


L’incontro tra George Lansbury e Hitler mostra come le migliori intenzioni possano trasformarsi in cecità politica quando ignorano la natura del potere. Una lezione che, senza impropri paragoni storici, conserva tutta la sua validità nel dibattito sulla Russia, sull’Ucraina e sui limiti del pacifismo contemporaneo.
Nella primavera del 1937 George Lansbury, già leader del Partito laburista britannico e una delle personalità più note e autorevoli del pacifismo cristiano della propria nazione, incontrò Adolf Hitler a Berlino. Non era un uomo ambiguo, né un simpatizzante del nazismo: denunciava le persecuzioni antiebraiche, il soffocamento delle libertà politiche e la distruzione delle organizzazioni operaie; soprattutto, apparteneva a una generazione sulla quale la carneficina della Prima guerra mondiale aveva impresso la sacrosanta convinzione che impedire un nuovo conflitto costituisse il più urgente dei doveri morali.
Proprio per questo, a mio avviso, la sua testimonianza è preziosa: mostra, infatti, come la rettitudine delle intenzioni, quando non sia accompagnata da un’adeguata comprensione del potere, possa produrre una drammatica cecità politica, tanto più tragica quanto più alti e nobili sono i valori che la alimentano.
Nel libro My Quest for Peace, pubblicato nel 1938, quando ormai la natura del regime hitleriano non poteva più essere considerata un mistero, Lansbury raccontò di aver conversato a lungo con il Führer, nel tentativo di persuaderlo a partecipare a una conferenza economica mondiale. Hitler lo rassicurò: la Germania desiderava la pace, non avanzava rivendicazioni contro la Francia e sarebbe stata disponibile a discutere di disarmo e accordi di non aggressione.
Lansbury, va detto, non accolse quelle parole con ingenuità. Riconobbe, anzi, che con i dittatori era difficile trattare e non bisognava credere subito in ciò che dicevano. Tuttavia, invece di valutare le rassicurazioni alla luce delle azioni già compiute dal regime, finì per interpretare le azioni alla luce delle rassicurazioni ricevute.
Il risultato fu un giudizio oggi impressionante, che merita di essere riportato nella lingua originale: «I think history will record Herr Hitler as one of the great men of our time» (p. 141). Lansbury aggiungeva che Hitler gli era apparso privo di ambizioni personali, semplice nei costumi e persuaso di svolgere una missione per il proprio Paese; soprattutto, benché non riuscisse a comprenderne l’odio contro gli ebrei e il bolscevismo, riteneva che il capo del nazionalsocialismo fosse intenzionato ad ascoltare le voci della ragione.
Lansbury, naturalmente, pensava che il nazismo fosse moralmente inaccettabile. Credeva però che dietro la violenza del regime continuasse a esistere un interlocutore razionale, il quale, se trattato con rispetto e liberato dalla paura dell’accerchiamento, avrebbe potuto scegliere una politica diversa.
Infatti, poche pagine dopo, possiamo leggere, ancora in riferimento a Hitler: «Sono del tutto certo che, se vivrà e conserverà il potere in Germania, egli si troverà costretto a fare ciò che tutti i rivoluzionari vittoriosi sono obbligati a fare: modificare il proprio atteggiamento verso coloro che non sono d’accordo con lui e ammettere che tutte le nazioni, come gli individui, hanno il diritto di esprimere la fede che portano dentro di sé e di partecipare attivamente al governo del Paese nel quale vivono. Sono del tutto certo che il signor Hitler non si faccia alcuna illusione riguardo alla forza e all’influenza della Gran Bretagna e che non desideri nulla di meglio dell’amicizia con noi. Anche lui desidera altro. Ha già conquistato l’Austria con la forza, e questa sua azione è in completa opposizione alle opinioni che gli udii esprimere a Berlino. Lasciai la Germania convinto che l’intero governo tedesco comprendesse la completa inutilità della guerra, sebbene alcuni dei dirigenti al potere potessero vantarsi, come fanno i nostri stessi signori della guerra, della potenza della loro macchina militare. Ma i fatti sono ostinati, persino per il Führer. Gli eserciti continuano a combattere finché hanno di che riempirsi lo stomaco, e i civili non possono esistere a lungo nutrendosi di surrogati. Per vivere, la Germania ha bisogno della pace quanto qualsiasi altra nazione del mondo. Nessuno lo comprende meglio del signor Hitler» (p. 143).
Nello spazio di poche righe, Lansbury registra la conquista violenta dell’Austria e la contraddizione con quanto Hitler gli aveva detto, ma continua tuttavia ad attribuirgli la comprensione dell’inutilità della guerra e una sostanziale apertura alla moderazione.
