece di offrire al lettore la certezza rassicurante di chi ha già la risposta.
Il pubblico che consuma politica internazionale non ha bisogno di più contenuti. Ha bisogno di strumenti migliori per leggere quelli che già consuma.
La differenza tra i due non è di quantità: è di qualità del rapporto con la realtà che producono. E quella qualità si costruisce lentamente, con il rigore che il rumore non permette e che il racconto per eventi sistematicamente sacrifica.
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