È questo l’errore sul quale conviene soffermarsi. Lansbury non ignorava la natura repressiva del regime, l’antisemitismo, la distruzione delle libertà politiche e la persecuzione degli oppositori; li condannava apertamente. Eppure li collocava entro una spiegazione nella quale il comportamento tedesco rimaneva, almeno in parte, la conseguenza delle umiliazioni inflitte a Versailles, della crisi economica, della disoccupazione e dell’incapacità delle democrazie di offrire alla Germania un posto paritario nella comunità internazionale.
Poiché Lansbury individuava una parte decisiva delle cause della guerra nelle disuguaglianze economiche, nelle umiliazioni nazionali e nelle paure reciproche, pensava che la loro rimozione avrebbe potuto disinnescare anche l’aggressività politica. Non si trattava di un’idea isolata. Una parte del pacifismo britannico degli anni Trenta, pur ostile al fascismo, giudicava le rivendicazioni tedesche almeno parzialmente giustificate, considerava il riarmo delle democrazie un fattore capace di alimentare l’escalation e temeva che la politica di fermezza rendesse inevitabile proprio la guerra che dichiarava di voler impedire.
Sarebbe di sicuro scorretto affermare che “i pacifisti” volessero semplicemente consegnare l’Europa a Hitler. Resta però documentato che alcuni tra i loro esponenti più autorevoli sostennero concessioni territoriali, economiche o diplomatiche che finirono per convergere, almeno in parte, con la politica di appeasement, confidando che il riconoscimento delle ragioni tedesche avrebbe moderato il regime.
La storia successiva mostrò che il problema non consisteva soltanto nell’assenza di occasioni negoziali, ma anche nel significato radicalmente diverso che le parti attribuivano al negoziato. Per Lansbury, una concessione ragionevole avrebbe dovuto generare reciprocità; Hitler, al contrario, interpretò ripetutamente la riluttanza delle democrazie allo scontro come uno spazio entro il quale avanzare ulteriori pretese.
I due uomini usavano le medesime parole – pace, giustizia, sicurezza – ma le inserivano in antropologie politiche opposte. Il pacifista pensava che la fiducia producesse moderazione; l’aggressore poteva interpretarla come debolezza.
Senza assimilare Putin a Hitler, né l’Europa di oggi a quella del 1938, è difficile non riconoscere una struttura analoga in una linea argomentativa ricorrente nel discorso pacifista contemporaneo. Anche oggi, infatti, quasi nessuno dichiara di approvare l’invasione dell’Ucraina o di desiderare l’espansione della Russia.
In combinazioni differenti, si sostiene piuttosto che Mosca sia stata provocata dall’allargamento della NATO, che le sue paure siano state trascurate, che il sostegno militare a Kyiv prolunghi inutilmente la guerra e che l’Europa, presentando la Russia come una minaccia, stia costruendo il nemico di cui ha bisogno per giustificare il proprio riarmo.
Putin viene presentato come un interlocutore razionale, semplicemente sintonizzato su una frequenza che la cocciutaggine autoreferenziale delle democrazie europee impedisce di trovare. Se è vero che nessuna politica occidentale è immune da errori, è bene ricordare che le responsabilità delle democrazie non equivalgono a giustificare un’autocrazia.
Il problema non nasce dall’introduzione di questi fattori nella spiegazione, ma dalla loro trasformazione in una catena di necessità, entro la quale ogni scelta russa viene presentata come reazione quasi obbligata a una precedente iniziativa occidentale: la Russia protesta perché è accerchiata; invade perché è stata provocata; annette territori perché deve proteggersi; minaccia altri Paesi perché questi ultimi hanno reagito all’invasione.
Paradossalmente, mentre si pretende di comprendere Mosca, le si nega ogni autonomia morale, come se una grande potenza non potesse possedere un proprio progetto ideologico e imperiale. Eppure Putin ha esposto pubblicamente una concezione dell’Ucraina che eccede largamente la questione della NATO.
Nel luglio 2021 ha sostenuto che russi e ucraini costituiscono un solo popolo. Ancora, nel febbraio 2022 ha affermato che l’Ucraina moderna era stata «interamente creata dalla Russia, o, più precisamente, dalla Russia bolscevica e comunista», mettendone in discussione la consistenza storica e politica. Tre giorni dopo, dava inizio all’invasione su vasta scala. Con quale diritto, allora, molti continuano a descrivere il comportamento di Putin a prescindere da queste sue stesse esternazioni?
La lezione di Lansbury non consiste, perciò, nel calunniare la ricerca di dialogo e negoziati. Anche una guerra decisa militarmente deve infine tradursi in un assetto politico, e la ricerca di compromessi è parte essenziale della responsabilità pubblica.
Consiste piuttosto nel comprendere che il dialogo non modifica automaticamente chi vi prende parte e che le rassicurazioni di un aggressore devono essere giudicate insieme alle sue azioni, non al posto di esse. Talvolta la minaccia viene ingigantita; altre volte, però, viene minimizzata perché riconoscerla obbligherebbe a decisioni dolorose.
Purtroppo, dire queste cose oggi – ma forse era così anche ieri – implica uno svantaggio comunicativo: le orecchie vogliono ascoltare ciò che è desiderabile, non ciò che è vero. I leader politici giocano sulla scarsa percezione, nelle masse, del pericolo rappresentato da un’Europa debole e indifesa: molti credono che il benessere e la libertà di cui godono siano indipendenti dalla sicurezza.
Comprensibilmente, un aumento di stipendio e qualche pattuglia della polizia in più nel proprio quartiere sono in cima al paniere dei desiderata dell’elettore medio. Cosa fare? Gli uomini degli anni Trenta non conoscevano il futuro. Noi, però, conosciamo il loro passato. Speriamo che, alla lunga, basti.
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Premettendo che alla fine il conto (non) torna, lo spartiacque nel campo dei pacifisti è determinato da una ben precisa categoria: la buona o meno fede. A meno di essere cinici, nessuno ama la guerra – in tutte le sue forme, non solo quelle “cinetiche” -, ma sono del più fermo convincimento che il pacifismo in malafede (troppo assai diffuso secondo me) sia del tutto esecrabile. E ciò dicendo, punto il dito direttamente contro chi lo professa dall’alto della conoscenza e della cultura: mi riferisco quindi ai moltissimi soggetti “elargitori” di scienza e conoscenza, in ambito culturale, educativo, politico, giornalistico, che continuano a fare distinguo, riconfermando puntualmente che buona, se non tutta la parte di responsabilità sia collocata a occidente. Avendo vissuto in prima persona tali dinamiche, riconfermo con forza che questa è una tesi malfidata, reiterata all’infinito senza voler – in modo intellettualmente onesto – riconoscere i crimini, perché di ciò si tratta, che Putin ha puntualmente commesso a partire dalla sua salita al potere: 26 anni fa! E senza alcuna provocazione occidentale. Un esempio? La NATO che ha progressivamente accerchiato la Russia, costringendola a reagire. Di cosa parliamo? E allora, come mai due paesi storicamente neutrali come la Svezia e la Finlandia hanno chiesto di aderire alla NATO? Non sarà stato forse determinato proprio dalla percezione del pericolo rappresentato dalla Russia, con precedenti come la Cecenia (1 e 2), la Georgia, l’annessione della Crimea? Nel mentre uno dei soloni nostrani, all’indomani dell’avvio della Operazione Militare Speciale, accusava la NATO di avere provocato la reazione russa, misconoscendo del tutto – o forse no – la serie di esercitazioni Zapad che la Russia aveva condotto da un certo numero di anni prima. Il solito giochetto dell’uovo e della gallina…
In altri termini, definisco misera, fuorviante e sopratutto malfidata propaganda quella propalata dai predetti soggetti, i cui nomi lascio immaginare. E costoro sono assolutamente più deleteri e pericolosi della maggioranza sinceramente e ingenuamente pacifista, spesso e volentieri attirata dalle loro attraenti, dotte argomentazioni. Il mio refrain: i pericolosissimi, in quanto “colti”, pifferai magici.
Grazie Alfonso della ricostruzione storica e dell’avver rievocato la figura di George Lansbury che ignoravo completamente.
Mi chiedo, leggendo questo ed altri tuoi articoli sul tema, se l’argomentazione filosofica, di analisi storica e sociale o semplicemente di buon senso e razionale entri in dialogo con il pacifismo militante, crei intersezioni.
Temo che certe posizioni, diversamente da quella di Lansbury, siano oggi rigorosamente strumentali legate a narrazioni che non trovano legittimazione in una rigorosa ricostruzione storica, sociale, strategica, filosofica ecc., non la cercano proprio, prediligendo appunto la pura strumentalità e rifiutando conseguentemente ogni dialogo.
Là dove c’è invece buona fede, le narrazioni strumentali di cui prima, pesantemente veicolate dai media fanno breccia, creando una “nuvola” di illusioni e aspettative di tipo emotivo destinate poi a dissolversi nell’impatto con la realtà, ma che, nella saturazione comunicativa contemporanea, non portano alla critica e alla consapevolezza dell’errore e magari a una rielaborazione, ma lasciano posto a nuove narrazioni in un perenne presente senza memoria.
In questa decadenza della ragione, il tuo paziente lavoro di recupero, analisi e argomentazione è particolarmente prezioso. Grazie.